La storia di Toomas Leius, tra volée, sangue caldo e Pushkin

di - 7 luglio 2017
Toomas Leius

Nel 1944, dopo la battaglia di Narva, l’Unione Sovietica invade ed occupa il territorio estone dopo la prima breve parentesi indipendentista dello stato baltico. Il 28 agosto 1941, tre anni prima, in un giorno altrettanto speciale, nasce Toomas Leius. “Il giorno in cui i tedeschi entrarono da una porta ed i russi uscirono dall’altra” come egli stesso afferma.

E proprio come la tumultuosa e tormentata storia dell’Estonia, la vita di Toomas è ricca di pathos e decisioni impulsive, pochi peli sulla lingua ed una buona dose di amor proprio. Passione per la letteratura e la musica classica, un briciolo di follia. Il tutto condito sempre dal tennis.

Una storia vorticosa, iniziata in tempi difficili.

Karl-Johannes Leius, durante la Seconda Guerra Mondiale, combatté tra le fila dell’esercito sovietico. Durante una sanguinosa battaglia fu ferito e non vide la sua famiglia fino al termine del conflitto. Karl-Johannes Leius aveva una personalità magnetica ed andava d’accordo con tutti, anche nell’esercito. A Karl-Johannes piaceva molto anche andare a donne, nonostante fosse felicemente sposato. “Si diceva che papà avesse un altro figlio che mi somigliasse molto. Papà diceva sempre che si dovrebbe vivere in modo che la mano sinistra non sappia cosa fa la destra”.

Nonostante il classicismo socialista che cominciava a prendere forma nell’allora Repubblica Socialista Estone, pronto nel giro di qualche anno ad uniformare tutte le città e le repubbliche dell’URSS, il magnifico centro medievale di Tallinn era stato risparmiato dalla guerra. Ritornato in città nell’autunno del ‘44, Karl-Johannes trovò inizialmente lavoro come autista per poi assumere gradualmente il comando di una fabbrica di mobili, la Artel. Alla Artel, oltre ad i mobili, si producevano anche tavoli da ping-pong. Per il piccolo Toomas ciò fu molto importante.

Quando vivevo in Karu tänav, avevo forse quattro anni, andavo sempre a giocare con due ragazzini che abitavano vicino casa mia. Facevamo la lotta, giocavamo a pallone. Posso dire che ho fatto sport da sempre! Poi arrivò il ping-pong. Giocavo tantissime ore e vinsi persino i campionati giovanili a Tallinn nel 1954. Nel frattempo avevo già scoperto il tennis”. Una vecchia racchetta, la fortuna di avere vicino casa una strada asfaltata. Il muro è stato senza dubbio il suo primo allenatore, avversario ed amico: “Devo a tutte le giornate che ho passato ad allenarmi contro quella parete, ogni palla colpita perfettamente su un campo da tennis”. Ancora oggi lo ripete quasi come fosse un mantra.

Quando il signor Evald Kree decise di portare ai campi da tennis insieme agli alunni migliori della Tallina Raua Kool anche quel ragazzino, rimase sconvolto. “Mi chiese se volessi provare. Mi lanciò qualche pallina, ma io non ebbi problemi a rigettarle al di là della rete. Sapevo come colpire il diritto ed il rovescio. Alla perfezione. Quei minuti furono decisivi per l’inizio della mia carriera sportiva”. Toomas aveva un qualcosa che agli altri mancava. Un qualcosa che gli faceva riuscire in modo così imbarazzantemente naturale colpire quella palla: un talento cristallino.

Scegliere di diventare un tennista per quel ragazzino che sembrava essere un predestinato non fu però una decisione così scontata. Toomas Leius eccelleva nella pallavolo e nel basket, a calcio giocava molto bene indistintamente sia in difesa che in attacco. Non dedicava molto tempo allo studio, ma completò la scuola passando tutti gli esami con il massimo dei voti. Amava i classici russi. Non sognava un futuro da musicista, ma imparò a suonare il pianoforte non esercitandosi quasi mai. Perché allora scelse il tennis? Quasi senza una ragione precisa. Ciò che lo spinse maggiormente a valorizzare il suo talento fu il supporto di quel Evald Kree che lo vide giocare per la prima volta quando era ancora un bambino. Presa la sua decisione, Leius si rende conto che nella Repubblica Socialista Estone pochi erano al suo livello, anche quelli più grandi di parecchio, per loro sommo sbigottimento. “A sedici anni avevo un soprannome. Mi chiamavano “Il Campione”. Non c’era altro da dire. Mi fu consigliato per scherzo di andare a giocare a Wimbledon. Io ci andai seriamente e vinsi”.

