Gastão Elias, l’età della ragione

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Di Paolo Silvestri

Qualche anno fa un giornalista portoghese, con il quale stavo chiacchierando sulla situazione del tennis nel suo paese, mi disse: “Uno davvero buono ce l’abbiamo…. il problema è che si sta un po’ montando la testa”. Il giovane di belle speranze in questione era nato nel 1990 a Caldas da Rainha, a un’ottantina di chilometri da Lisbona, ed era stato registrato all’anagrafe come Gastão José Ministro Elias, altisonante nome poi trasformato dagli amici in un più casereccio “Pepe”. Come il suo omonimo Gastone, il più fortunato di Paperopoli, Gastão era stato baciato da una buona stella, che lo aveva fatto nascere in una famiglia benestante (con un papà manager ed ex motociclista) e sopratttutto gli aveva fornito in dotazione la stoffa per giocare bene a tennis e per cercare di seguire le orme del suo idolo Marat Safin.

Gastão spicca a livello juniores, guadagnadosi un posto nella top ten, oltre al raro privilegio di fare da sparring di Federer, roba da crisi di iperventilazione per attacco di panico. Poi passa al professionismo con buoni risultati iniziali, che consolidano il suo ruolo di predestinato, ma gli puntano uno scomodo riflettore sulla fronte, e decide di cercare fortuna lontano dalla sua terra, come hanno fatto molti dei suoi colleghi, a partire dall’attuale numero uno e miglior giocatore portoghese di sempre, João Sousa, cresciuto tennisticamente in Spagna. La destinazione scelta da Gastone è la Florida, segnatamente l’accademia di Bollettieri a Bradenton, la miniera del re Salomone in versione tennistica, dove si trova già un’altra ragazzina portoghese dal buon talento ancora in attesa di sbocciare, Michelle Larcher de Brito.

Sono passati un po’ di anni da allora, le luci dei riflettori si sono affievolite ed Elias è maturato come uomo e come tennista, in una carriera piena di alti e bassi, di improvvise accelerazioni e di brusche frenate, ben descritte alla fine della scorsa stagione dal nostro Salvatore Petrillo, in un articolo al quale rimando.  In questo 2016 è riuscito, sotto la guida dell’ex top 40 brasiliano Jaime Oncins, a raggiungere il simbolico ed agognato ingresso nella top 100, quinto giocatore lusitano nell’era open a riuscirci, insieme a Nuno Marques (nº 86), Frederico Gil (nº 62), Rui Machado (nº 59), ed il  già citato João Sousa (nº 33). Dopo l’impennata vincente della fine dell’anno scorso in cui ha inanellato due vittorie a livello challenger (Lima e Guayaquil), quest’anno ha ottenuto buoni risultati, su tutti i quarti raggiunti nell’ATP di São Paulo, culminati nella  finale nel Challenger di Torino della scorsa settimana. Un match non bello, disturbato dal vento e dalla tensione della posta in palio, ma comunque portato a casa in tre combattuti set contro un avversario più che accessibile (lo spagnolo Enrique López-Pérez), e che gli ha regalato i punti necessari per salire fino al numero 94 della classifica di questa settimana, migliorando il best ranking registrato nel 2013 (n º 103).

Il tennista portoghese ha 25 anni, l’età della maturità fisica e tecnica, e ha assolutamente tutte le carte in regola migliorare il ranking ottenuto e seguire le orme del suo collega Sousa. Non è un colosso e il suo è un tennis è basato più che sulla potenza, sulla velocità. Si muove molto bene in campo è ha un buon repertorio tecnico, con un punto di forza nel dritto anomalo, eseguito con una rapida sbracciata che spesso inganna in contropiede l’avversario. Ma ha nella sua tavolozza tutti i colori del gioco, compresi dei pregevolissimi guizzi che lo fanno optare per soluzioni d’istinto che rivelano il suo buon talento.

Intanto, questa settimana è entrato a pieno diritto nel  tabellone del torneo di casa ad Estoril, dove altre volte era entrato dalla porta di servizio come invitato. È arrivato il momento di cercare la luce dei riflettori per i meriti sul campo e non per le promesse del talento. Noi non possiamo fare altro che augurargli sinceramente la nostra boa sorte in questa nuova tappa della sua carriera.

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