di Gianfilippo Maiga

Laura Golarsa è come ce la ricordavamo in televisione: una ragazza, (sì, sembra che il tempo non sia passato), molto carina, una rarità allora in mezzo a fenomeni di androginia, cosce ipertrofiche e pance flaccide, un po’minuta, o forse solo normotipo, al punto che ci domandavamo come facesse a impegnare e spesso battere più di un donnone, e tosta. Sul fatto che sia ancora carina fidatevi di me. Sul fatto che sia tosta emerge chiaramente dal suo racconto.

Oltre al raggiungimento dei quarti di finale a Wimbledon nel 1989, sei stata un’atleta capace di arrivare diverse volte al terzo turno di Wimbledon e degli US Open e particolarmente negli ultimi anni della tua carriera (1998 e 1999), interrottasi in pratica nel 2000. Hai raggiunto un best ranking di 39 al mondo, ovviamente un grande risultato: visto per esempio il tuo comportamento in questi tornei del Grande Slam pensi che avresti potuto fare meglio o ritieni di aver conseguito la posizione che ti spettava? Cosa rifaresti e cosa cambieresti nel tuo percorso da giocatrice?
In effetti, con il senno di poi, un po’ di rimpianto c`è, anche se non posso rimproverarmi di molto. Il mio rimpianto è piuttosto “generazionale”. La mia, infatti, è la generazione di mezzo fra il tennis più amatoriale, se mi si passa il termine, che si giocava negli anni ’60, e quello pienamente professionistico di oggi. Noi, e parlo in particolar modo delle giocatrici (e anche giocatori) italiane, eravamo un po’ come dilettanti allo sbaraglio, mentre altre realtà – quella statunitense in primis – erano più avanti. Per capirci meglio, nessuno ci seguiva ai tornei: giravamo da sole, sostenendoci l’un l’altra, mentre altre rivali potevano contare o su metodiche già avanzate di allenamento, quando non su veri e propri staff a supporto, o di un forte sostegno familiare, proprio anche da un punto di vista tecnico. Per fare un esempio illuminante sulla situazione, ricordo che si approfittava delle apparizioni di Mc Enroe al torneo di Milano per copiarne gli esercizi, che poi venivano adottati in allenamento, invece della solita diagonale di dritto e rovescio. Non c`è confronto fra come mi allenavo io e come può lavorare una giocatrice pur con elevate doti come Francesca Schiavone, che può contare su uno staff a sua disposizione. Purtroppo, oltretutto, sulla scena tennistica si affacciava un gruppo di fenomeni, tutte in grado di aspirare alla prima posizione mondiale (10-15 giocatrici come la Sanchez, la Seles, la Graf, ecc.) molte delle quali potevano comunque anche contare, oltre che sulle doti naturali, sul sostegno di una visione più professionistica del tennis. A prescindere da questo aspetto di fondo e nonostante un handicap così grave, avevo capito di potermela giocare con tutte: me lo dimostrano sia le vittorie da me ottenute con molte grandi giocatrici, sia effettivamente i risultati conseguiti proprio nei tornei del Grande Slam, sia infine la mia capacità di mantenere un livello alto e di ritrovarlo anche dopo un infortunio, (purtroppo ne ho avuti molti). Ho subito 3 operazioni in 7 anni, ma ogni volta ho ricominciato ad alto livello e questo mi ha permesso di giocare 13 volte di fila Wimbledon nel tabellone principale, anche partendo dalle quali: per dire quali erano le mie condizioni, sottolineo che una volta, reduce da un intervento, ho servito dal basso! Infine, come sempre in questi casi, un pizzico di fortuna in più non avrebbe guastato. Ho “beccato” molto male ai primi turni un po’ troppo spesso. Nella mia carriera ho comunque incontrato – talvolta vinto , certamente sempre lottato – giocatrici come Chris Evert, Martina Navratilova, Pam Shriver, Marie Pierce, Zina Garrison. Posso quindi dire che, se avessi evitato certi errori dovuti ad inesperienza, mi sarei cavata non poche soddisfazioni in più.

Il match che rimane nella memoria degli appassionati è senz’altro quello con Chris Evert a Wimbledon, quando sei stata a due punti dal match e dalle semifinali. Cosa ricordi a freddo di quella partita? Ci sono altri incontri o episodi che ti hanno lasciato un ricordo indelebile?
In effetti quella è “la partita”, non solo per l’importanza del traguardo, se si considera che l’ultima italiana che aveva raggiunto la stessa meta era Lucia Valerio, nella notte dei tempi. Ho rivisto quel match mille volte e ancora oggi mi domando come ho fatto a perderlo. Ero 5-3, 30-0 e servizio, palle nuove. Io giocavo serve and volley e la Evert mi ha fregato con tre passanti incredibili. In quella partita sono stata 7 volte a due punti dal match! Non l’ho persa per emozione: giocare sul centrale mi galvanizzava, non mi spaventava. Quella partita è il mio tormentone, dato anche che viene carinamente ricordata ad ogni piè sospinto dal grande duo Tommasi/Clerici. Non è stata però l’unica, naturalmente, cui io sono legata. Ricordo un incontro al terzo con la Navratilova (Eastbourne) e con Mary Joe Fernandez (Australian Open); non posso dimenticare una mia vittoria agli ottavi a Wimbledon (6-4 al terzo) contro la Novotna (1989), che l’anno dopo ho avuto la sfortuna di trovare al primo turno, questa volta perdendo al terzo, mentre lei in quel torneo è arrivata ai quarti (sconfitta dalla n.1 Graf) e poi ha raggiunto la quarta posizione mondiale.

