Tennys Sandgren, lavoro e silenzio

di - 8 febbraio 2018
Tennys Sandgren

Tennys Sandgren, giocatore di tennis del Tennessee. Oltre allo scioglilingua a cui ci siamo abituati nelle ultime settimane, sembra che effettivamente la commistione tra vita e tennis per Sandgren sia congenita e insolvibile, a partire dalla madre allenatrice fino ad arrivare al fratello Davey, doppista a livello futures.

Tutto comincia a cinque anni, quando la madre sudafricana improvvisatasi tennista alla soglia dei trent’anni decide di iniziare al tennis i suoi due figli. La passione cresce rapidamente e, visti i buoni risultati a livello giovanile, Tennys smette di andare a scuola per poter dare più tempo agli allenamenti, finendo le superiori da home-schooled (privatista). La zona, a mezz’ora da Nashville, è funzionale sotto alcuni punti di vista: clima decente, ottima qualità della vita e buona tradizione tennistica, con molti tornei giovanili presenti nella regione e tante università di ottimo livello dalle quali attingere, se necessario. Questo porta buoni risultati: Sandgren raggiunge la nona posizione mondiale under 18 e si candida come uno dei miglior prospetti americani per giocare a livello universitario.

Molto legato alle tradizioni di famiglia e di stampo lievemente conservatore, Sandgren decide di rimanere nella terra del country e del whiskey e si affida alle sapienti mani di Sam Winterbotham e Chris Woodruff, proprio quel Chris Woodruff issatosi fino alla posizione numero 29 alla fine degli anni novanta e adesso head coach alla University of Tennessee. Da matricola Sandgren si fa subito notare, perde pochissime partite e raggiunge la posizione numero 4. Nel 2010 la squadra dell’università vincerà il torneo della sua conference e raggiungerà la finale del campionato NCAA, fermata solamente da quell’armata invincibile che era la University of Southern California di Steve Johnson.

Matteo Fago, giocatore di Roma ed ex compagno di squadra di Sandgren in Tennessee, dice di lui: “Tennys era un tipo particolare, solitario e silenzioso. Sempre molto educato e rispettoso, di poche parole. Era venuto in università per migliorarsi e lavorare sodo, ed era proprio quello che faceva”.

Sandgren fa proprio così e nel suo secondo anno il record rimane estremamente solido, pur giocando in terza posizione dietro a John Patrick Smith e Rhyne Williams (entrambi arenatisi poco fuori dai primi 100 ATP).Continua a macinare vittorie su vittorie. Da sophomore (in americano “secondo anno di università) raggiungerà addirittura la finale del campionato NCAA individuale, fermato solamente in tre set da quel Rhyne Williams che era, oltre che compagno di squadra, grande amico e coinquilino. Si aggiudica quindi il titolo di All-American e decide, poco dopo, che non avrebbe continuato la sua carriera universitaria, per provare a fare il professionista a tempo pieno.

Nei mesi successivi Sandgren comincia a mettersi in risalto nei futures e a fine anno è nei primi 600, non un risultato eclatante ma segno di un progresso costante, come ci si aspetta da lui. Nella prima metà del 2012 arrivano anche risultati a livello challenger e in breve sfonda la trecentesima posizione, arrivando a stabilizzarsi per più di un anno intorno ai 200 del mondo. Poi la prima vittoria a livello challenger, una capatina nei primi duecento seguita da un brutto infortunio e un’operazione all’anca che lo terrà lontano dai campi per diversi mesi, mai facendolo vacillare più di tanto sulle sue scelte professionali. Con parole sue: “Non sono mai stato davvero vicino al ritiro. Ho minacciato me stesso di farlo e cose del genere”, dice. “Ci sono stati momenti dove ho fatto fatica o non ero a posto fisicamente. In quei casi pensi: è questo il modo migliore per passare i miei vent’anni?”. Domanda lecita, soprattutto quando si potrebbe avere un futuro come giocatore di videogame professionista, seconda scelta per Sandgren che però ammette a malincuore di non essere abbastanza bravo.

Cosa ci si può aspettare da lui adesso? Da quello che abbiamo visto in questi Australian Open, sicuramente una posizione stabile nei primi cento del mondo, forse anche cinquanta. Al netto delle simpatie politiche e conseguenti polemiche, è sempre interessante scoprire un nuovo volto, una nuova personalità nel circuito maggiore. E adesso? “Uno dei miei obiettivi è riuscire a entrare nel tabellone dei tornei del Grande Slam, quello è ciò che conta. Un aumento del montepremi, buone opportunità, cose del genere. È tutto lì. Giocare su un campo centrale, godersi le cose belle che ti fanno apprezzare questa vita a prescindere dal risultato, dire che ho avuto una buona carriera e che ho giocato un sacco di Slam, cose così”. È semplice capire cosa cerca un tennista non predestinato, uno che ha fatto tutta la gavetta rimanendo per anni tra futures e challenger, facendosi male per poi ritrovarsi anni dopo. Ed è anche facile augurargli di riuscire finalmente a raggiungere il suo scopo.

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