Il mondo di Tuomas Ketola

di - 11 luglio 2018

Lontano dal tennis che “conta”, fatto di gloria e fama mondiale, tante storie vengono dimenticate o semplicemente ignorate. Tuomas Ketola per tredici anni ha girato il mondo seguendo la sua più grande passione. Tra tornei dimenticati da Dio e serve&volley, gioie e sofferenze incastonate in una storia di tennis “minore”.

Vammala, circa 50 km da Tampere, Pirkanmaa.  È qui che tutto comincia, quindicimila anime adagiate ai bordi di due laghi, contornati da foreste di sempreverdi. Oggi Vammala non esiste più, assorbita dalla città di Sastamala. Tuomas Ketola ride di gusto quando ci ripensa. “Lì gli unici con cui potevo giocare a tennis erano mio padre, mia madre e mio fratello. A volte mio cugino.”
Questa storia non sarà stata senz’altro la prima, non sarà l’ultima. Dimenticavi vittorie eclatanti, fama e titoli di giornali. Non provate  a cercare il suo nome su Youtube perché il massimo che se ne può ricavare sono pochi secondi di un match di Coppa Davis in doppio contro Cipro del 2007, a carriera già finita, in cui a stento riuscirete a riconoscere la testa fasciata di Marcos Baghdatis. Una storia dimenticata o semplicemente ignorata, come ne esistono tante in un mondo spietato come quello del tennis, ma che fa capire quanto è tortuosa la strada per chiunque ha intenzione di provarci. Quante gioie e sofferenze si possono provare nel colpire con una racchetta milioni di palline. Per tredici anni Tuomas Ketola ha girato il mondo in lungo e in largo per seguire quella che era, ed è ancora oggi, la passione più grande della sua vita: giocare a tennis.

Come tutto è nato, è difficile dimenticarlo. È ancora vivido nella mente di Tuomas. “Avevo quattro anni. Nel nostro cottage estivo mio padre aveva appena finito di costruire un campo. Un campo in terra battuta. Se ci ripenso è un grande controsenso, visto che ho sempre odiato la terra. Eppure è lì che ho imparato a giocare.”  L’ambizione di voler diventare tennista professionista in Finlandia a cavallo tra gli ’80 e i ’90 era un sogno che i ragazzini spesso mettevano nel cassetto, preferendo dedicarsi ad altri sport più affermati. In quegli anni cominciava a brillare nel firmamento calcistico la stella di Jari Litmanen, che presto sarebbe diventato Kuningas, “il Re”. E la gloriosa tradizione finnica dell’hockey su ghiaccio, considerato alla stregua di una vera e propria religione, lasciava in pochi indifferenti. Quasi impossibile dunque non averci avuto a che fare. “Fino a quattordici anni ho giocato sia a calcio che ad hockey. Nel frattempo però mi ero trasferito a Tampere. Avevo già deciso: da grande volevo essere un tennista. In Finlandia il tennis è uno sport che non ha una tradizione gloriosa. Ancora oggi le persone hanno punti di vista diversi a riguardo: qualcuno dice “Giochi a tennis? È un gran bello sport” qualcuno altro invece, e può capitare ancora oggi, quando ci parli ti guarda con una faccia quasi nauseata.”
Veli Paloheimo, il migliore tennista finlandese di sempre, aveva smesso da poco di giocare. Tuomas Ketola prese il suo posto come numero uno del paese dal 1994 al 2000. Tuomas aveva lottato per raggiungere il suo obiettivo: era diventato un tennista professionista. Per dieci anni ha veleggiato tra la 130esima (best ranking) e la 200esima posizione delle classifiche mondiali. Sgomitando, sputando sangue. Da fondocampista plasmato sulla terra era diventato un giocatore d’attacco. Serve&volley, per dimostrare a chiunque fosse capitato dall’altra parte della rete che bisognava infilarlo e quindi affrontarlo a viso aperto. Uno stile di gioco delicato e al tempo stesso spigoloso, che nell’attitudine ricordava quello totalmente diverso di Paloheimo. “Non credo di aver mai provato sulla mia pelle cosa significhi la pressione. Il bello di questo sport è che quando si scende in campo si è padroni del proprio destino, senza nessun altro che può influenzarti. Vinci da solo, perdi da solo. Non mi è mai importato delle opinioni che potesse aver avuto chiunque, facevo semplicemente quello che mi piaceva di più.”