Nel doppio hai ottenuto risultati importanti, tra cui una semifinale a Wimbledon. Che importanza ha avuto per te questa specialità?
Poiché ero una giocatrice serve and volley, il doppio mi riusciva facile e mi divertiva. Ho davvero dei bei ricordi: nel doppio femminile in cui, fra tanti tornei giocati e fra diversi partners, sceglierei Lory McNeil, ma soprattutto in quello misto con Van Rensburg, con la semifinale raggiunta a Wimbledon nel 1996. In particolare, ripenso volentieri a quella partita. Si giocò straordinariamente di lunedi, dopo la finale del singolare, a causa della pioggia che aveva allungato il torneo. Le porte erano aperte e gli ingressi gratuiti e c’èra il tutto esaurito: una situazione indimenticabile! Fatta questa premessa, io mi sentivo più singolarista e ho sempre sacrificato il doppio agli impegni in singolare.

Di quel periodo e di quell’ambiente che ricordi conservi? Per un paio d’anni sei stata anche eletta quale membro del Board delle tenniste professioniste. Parlaci di quell’esperienza.
L’ambiente di allora era certamente diverso. Ho già accennato al maggiore “dilettantismo” dell’epoca. Questo vuol anche dire che si è fatta molta più comunella tra di noi. Io poi ho sempre avuto un buon rapporto con le mie colleghe, grandissime giocatrici incluse. Forse a mio favore ha giocato un istintivo rispetto che veniva dai confronti sul campo: molte di loro sapevano che, a dispetto di una classifica inferiore, ero in grado di competere, nella singola partita, ai massimi livelli. Il mio rapporto più amichevole era con la Evert e la Navratilova, o la Sabatini: mi capita abbastanza di incrociare le ultime due ancora oggi, mentre Chris Evert è quasi inarrivabile. Avevo un bel rapporto anche con Steffi Graf, anche se lei oggi, come un po’ allora, fa vita a sé. La mia esperienza nel Board è stata molto interessante, anche se è durata poco. La sfida, credo vinta, è stata quella di trasformare il tennis professionistico da sport strutturato in modo da favorire le giocatrici di vertice a sport in grado invece di accettare e quasi promuovere i ricambi generazionali. Il ruolo era però inconciliabile con quello di giocatrice. Era molto time consuming e mi è capitato di dover scendere in campo a pochi minuti da una discussione, con tanti saluti alla concentrazione, per cui dopo 2 anni ho rassegnato le dimissioni.

Il tennis femminile, forse più ancora di quello maschile, ha conosciuto negli ultimi 10 anni una profonda evoluzione. Che analisi si può fare in proposito? In che misura l’Italia del tennis (femminile) come movimento nel suo complesso ha seguito questa evoluzione, risultati di Fed Cup, di Schiavone e Pennetta, ecc. a parte.
Un grande cambiamento, che si situa proprio ai miei tempi, è stato il passaggio da un calcolo di punti basato sulla media dei risultati alla somma dei punteggi effettivi realizzati in ogni torneo, sulla scia di quanto già praticato dall’ATP. Il mutamento è da considerarsi epocale: in precedenza le giocatrici più talentuose potevano “amministrarsi”, giocando un numero al limite ridotto di tornei, qualora negli stessi avessero ottenuto brillanti risultati. Con il nuovo sistema, occorreva aggiungere ai risultati la quantità, quindi essere dotati anche fisicamente e mentalmente per performare in ogni torneo e disputarne il più possibile per prevalere nel ranking mondiale. Come ogni rivoluzione, ha portato con sé pro e contro: da un lato una maggiore apertura delle classifiche ai personaggi emergenti o comunque dotati non solo di “braccio”, ma completi; dall’altro ha probabilmente sacrificato un po’ la qualità dei migliori a beneficio delle doti fisiche e questo può forse spiegare le classifiche mondiali di oggi, che vedono spesso eccellere non i fenomeni tecnici, ma giocatrici dotate soprattutto di grande consistenza atletica, come – ma certamente non solo – la Wozniacki. Quanto al movimento italiano, occorre osservare due cose. Non è vero che solo oggi abbiamo delle punte di eccellenza: non dimentichiamo che Reggi e Cecchini sono state nelle prime 15 WTA e Farina 11. Nel tennis femminile l’Italia ha sempre avuto una grande tradizione. È forse vero che oggi non intravvediamo già le eredi di Pennetta e Schiavone, ma mi domando chi avrebbe scommesso, all’inizio della loro carriera, che le due azzurre sarebbero arrivate a questi livelli. Quanto all’attualità, a mio avviso ci sono 2 o 3 ragazze di ottimo potenziale; lasciamole crescere e solo il futuro ci dirà se la stoffa di cui sono fatte è da top ten. Non abbiamo in casa la nuova Seles, nel senso della precocità e dell’essere predestinati, ma mi pare che questo valga un po’ per tutti, in questo momento.

