di Sergio Pastena

La questione è puramente logica. Dico… uno si chiama Alexander e l’altro Oleksandr, uno fa di cognome Dolgopolov e l’altro Bogomolov, siete sovietici tutti e due, nati a cavallo tra gli anni ’50 e i ’60, nella vita giocate a tennis. Frequentate gli stessi tornei, prevalentemente Challenger, con gli stessi risultati (best ranking intorno al 5-600° posto). Dopo il ritiro diventate coach e tutti e due lavorate con Andrei Medvedev, entrambi avete un figlio che volete avviare al tennis. Ora… non si pretende tanto ma una cosa, una soltanto, potreste farla senza copiarvi? No, tutti e due la stessa americanata: “Mio figlio lo chiamo come me!”.  Alex Dolgopolov Jr. e Alex Bogomolov Jr., tutta vita…

A farne le spese è stato il secondo, il più anziano nonché americano, che peraltro ha portato i capelli biondi lunghi per tanto tempo in un impeto supplementare di autolesionismo. Dopo anni nei quali era sulla bocca della gente che lo considerava un enfant prodige, ha avuto una fase di buio pesto e quando è tornato l’altro era già esploso. Immaginate questo dialogo tra tifosi, ipotizziamo, a Miami: “Ehi, sul campo 3 gioca l’ucraino pazzo” – “Sicuro?” – “Sì, guarda il programma” – “Non sapevo fosse iscritto” – “Ma sì guarda laggiù: biondo, capelli lunghi, è lui” (soggetto camminata, arrivo al campo 3) “No, ma non è lui, chi straminchia è questo???” (N.B. straminchia è tipico slang della Florida).

Eppure, come detto, Bogomolov Jr. qualche anno fa era considerato più di un prospetto: da junior era stato numero 1 del ranking USTA e aveva vinto i tornei nazionali Under 16 (1998) e Under 18 (2001). Per chiarirci sul valore di questi tornei: nell’under 16 il tabellone del 1985 vedeva tra le teste di serie Agassi, Courier e Sampras, l’anno dopo c’era Chang, in finale contro Bogomolov giocava Roddick e, più di recente, l’hanno vinto Querrey e Young. Stessa cosa, o giù di lì, per l’under 18. Insomma, la mejo gioventù.

Bogomolov arriva nel circuito maggiore, appena diciannovenne centra un filotto di Futures in Messico, arriva una wild card dietro l’altra e lui batte il numero 3 al mondo Haas a Los Angeles. Comincia a giocare gli Slam, vince anche nel circuito Challenger, alla soglia dei vent’anni è numero 101 al mondo. Poi, Anno Domini 2003, si blocca: il circuito maggiore “lo rimbalza”, nei Major ha la vocazione per la sconfitta al quinto set, nel 2005 galleggia ancora nelle posizioni di rincalzo e, sfiga nella sfiga, viene fermato per doping agli Australian Open. Salbutamolo. Lui ha l’asma, colpa dello spray, gli danno un mese e mezzo. Intanto, tra exploit occasionali (a Melbourne batte Gonzalez nel 2006) e cadute meno occasionali (Taino, Cakl, Lipsky…) lui scivola persino oltre la 400esima posizione nel 2007.

La rinascita è targata novembre 2010: vince il Challenger di Champaign, rientra nei 200, trova la forza per migliorare, sia nei fondamentali che tatticamente. Quarti a Zagabria, dalle qualificazioni, vittoria nel Challenger di Dallas, terzo turno a Miami facendo secco il fantasma di Murray, vittoria a Sarasota e, udite udite, alla soglia dei 28 anni entra nei Top 100. Poi, di recente, arrivano i quarti a ‘s-Hertogenbosch, il best ranking al numero 72 e ora il terzo turno a Wimbledon, battendo Young e spazzando via Chela prima di cedere a Berdych. Ogni tanto ha residui di autolesionismo (durante l’esordio ha tirato la racchetta per terra e gli è rimbalzata fuori dal campo rischiando di beccare i passanti), ma con i punti guadagnati dovrebbe diventare Top 70.

Non è malvagio, Bogomolov. Diritto che fa male, rovescio bimane solido, back discreto e attitudine offensiva. Guardando i filmati vecchi a livello Challenger si capisce un po’ cosa l’abbia fermato oltre all’asma: provate a guardare il match contro Yani su Youtube e vedrete un uomo che cerca sempre il vincente, “alla Gabashvili”. Attenzione, però: da qui a novembre ha in scadenza nemmeno un terzo dei suoi punti, forse potremmo finalmente vederlo nei Top 50, traguardo che sarebbe stato nelle sue corde e che sembrava non dover più raggiungere.

Nota finale: è esploso da quando Dolgopolov ha tolto “Jr” dal suo nome. Non è che fosse solo un complesso di inferiorità?

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1 Commento to ““Ma non è l’ucraino pazzo!””

  • 1.

    @Sergio

    Avevo avuto modo di vederlo giocare nelle quali del challenger di Alessandria l’anno scorso. Avevo visto il match a fianco della sua giovane moglie e, soprattutto, di suo figlio neonato. Ero rimasto colpito non solo dal suo gioco di livello (mi domandavo cosa ci facesse nelle quali di un challenger, ma d’altronde ad Alessandria erano presenti molti sconfitti delle quali del Rolando Garros) ma – lo ammetto – dal suo particolare seguito familiare. La moglie mi aveva raccontato la sua storia e quindi qualcosa sapevo e di li’ avevo cominciato a seguirlo. Dopo il match lo avevo visto completamente perso nell’esserino che stava nella culla. Ecco, tanto per fare un po’ di romanzo, per aggiungere un pensiero edificante, mi piace pensare che quel tenero aggeggio sia il motore di questa rinascita, come nei migliori film americani.

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