Più di dieci anni in giro per il mondo, 35 settimane all’anno. Prenotandosi i voli su internet, come avrebbe fatto un viaggiatore qualsiasi. Il suo nome era conosciuto, la sua faccia meno. Anche nella stessa Tampere. Nei pochi giorni di riposo non era raro trovarlo in giro per la città con la vecchia Volvo di suo padre. Qualcuno lo avevo definito un “operaio” del tennis. “Beh, in un certo senso lo sono stato. I più forti  hanno conti in banca a nove zeri. Se consideriamo il tennis come un vero e proprio lavoro, è molto meritocratico: se svolgi bene il tuo compito, i compensi sono alti. Se fai il tuo mestiere da cane, lo stipendio in busta paga è assai magro. E in questo senso che mi posso definire un operaio. Ho viaggiato molto, ho sempre scelto con oculatezza i posti in cui andare a giocare, per fare incetta di punti ATP  e portare a casa la pagnotta.” Il suo pane quotidiano è stato il mondo. Frammentato in pezzetti fastidiosamente piccoli chiamati principalmente tornei ITF e Challenger.
Quando qualunque altro tennista avrebbe preferito giocare in una comoda e confortevole capitale europea, Ketola era pronto a partire alla ricerca di punti facili e soprattutto di denaro sui campi spelacchiati dell’Uzbekistan, soggiornando in alberghi economici, il più delle volte sporchi e trasandati. I ricordi uzbeki mettono sempre Tuomas di buon umore. Avevo giocato a Tashkent e subito dopo dovetti spostarmi in aereo a Fergana. Ero appena salito a bordo quando mi resi conto che seduto affianco a me non avevo un altro passeggero, ma svariate gabbie di polli.”
Il suo criterio nella programmazione ogni anno era sempre lo stesso:  “Dove i campi sono più veloci, lì vado.” Indimenticabili  i viaggi lunghissimi per raggiungere l’India, dove a regnare anche nei tornei minori era l’erba, la sua superficie prediletta. Giocando sempre singolo e doppio, perché i soldi per pagare volo e albergo di certo non crescevano sugli alberi.