Sia come giocatrice sia, oggi, come allenatrice, sei conosciuta per la tua personalità molto forte e decisa, qualcuno dice provocatoriamente un po’ “talebana”. Vorrei che tu raccogliessi questa provocazione e parlassi di te, della tua filosofia sportiva e, in definitiva, di vita.
In un mondo senza regole, mi piace poter dire che sono stata educata ad una cultura diversa e, per questa ragione, amo poco i compromessi. Chi vuole intraprendere la dura carriera del tennista, deve rispettare una serie di principi, (dal fair play a una certa disciplina in campo e fuori), cui non deve venir meno, pena il fallimento. Sotto questo profilo sì, se si vuole accetto il termine di “talebana”. Ritengo di avere la responsabilità di insegnare queste regole ai miei allievi. Per il resto sono piuttosto elastica. I ragazzi che seguo si allenano probabilmente un po’ meno degli altri e per loro prevedo vacanze in agosto, cosa che nessuno fa. In campo però, come diceva la canzone, “nessuna pietà”.

Un particolare che ti contraddistingue rispetto ad altre allenatrici è che oggi sei il coach di un gruppo di ragazzi: Bega e Molina, che hai “tirato su” sin da quando erano bambini, Sinicropi e Della Tommasina. È ovvio che l’esperimento sta riuscendo: in un mondo a dir poco fluido e volubile come il tennis i primi due sono con te da una vita e intorno a te si è aggregato proprio in questi ultimi anni un gruppetto qualificato di speranze del tennis italiano. È però vero che da donna, sia pur con un pedigree importante, imporsi su un ambiente maschile e su ragazzi in crescita deve a volte presentare qualche complicazione in più. Cosa ne pensi? Dacci inoltre brevemente un tuo profilo di ciascuno dei ragazzi e delle tue aspettative per ognuno di loro.
Ho sempre amato il tennis maschile, il modo in cui lo sport maschile si esprime nel tennis. E ho sempre amato il carattere dei maschi, che nello sport ha meno “orpelli” ed è meno problematico di quello femminile. Ho da subito desiderato di mettere la mia esperienza a disposizione dei giovani: proprio il mio vissuto e gli errori commessi mi hanno fatto desiderare di trasmettere le mie conoscenze a chi voleva percorrere la mia strada. Premetto che si tratta di passione: non ho “bisogno” di allenare, non lo faccio per vivere, ma perché mi piace. Un’altra premessa è che per me questa avventura vale la pena di essere vissuta se l’obiettivo è entrare nei primi 100. Una mia forte convinzione è che chiunque, se ha certi requisiti minimi, fisici e morali, che non gli si possono trasmettere, lavorando in un certo modo può puntare a quell’obbiettivo. Un esempio che mi piace ripetere è quello delle sorelle Maleeva, allenate dalla madre: giocatrici non particolarmente dotate, ma che hanno avuto un grande successo. Il caso mi ha permesso di coronare il mio desiderio. Ho trovato anni fa due ragazzi (Alessandro Bega e Emanuele Molina) che avevano quei famosi requisiti e li ho “allevati”. A loro si è aggiunto da un paio d’anni Riccardo Sinicropi. A problemi scolastici esauriti, ho pensato di aggiungere un quarto elemento come Davide della Tommasina, che doveva lasciare Tirrenia per limiti di età. Non sono sorpresa dei loro buoni risultati: Bega ha un grande timing sulla palla e un diritto molto veloce, che sa tirare da tutte le posizioni. In campo, poi, è molto intelligente. Della Tommasina ha un DNA di sangue blu, come dimostrano i suoi trascorsi da junior. Questo DNA non si perde, anche se gli ultimi anni sono stati complicati e io vorrei aiutarlo a ritrovarlo. Molina ha un picco altissimo e deve ancora esprimere tutte le sue potenzialità: è un problema di maturità complessiva da raggiungere. Sinicropi è un giocatore completo: inoltre ha una gran mano ed è rapidissimo.

