Tennis ATP, i “ce la farò?” di James Blake

di - 16 febbraio 2017
James Blake - Foto Ray Giubilo

“Ce la farò?”

Questo sussurrava a se stesso e ai suoi famigliari più stretti James Blake, in una grigia giornata di autunno del Connecticut durante il suo ultimo anno di high school. Non era tanto il fatto di andare all’università che lo spaventava, o almeno, qualsiasi altra università. Era quella busta che si trovava adesso davanti agli occhi, appoggiata sul tavolo di vetro del soggiorno: il pacco dall’aria pesante era mezzo aperto e si poteva notare un’estremità strappata in maniera convulsa, frettolosa. Il motivo? Sopra c’era scritto “Harvard”.

Non che la famiglia Blake fosse nuova a questo genere di cose, sia ben chiaro. Il fratello Tom, di tre anni più vecchio, stava già frequentando Harvard con ottimi risultati ed aveva ben salda la posizione numero uno della squadra, al riparo del suo servizio devastante. Tom era sempre stato un caposaldo per James, che era cresciuto nella sua ombra (non solo simbolica a quanto pare, dato che Tom supera di almeno dieci centimetri James in altezza) e aveva seguito i passi del fratello nel mondo del tennis. I genitori Thomas e Betty, che li avevano introdotti al tennis quando ancora la famiglia viveva ad Harlem, posero sempre molta attenzione all’educazione e instillarono nei figli quell’ambizione che li avrebbe fatti risaltare tra i loro coetanei, sia sportivamente che accademicamente.

Dopotutto non era neanche strano che quell’offerta fosse arrivata. James in quel momento era il numero uno americano tra i junior anche se ciò non significava per forza un livello assoluto, visto era entrato a malapena nei primi 100 del ranking mondiale in quell’anno. Il motivo per questa discrepanza era semplice: la scuola. I genitori di James e Tom avevano sempre insistito perché i loro figli frequentassero la scuola pubblica e si opposero a qualsiasi tipo di accademia di tennis che, a loro parere, sarebbe stata troppo lasciva sulla parte scolastica. Questo impedì a James di sfondare come junior nonostante le sue qualità stessero già sbocciando ma gli permise, dall’altra parte, di poter ottenere i punteggi minimi per accedere ad Harvard. Perché Harvard non è un’università come le altre: non scende a compromessi, non abbassa i suoi standard. Se entri ad Harvard devi meritartelo, e sia James che Tom se l’erano meritati pienamente, senza che coach Fish potesse aiutarli così tanto.

“Ce la farò?”

Dave Fish era ed è ancora un signore compiaciuto, allampanato, dall’andatura ondulante ma convinta. Ad essere sinceri non si può dire che sia un grandissimo tecnico ma gli si deve dare credito di una cosa, senz’altro: rimanere head coach ad Harvard per così tanto tempo (più di 40 anni) e portare costantemente risultati a casa non è facile, specialmente considerando che non può offrire borse di studio sportive. Certo, conosce bene i meccanismi di selezione e può consigliare ai suoi futuri giocatori qualche trucchetto per farsi voler bene in fase di ammissione; può fornire supporto in tutta l’infinita documentazione al fine di ottenere il Financial Aid, ovvero una borsa di studio che varia a seconda del reddito; può cercare di convincere il direttore del dipartimento atletico a mettere una buona parola per un possibile pupillo, ma l’esito di quest’ultima pratica è facile da prevedere: con 42 sport ufficiali che competono in prima divisione, il direttore è probabilmente impegnato a gestire centinaia di atleti e allenatori, rivolgendo probabilmente la sua attenzione a sport più quotati del tennis.

Quando coach Fish riuscì a convincere Thomas Blake ad andare ad Harvard, ce lo possiamo immaginare, gli brillarono gli occhi. Per due ragioni: Tom era un junior di buon livello e uno dei migliori diciottenni degli Stati Uniti; il secondo motivo era il fratellino di Tom, James, un quindicenne non molto sviluppato fisicamente ma con un potenziale enorme, possibilmente maggiore del fratello grande. E si sa: se convinci il fratello maggiore parti sicuramente avvantaggiato anche per il più piccolo.

“Ce la farò?”

Il dubbio maggiore di James era sull’effettiva possibilità di coniugare felicemente sport e studio. Nonostante lo stesse facendo da tutta la vita, quella era Harvard e non era la sua high school a Fairfield, Connecticut. In questo lo aiutò Tom, che gli insegnò come organizzare la giornata al meglio e come sfruttare i tempi morti tra i corsi e gli allenamenti per mettersi avanti con i compiti o per studiare per i test. Certamente mancava il tempo che molti altri studenti usavano per ubriacarsi o semplicemente oziare: l’ozio non esiste per gli atleti nei college, soprattutto se quell’università è costantemente considerata tra le prime tre al mondo. In ogni caso James se la cavò molto bene accademicamente e, ancora di più, sul lato tennistico: già nel primo anno diventò un All-American (il primo freshman nella storia di Harvard) e, alla fine del secondo anno, si guadagnò il premio di ITA Collegiate Player of the Year.

Dopo due ottimi anni, alla fine del ’99, James decise che era ora di dedicarsi completamente al tennis. Per quanto gli allenamenti ad Harvard fossero di buon livello, i suoi coetanei in giro per il mondo si erano buttati nel professionismo da anni. Dopo un paio d’anni nei circuiti minori Blake sfondò la barriera dei primi 100 giocatori del mondo nel 2001: aveva 22 anni. Da lì in poi la scalata fu di quelle memorabili, passando per incontri epici con Agassi agli US Open, vittorie in Coppa Davis, infortuni e sfortune di ogni tipo, un recupero straordinario, fino ad arrivare alla quarta posizione ATP. Il college è però sempre rimasto una sicurezza nella sua vita, fino al punto di considerare un ritorno per finire la laurea al termine della sua carriera tennistica. Detto con le sue parole: “Se dovessi ricominciare, sceglierei nuovamente di andare ad Harvard. Ho imparato tantissimo sia in classe che fuori e tutte le esperienze che ho fatto sono state fondamentali nel prepararmi per quello che mi aspettava, a una vita indipendente. Non scambierei quei due anni con niente.”

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