La vita in questo limbo, quello dei tornei minori, che per alcuni è soltanto di passaggio, per chi è stato costretto volente o nolente a sguazzarci, offre sofferenze ma anche ricompense.  Ketola ripensa a tutte le volte che avrebbe voluto gettarsi dall’aereo a causa delle ore passate immobile ad aspettare, i tornei giocati male a causa del jet-lag, quell’orologio rubato negli spogliatoi in Messico, le stagioni in cui incassava 44000 dollari ma le spese erano state di 40000. Ma anche le vittorie, sedici nel circuito maggiore, molte di più a livello Challenger con 5 tornei conquistati, la top-100 in doppio, gli amici con cui ha diviso il campo che ancora gli telefonano per sapere come sta,  i luoghi magnifici che gli sono rimasti nel cuore. Le soddisfazioni possono arrivare anche quando si ha la forza e l’abilità di accedere ai tornei più importanti, gli Slam, attraverso le forche caudine delle qualificazioni. “Il mio ricordo più bello su un campo da tennis è quando mi qualificai la prima volta agli US Open nel 1997. Quando vidi che il mio nome era scritto sullo stesso tabellone con quelli di Sampras e Agassi ero emozionato come non mai.” Quando qualche anno dopo, nel 2002, si ritrovò di nuovo al primo turno a  New York, gli sembrò invece quasi di vivere un incubo. Al primo turno contro Tim Henman il suo gioco d’attacco fu mischiato come un mazzo di carte e spazzato via con un netto 6-1, 6-1, 6-1. “Quando dagli spalti ho sentito gridare ”I want my money back”, mi venne in mente di fuggir via dal campo.” Gioia e dolore, parte della stessa medaglia per cui tanto aveva combattuto.
Vivere la vita del tennista di seconda fascia ti riserva il privilegio poi, dopo aver appeso la racchetta al chiodo, di custodire qualche chicca preziosa, all’epoca  insperata. Tuomas ha una memoria ferrea. Sembra quasi di rivivere alcuni di quei momenti. Un Challenger alle Isole Mauritius in cui batte agevolmente la testa di serie numero uno Hicham Arazi. “L’erba mi diede una gran bella mano, Arazi sembrava proprio non essere a suo agio. Almeno a quel tempo”. Una vittoria in Coppa Davis contro un giovanissimo Ivan Ljubicic. “6-3, 6-3, 6-3. La ricordo come ieri. Diamine se aveva del potenziale già allora quel ragazzo!”. Un 6-0 inferto ad Ivo Karlovic sull’amata erba indiana, uno dei quattro soli giocatori ad esserci riuscito fino ad oggi. “Il servizio era già all’epoca devastante, però i suoi colpi da fondocampo ed anche la volée lasciavano a desiderare. Oggi vedendolo ancora giocare è migliorato in maniera sensibile.” 

Poi in Finlandia qualcosa cambiò quando Jarkko Nieminen mostrò al mondo tutto il suo potenziale, con il suo tennis solidissimo e le sue doti atletiche fuori dal comune. Esplose la “Jarkko-kuume”, la febbre Nieminen. Si cominciò a parlare di tennis. Sui giornali, in radio, in tv. Una ventata fresca che poteva aiutare il movimento intero. Cosa che almeno inizialmente non accadde. Tuomas era ancora lì a barcamenarsi in giro per il mondo, senza uno sponsor, con immutata anche la voglia di colpire la pallina. “Per me non cambiò esattamente nulla. Era bello quando ad un torneo potevi incontrare finalmente un altro finlandese. Non ho mai giocato contro di lui, ma non c’è mai stata un vera e propria competizione per essere il migliore, come può accadere ancora oggi in alcune rivalità tra connazionali. Poi beh, io numero uno di Finlandia lo sono stato a lungo! Contro Nieminen sulla terra battuta ci avrei perso dieci volte su dieci, senza dubbi. Sul veloce mi sarei dato una possibilità su quattro di poterlo battere.”
A diciott’anni Tuomas Ketola era convinto che sarebbe diventato uno dei giocatori più forti al mondo. La realtà è stata ben differente. Quasi crudele. Quando gli si chiede se ha mai avuto rimpianti risponde schiettamente. “Con il senno di poi è facile dire cosa era giusto fare durante la mia carriera. Più volte, e questo se ci penso mi dà ancora fastidio, ho avuto l’opportunità di entrare nei primi cento al mondo in singolare. Dopo un paio di buone occasioni sprecate, è come se mi fossi bloccato, soprattutto mentalmente. Il rimpianto più grande? Il mio best ranking sarà sempre dato dalla combinazione di tre fottuti numeri in successione.”

Dopo aver smesso, in giro per la Finlandia qualcuno si è ricordato di quel cognome di nuovo, non su un campo da tennis, ma in qualche grossa e scintillante sala in cui si giocavano tornei di poker. Se però pensate che abbia preferito dopo il suo lungo calvario carte e fiches alla racchetta, siete sulla via sbagliata. “Adesso vedo il tennis con altri occhi, dalla panchina, quando vedo giocare i miei ragazzi. Credo che fin quando morirò sarà una cosa di cui non potrò fare a meno. Mi basta anche soltanto guardare per potermi sentire in pace con me stesso”.

 

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