In verità hai seguito per un po’ anche una promessa femminile: Corinna Dentoni. A un certo punto il rapporto si è interrotto. Puoi parlarne e raccontare la tua esperienza con lei?
Corinna era 800 al mondo, quando è arrivata da me. Era in difficoltà, dopo i successi da junior (vittoria nell’Avvenire e semifinali al Bonfiglio), perché la sua classifica era di gran lunga inferiore al suo potenziale e non riusciva a “schiodarsi” dal suo impasse. Avere Corinna voleva dire raccogliere una sfida e assumersi una grande responsabilità: la Dentoni era un progetto della Federazione Italiana ed era considerata un patrimonio da non sperperare. Ho deciso di accettare. Mi inducevano a questa scelta non certo interessi economici, (sono una ”stipendiata” del Tennis Milano e nulla cambia se io alleno Federer o uno sconosciuto), ma altri fattori: oltre alla mia passionaccia e all’ambizione di misurarmi con un compito non facile, la comprensione delle enormi potenzialità di questa giovane tennista. Posso ben dire che, in tanti anni, molto raramente ho trovato una giocatrice con una palla così pesante come quella di Corinna, forse la Davenport (!) giocava così. Valeva davvero la pena di tentare, anche se ero consapevole che il mio compito avrebbe comportato una dedizione al 100% del mio tempo e delle mie energie. Il piano, condiviso con la Federazione, era di portare entro due anni la Dentoni tra le prime 100. Abbiamo quindi programmato la sua attività in funzione di questo obiettivo, oltre che della necessità di un recupero anche sul piano fisico (noie al tendine rotuleo). Credo che si sia riusciti nell’intento: Corinna era 220 dopo un anno e 137 al termine del secondo, pronta a fare il salto definitivo. Questo salto finale a 19 anni le avrebbe permesso di recuperare il gap accumulato con le sue peers di pari età: la Wozniacki e la Cornet, solo per fare un esempio. Le avevo affiancato uno sparring, che aveva anche il compito di accompagnarla ai tornei, visto che io non posso girare, un ottimo “seconda”. I due si sono innamorati. Non ho ovviamente alcuna obiezione a questo. Ritenevo però – e ritengo tuttora – che un’implicazione sentimentale fosse difficilmente conciliabile con quel clima di neutralità e rigore che deve esistere fra lo sportivo e chi lo accompagna con compiti tecnici, specie a 19 anni. Si profilava inoltre una potenziale sovrapposizione con il mio ruolo di coach e quindi di dualismo nella guida tecnica, che io ritenevo pregiudizialmente dannoso per la carriera della ragazza. Il caso di Silvia Farina è a questo riguardo ben diverso: Elia era un coach con esperienze professionali alle spalle, inoltre Silvia aveva 24 anni ed era già matura. Ho quindi posto come condizione, perche’ io continuassi ad allenarla, che il fidanzato facesse il fidanzato e che il mio interlocutore ai tornei fosse un altro mio collaboratore. Di fronte al desiderio di continuare nello status quo, ho detto a Corinna che non mi sentivo più di allenarla e ho ribadito questo concetto quando, in un momento successivo, ci siamo sentite e lei mi ha chiesto di riconsiderare la mia posizione. Mi spiace vederla ancora al di sotto delle sue possibilità e resto convinta che, anche senza fare un grandissimo sforzo, presto vedremo Corinna a ridosso delle prime 50 WTA.

Tu operi all’interno di un circolo storico come il Tennis Club Milano Bonacossa. Una grande struttura, con molti campi, ma pur sempre un circolo e non un erogatore di servizi, come per esempio è l’Harbour di Milano, quindi un ambiente che deve in qualche modo riconciliare le esigenze degli agonisti, (soprattutto quelli che lo fanno di mestiere) e quelle dei soci. Questo aspetto è condizionante o in definitiva l’”appartenenza” ad un circolo si rivela al contrario un fattore di sostegno?
In Italia, è noto, abbiamo difficoltà a disporre di strutture adatte a chi concepisce agonisticamente il tennis o addirittura ne fa un mestiere, rispetto per esempio alla Florida. Non mi sento di stabilire una graduatoria fra circoli e altri tipi di strutture, poiché in entrambe c’è gente che paga e ha le sue esigenze che, certamente, in qualche modo risultano condizionanti. Anche chi volesse o potesse disporre di una struttura propria, inoltre, si troverebbe confrontato con dei costi di gestione molto alti, che lo obbligherebbero a dei compromessi. In conclusione, chiunque alleni deve cercare di ottenere il massimo dall’ambiente cui si appoggia, eventualmente integrando con l’utilizzo di altre strutture eventuali carenze con cui si misurasse.