Vincitore del prestigioso torneo juniores dell’All England Croquet and Lawn Tennis Club e medaglia di bronzo ai campionati sovietici, a Leius fu proposto più volte di cominciare a competere al di fuori del proprio paese. Dopo una serie di rifiuti, cominciò definitivamente la propria carriera a livello professionistico nel 1961. “Qualcuno mi chiede perché non ho cominciato a giocare prima a livello internazionale. Beh, pensavo: “ E se gli altri giocatori mi avessero annientato?” Chi avrebbe pensato alla mia famiglia? Stavo bene anche così”.

Ed effettivamente non aveva tutti i torti. Emergere nell’epoca di Laver, Emerson, Stolle, Smith& co non era la cosa più semplice del mondo. Durante più di dieci anni di carriera, Leius vinse i campionati sovietici per quattro volte, raggiunse una finale al Queen’s in cui perse un lottato match proprio contro Roy Emerson, trascinò al quinto in una durissima partita lo stesso Rod Laver alla Heineken Cup di Auckland. Il suo stile di gioco classico, predisposto ad attaccare ogni palla per poi prendere possesso della rete si adattava alla superficie dominante dell’epoca, l’erba. Ma i risultati migliori in carriera li ottenne invece sulla terra. Agguantò un quarto di finale al Roland Garros in cui avrebbe dovuto affrontare il sudafricano Cliff Drysdale, ma l’Unione Sovietica lo costrinse a dare forfait come protesta contro l’apartheid. Insieme ad Aleksandre Metreveli guidò la squadra di Coppa Davis sovietica a ben tre finali, senza mai riuscire ad ottenere un successo. Giocò una finale di doppio misto insieme a Winnie Shaw sempre a Parigi poco prima di chiudere la carriera. Gli anni ’70 sopraggiungono e quello che chiamavano il Campione forse non aveva dominato i tornei di tennis in giro per il mondo, ma aveva onorato una carriera nata quasi per caso. Perché allora Toomas Leius non è mai diventato veramente famoso, neanche in Estonia? “Non lo so, forse mia madre ha lanciato una maledizione” dice sorridendo. “Quando vinsi Wimbledon, si iniziarono a fare grandi piani per costruire nuovi campi da tennis. Dopo la vittoria del torneo giovanile di Wimbledon il presidente della federazione tennistica Jüri Rebane affermò, che una volta che la Kelevi Hall sarebbe stata pronta, ci sarebbero stati altri 25 Leius!”. Mia madre rispose: “Non c’è stato e mai ci sarà nessuno come lui!

Appesa la racchetta al chiodo e diventato professore di educazione fisica, Toomas sembra avviato a trascorrere la vita che molti ex-sportivi scelgono di perseguire. Poi in una calda giornata di maggio del 1974 rientra in casa e scopre che la sua seconda moglie lo sta tradendo. La trova a letto con un altro uomo. Accecato dalla gelosia la strangola crudelmente a morte. Condannato ad otto anni di carcere, Leius ne sconterà cinque per buona condotta. Si dice che in prigione avesse fatto costruire l’unica cosa di cui aveva bisogno: un campo da tennis. Uscito, decide di partire. Va a fare l’allenatore prima in Germania, poi in Georgia e in fine addirittura in Uzbekistan. Non era raro incontrarlo in giro per tornei ATP e WTA tra gli anni ’80 e ’90. Divenuta l’Estonia indipendente e trovato sostegno da un federazione che lo ha poi eletto simbolo del movimento tennistico, ha guidato la squadra di Fed Cup ed è stato allenatore di Maret Ani.

Dunque soltanto recentemente divenuto un personaggio riconosciuto ed apprezzato nel mondo del tennis estone (benché quasi sconosciuto all’estro), oggi Toomas Leius ha quasi 76 anni. È facile incontrarlo ancora sui campi da tennis di Tallinn ed è disposto ancora ad offrire lezioni private. La velocità non è il suo forte, ma la volée ed il tocco sono rimasti inalterati. È anche probabile che da buon estone, dopo aver giocato, vi offra un bicchiere di vodka.

Toomas è fatto così e per concludere nulla può essere più significativo di questo vecchio aneddoto.

A Wimbledon un tennista americano, un po’ per scherzo, un po’ per volerlo mettere in difficoltà, incontratosi con Leius al Cafe Royal gli fece la seguente proposta: ”Guarda Toomas, se tu decidi di lasciare l’Unione Sovietica, noi in America ti daremo una casa vicino Washington, con tanto di frigorifero, ed anche una Ford, una di quelle con il tettuccio decappottabile.” Poi cominciò ripetutamente a fare il gesto di come il tettuccio si aprisse. Dopo un lungo silenzio, Toomas rispose: “Tu mi stai dicendo davvero di lasciare il paese di Pushkin per un frigorifero ed una macchina decappottabile?”. E quasi sdegnato se ne andò. Si dice che la reazione del tennista americano fu semplicemente: “Chi cazzo è Pushkin?”.

Touché, o per meglio dire ace. Nello stile unico ed inimitabile di Toomas Leius.

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