Quanto è importante la tua attività di commentatrice televisiva per Sky? È solo un accessorio rispetto alla tua attività principale o può diventare qualcosa di più in futuro?
E’ vero che la mia attività di commentatrice è “di nicchia”, rispetto al lavoro di allenatrice, ma la giudico molto importante, per non dire essenziale, e vorrei vederla crescere. Stare a contatto con il tennis che conta vuol dire essere aggiornati e capirne l’evoluzione, confrontarsi ogni giorno con il meglio che c’è essendo costretti a seguirlo criticamente. È interessante l’osservazione fatta da Filippo Volandri, che ha brevemente fatto la stessa esperienza: ha confessato che non aveva mai avuto occasione di vedere così tanto e così spesso Federer e Nadal e che questo gli era servito moltissimo. La vicinanza ad un giornalista sperimentato come Tommasi mi permette di crescere, non solo per le sue conoscenze, ma anche perché ho accesso ai notevoli mezzi di cui un giornalista dispone per analizzare il gioco. Estremizzando, vorrei dire che il miglior coach è quello che assomma le esperienze di allenatore con quelle di ex-giocatore e giornalista e viceversa il miglior giornalista è quello che ha giocato e allena.

Alcuni coach italiani (Piatti e Pistolesi, per esempio) sono stati scelti da grandi campioni stranieri per essere allenati, a riprova che anche in Italia esistono importanti competenze tennistiche. A quando un passo analogo per una donna, (al di là dei vincoli familiari, che esistono però anche per gli uomini). Ci sono allenatrici di livello in Italia?
“C’è poco da dire: è proprio la famiglia l’ostacolo più condizionante per una donna, e secondo me più di quanto avvenga per un uomo. Non so trovare un’altra ragione per cui le nostre ragazze non siano diventate coach internazionali. Poi ci sono altri fattori che trascendono la situazione italiana. Il tennis è un ambiente maschile e maschile è considerato il tennis di punta, checché si dica. Non è facile per una donna accreditarsi, soprattutto se si vogliono allenare dei maschi. Le competenze esistono e donne che allenano non ce ne sono molte, ma ce ne sono (di primo acchito penso, oltre a me, a Barbara Rossi, a Silvia Farina e la stessa Raffaella Reggi, per quanto ne so, ha progetti in merito). Peraltro per me è complicato dare un giudizio anche perché la mia generazione, al femminile e al maschile, questo è vero, si è un po’ persa…”

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28 Commenti to “Laura Golarsa: “Non amo i compromessi””

  • 1.

    Una ragazza che mi dicono stia davvero ben impressionando come coach (federale) e che è molto amata dalle giovani promesse azzurre è Rita Grande.. sono molto curioso di vederla all’opera

  • 2.

    In occasione dei campionati italiani under 12, come al solito avevo cercato di unire la gara con la formazione visto che uscire dalla Sardegna non è ne facile ne economico, ho mandato quindi una mail al Bonacossa chiedenndo se c’era qualche maestro disposto ad allenare mia figlia, ovviamente pagando.
    Non mi ha risposto nessuno, inoltre durante il torneo mi hanno parlato di percorsi obbligati per gli atleti ed accompagnatori, non potevano passare in certe aree, insomma segregati, semplicemente vergognoso.

  • 3.

    Ecco un coach al quale darei mio figlio,una ragazza che sa lavorare molto bene,che ha passato le stesse problematiche prima degli altri,una con due palle così.lasciatemelo direl lpoaura e” una che sa e ne sa molto!!!! Ff

  • 4.

    Tratto Intervista alla Dentoni su sopaziotennis:

    “”Molti problemi sono nati perché Laura non ha mai voluto viaggiare, volendo comunque essere il solo coach di tutti; questo ovviamente non è possibile e le discussioni sono state innumerevoli”".

  • 5.

    La Golarse mi è sempre sembrata “tosta” seppur minuta….

    Anch’io posso confermare quanto detto da Ale a proposito di Rita Grande. Mia figlia l’ha conosciuta a Tirrenia ed è tornata entusiasta sia dal lato tecnico che da quello umano.

    Gli ex campioni se vogliono possono essere un valore aggiunto per il movimento.

    Per quanto riguarda il TC Milano …durante la Lambertenghi i ragazzini vengono “delimitati” in appositi spazi …per non disturbare troppo i soci.
    Forse è il caso per il futuro di trovare un circolo meno prestigioso ma che abbia effettivasmente voglia di organizzare a 360 gradi questa bella manifestazione giovanile.

  • 6.

    Sicuramente Golarsa è preparata, educata, ama il tennis ed il suo lavoro, ma come risultati in qualità di coach deve ancora dimostrare molto.
    Dentoni sarebbe arrivata comunque a ridosso delle 150, ma è superare quello scoglio che diventa difficile.
    Della Tommasina, Bega e Molina non li ho mai visti giocare, ma fino ad ora che risultati hanno ottenuto?
    E poi se realmente fosse interessata alla carriera di coach, cosa che non sembra da questa intervista, sarebbe anche disposta a viaggiare abbandonando il suo attuale ruolo al Bonacossa. Io credo abbia sbagliato ad accettare di allenare Corinna sapendo che non avrebbe potuto seguirla nelle sue trasferte.

  • 7.

    Bellissima intervista.

    Nel 1989 c’era ancora spazio per il tennis alla televisione, gratis e visibile per tutti.
    Ho visto la partita della Golarsa contro la Evert in diretta.
    Clamoroso ed evidentissimo caso di paura di vincere, ma proprio evidente.
    Ad un certo punto la Golarsa smise letteralmente di colpire la palla, la appoggiava semplicemente.
    Mai vista una cosa simile.
    La circostanza fu immediatamente evidenziata da Gianni Clerici, che anche durante la diretta ironizzò non poco.
    Partita letteralmente buttata via.

    Interessantissime, infine, le considerazioni della Golarsa su Corinna e sulle sue potenzialità, a cui, modestamente, ho sempre creduto ed alle quali credo tuttora fortemente, com’è noto.

  • 8.

    Laura Golarsa, grande tennista, grande coach! una persona dotata di intelligenza straordinaria, massimo rispetto!

  • 9.

    Il caso della Golarsa è paradigmatico, riassume in se tutti i problemi che ha il nostro ambiente nel produrre dei bravi coach.
    Ne abbiamo alcuni di bravissimi, stimati in campo internazionale, ma restano troppo pochi, figure isolate. E poi quelli bravi non si metterebbero certo appresso ad un 14-15enne, dato che possono allenare Soderling, la Safina, o Gasquet.
    Laura Golarsa è brava e preparata, ma non si può fare a lei una colpa se trova un Circolo che le passa uno stipendio molto importante per fare la direttrice della sua scuola.
    Una cifra che, se si mettesse alle costole di qualche ragazzino in giro per il tour, non riuscirebbe certo a mettere insieme, e per giunta facendo una vita molto più disagiata.
    Purtroppo, a volte questi ingaggi così prestigiosi a tecnici di buona fama, da parte di circoli di buon nome (un altro esempio è il Parioli con Magnelli, a mio avviso), non sono poi coerenti con le complessive politiche gestionali del circolo stesso, che restano troppo condizionate dalle esigenze dei soci. Lo conferma la politica “segregazionista” adottata nei confronti dei giovani partecipanti alla Coppa Lambertenghi. E così disperdiamo know-how prezioso in strutture sostanzialmente inadatte all’agonismo di alto livello. Credo che si debba fare ogni sforzo per aiutare a crescere, sia sul piano teorico che delle esperienze, la nuova generazione di coach che si sta affacciando all’orizzonte: Petrazzuolo, Colangelo, la Tatiana Garbin, eccetera.

  • 10.

    Condivido quello che dice Commentucci, credo che queste strutture,dove si puo’ avere un servizio tecnico ed economico (TC Milano,Parioli e pochi altri) vadano bene per il tennis agonistico giovanile fino ad un certo livello. Poi ci vuole un coinvolgimento del coach piu’ personale e totale, quello che forse e’ mancato alla Dentoni.

  • 11.

    in relazione a quanto postato da Commentucci, ritengo importante sottolineare alcuni aspetti. Il coach ed anche il maestro sono liberi professionisti a tutti gli effetti. Pertanto, ricade unicamente sul singolo professionista, sulle sue convinzioni e motivazioni, la scelta di come e quanto arrichire il proprio bagaglio tecnico, di dedicarsi alla crescita dei ragazzi di un circolo oppure di intraprendere a proprio rischio un’attività di più ampio respiro. Un domani saranno il campo e il mercato, con tutte le loro variabili, a decretarne il successo. Non si può quindi pensare d’incolpare i circoli se, facendo anche loro impresa, offrono lauti ingaggi a coach o maestri famosi e nemmeno incolpare questi ultimi di accettare e “disperdere” il know-how. Neanche si può pensare che la FIT debba avere l’onere di sfornare coach e giocatori di livello internazionale. La FIT, come la scuola dell’obbligo, deve cercare di fornire a giocatori e maestri una buona preparazione di base poi chi si vorrà laureare lo farà con le proprie forze. E che il cammino di Piatti, Sartori, Rianna, Pistolesi non è forse evidente a tutti e ci si scorda della gavetta che q(non tutti gli ex giocatori sono per forza bravi coach o maestri)

  • 12.

    Ma infatti, Miroslav, io non incolpo nessuno. Dico solo che questo sistema italiano produce incentivi a comportamenti che non sempre vanno nella direzione giusta. Non è mai colpa del singolo operatore, è chiaro che ognuno, data la situazione, si regola di conseguenza.
    Però non si può evitare di confrontarsi con altre realtà.
    In Spagna, ad esempio, i Circoli non permettono di guadagnare così tanto, molti di essi ospitano del team di professionisti o aspiranti tali, e tanti ex giocatori o buoni ex seconda categoria vedono nel coaching professionistico una strada più appetibile, spinti dalla disponibilità di tanti giovani con buona mentalità e dall’esempio vincente che scaturisce dall’ambiente.

  • 13.

    Il modello spagnolo, che non conoscevo sotto questo profilo prima che ne parlassi tu, mi sembra un pò franchista. Gli esempi americani al contrario parlano di libera imprenditoria, libero mercato. Bollettieri, come tutti sanno, non è un prodotto USTA e scommise fine all’ultimo dollaro sulla sua academy. Gilbert idem. Il buon Tiriac, forse l’antesignano di tutti i coach, riuscì più per la sua “fame” e il suo bernoccolo degli affari che per la sua competenza tecnica. Nel confrontarsi con la realtà a me sembra che in questo ambito, come in tanti altri, non sia utile, al fine di trovare una soluzione, “attaccare” il sistema. La parbola di Pistolesi è emblematica ed in linea con i coach che ho menzionato. Con la sua voglia, dedizione, competenza e grande sacrificio è riuscito a diventare quello che voleva: un coach internazionale. Anche lui avrà ceduto alle lusinge di ottimi ingaggi (d’altronde s’ha da campà) ma ha comunque avuto la forza di perseguire l’obiettivo e raggiungerlo al di fuori del sistema descritto (il sodalizio con Soderling è solo la cigliegina per un coach già internazionale da tempo). Un breve aneddoto. Nel ’98 ero in Svezia per vedere la semifinale di Davis, conobbi un caro amico di Pistolesi e mi capitò di assistere a qualche telefonata tra i due. Pistolesi, coach di Takao Suzuki, che come disse lui stesso era spesso in officina per riparazioni, già percorreva in lungo e in largo il globo in cerca di sfide professionali.

  • 14.

    Non c’è dubbio che l’ambizione personale e la motivazione, la voglia di mettersi in gioco, faccia la differenza. Io non voglio attaccare il sistema, dico solo che bisognerebbe aumentare gli incentivi a chi vuole mettersi in gioco e girare. Abbiamo bisogno di qualche direttore tecnico in meno e di qualche coach itinerante in più.

  • 15.

    Sagge parole Robbè

  • 16.

    non credo siano le motivazioni e la voglia di metersi in gioco che manchino alla Laura in questo frangente( visto che qui si parla della GoLARSA) ho avuto la fortuna di parlare con lei ,sentire le sue impressioni ascoltare i suoi suggerimenti e alla fine posso garantirvi che in giro gente del suo spessore purtroppo cè ne poca.se non gira con i ragazzi sicuramente è perchè è sposata e ha dei figli piccoli,e credo che anche rimanendo al circolo a coordinare il lavoro con gli agonisti sia una fortuna x quelli che hanno la voglia di seguirla.ho visto Sinicropi prima e dopo la cura golarsa e sono rimasto stupito dai miglioramete avuti dal ragazzo negli ultimi 2 anni,sulla Dentoni non mi esprimo,anche se penso che se avesse avuto la pazienza e le voglia di ascoltare Laura ora sarebbe sicuramente nei 100,ma la testa dei giocatori a volte non la capiscono…neppure loro!!

  • 17.

    Scusami ma come evidenzi tu stesso il problema sono proprio le motivazioni: la famiglia prevale sull’impegno full time lavorativo. Che poi la Golarsa, persona piacevolmente rivelatamisi nella bella intervista, possa in altro periodo della sua vita dedicarsi al coaching full time non è precluso ed anzi me lo auguro. Invece a sentir nominare la parola “incentivi” mi viene la pelle d’oca. Ho già in mente il solito carrozzone italiano dove molti immeritatamente attingono e sbafano questi c.d. incentivi. Sarà che essendo libero professionista in altro settore non ho usufruito di alcun incentivo per avviarmi se non la dura gavetta e la propria capacità.

  • 18.

    @Roberto Commentucci
    vedo però difficile inquadrare degli incentivi perché purtroppo, come in tutti i campi relativi alla “formazione”, è difficile misurare i risultati…
    però penso che essere itinerante e anche direttore non sia poi una cosa infattibile…
    se si pensa a quello che guadagna un 300 atp che cerca di sfondare coi futures, risulta evidente che l’attivita di coaching può essere fatta solo se si crede fermamente e si scommette sul giocatore nella speranza che ti trascini con se nella scalata….e ti proietti nel giro dei top players.
    Anche perchè essere legato ad 1-2 giocatori comporta un notevolissimo rischio “personale” nel senso che basta uno scontro per un qualsiasi motivo per infrangere stima e contratto…!

  • 19.

    Giusta l’osservazione di Monet… ci sono aspetti familiari che non tutti vogliono scavalcare…scelte legittime…e una Golarsa puo’ essere molto piu’ utile in accademia a 4-5 agonisti che magari con uno solo…dopotutto fin che non sei ad un certo livello si puo’ adottare una formula mista, se l’accompagnatore collabora con le direttive…basta che i patti siano chiari fin da subito….
    Altresì lo stipendio in un circolo prestigioso difficilmente puo’ venire bilanciato da un singolo non top 100 …
    Le problematiche gestionali sono arcinote.. non è che le scopriamo ora…ne si vuole che qualcuno diventi San Francesco che donava tutto ai poveri…

    Roberto ha espresso bene la situazione attuale, soprattutto perché la conosce dall’esterno…e ora anche dall’interno.
    L’esempio rimane la Spagna piu’ che la Francia, non vedo molte analogie nell‘invocare il libero mercato come da Bollettieri, che esprime un utenza di nicchia completamente diversa dalla media spagnola…e dalle carenze del sistema italiano.
    Noi abbiamo strutture, tutte o quasi rigorosamente in mano a circoli privati…non sono tante, non sono poche, semplicemente danno accesso quasi esclusivamente a determinate condizioni…che oggigiorno non combaciano piu’ con le richieste del tennis moderno…..formule modulate quasi esclusivamente in base alle esigenze del socio….o al massimo delle SAT di breve periodo….

    Ora certo che bisogna cambiare e trovare una formula per stimolare maestri, coach etc, in modo che loro stessi diano una priorità chiara per obbiettivi sportivo/agonistici….. ma è ovvio che prima bisogna creare i presupposti… logistici ed economici.
    Nessuno vive di aria fritta…

  • 20.

    Da questi commenti lodevoli emerge che nessuno di voi l’ha probabilmente mai vista coachare i suoi ragazzi ai tornei ultimamente.. Vi dico solo che dopo un match di Bega in un 10.000$ (qualificazioni) nel 2010 si è messa a fare un cazziatone all’arbitro della sfida. Non aggiungo altro. E’ una persona di rara spocchiosità. Abbassare le arie sarebbe un bel passo avanti, che la aiuterebbe (forse) a essere odiata da qualcuno in meno.

  • 21.

    Mm…..siamo alle solite…..

  • 22.

    I risultati per ora non si sono visti.. La Dentoni doveva essere la grande promessa azzurra ma non è entrata ancora nelle 100.. Se non ricordo male Colangelo in una intervista da voi in radio disse che la Golarsa lo aveva portato a smettere, dopo avergli distrutto il diritto.. Inoltre i suoi ragazzi veleggiano intorno al 1000 Atp.. insomma, non voglio giudicare in maniera frettolosa, ma dire già adesso “grande coach” mi sembra del tutto fuori luogo…

  • 23.

    A DENTONI NEI 100 NON è ENTRATA NEANCHE CON I GURU DEL DOPO LAURA SE è PER QUESTO E NON LA VEDO MIGLIORATA DA QUEI TEMPI,X COLANGELO INVECE SAREBBE STATO MEGLIO SMETTERE PRIMA COSI DA INCOMINCIARE PRIMA LA SUA NUOVA PROFESSIONE,CHE SIA BEN CHIARO E’ MEGLIO DI QUELLA QUANDO GIOCAVA,PER TUTTO IL RESTO PARLARE PARLARE E PARLARE,QUELLI CHE SPARLANO LO FANNO PERCHE’ O NN HANNO AVUTO RISULTATI O PERCHE’ GLI HANNO AUMENTATO LA RETTA DEL CORSO :)

  • 24.

    @dinoSAURO
    Vedi, io non ho detto che la Golarsa è scarsa, ma quali sono i risultati che parlano in suo favore? solo questo dico.. Nulla contro di lei e contro il suo lavoro, sia chiaro.. Ma senza risultati il “grande coach” non lo vedo ancora. Spero possa diventarlo presto, portando in alto i nostri giovani..
    Se pensi che il mio commento fosse uno “sparlare”.. boh.. lasciamo perdere..

  • 25.

    oggi ho avuto la conferma che di tennis non ne capisco un H.

    ”.. molto raramente ho trovato una giocatrice con una palla così pesante come quella di Corinna, forse la Davenport (!) giocava così.”

  • 26.

    discutibile però l’affermazione sulla pesatezza di palla di corinna però…

  • 27.

    Ma non è discutibile per nulla!
    Ha ragione la Golarsa, la Dentoni è una campionessa!

    Modestamente, è una vita che lo sostengo.

  • 28.

    Corinna la tifo anch’io, ma questa gran pesantezza di palla che vede la Golarsa io non l’ho mai vista e, a mio modesto parere, non c’è proprio…peraltro l’ho vista allenarsi dal vivo con giocatrici la cui palla andava il triplo di quella di Corinna….

    …poi Della Tommasina ha il sangue blu…vabbè va, molliamola qui, diciamo che è questione di opinioni, ognuno ha le sue…

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