Olivier Mutis, la vita come il tennis

di - 15 ottobre 2017

A Roehampton, distretto suburbano nel sud-ovest di Londra, l’atmosfera era senz’altro diversa da come se l’era immaginata. Con l’erba aveva poca dimestichezza e quella schiera di campi uno fianco l’altro non lo aveva per nulla convinto. Ma uno dopo l’altro anche tutti gli avversari non riuscivano a tenere il suo ritmo. La sua palla usciva fuori dalle corde in modo sublime. Torneo di Wimbledon junior, anno 1995. Olivier Mutis annichilisce la testa di serie numero uno Nicolas Kiefer, lasciandogli la miseria di quattro game. La Francia sembra aver trovato in quel ragazzino dalla faccia vispa un talento pronto a sovvertire il mondo del tennis.

La sua storia fatta di tennis meraviglioso centellinato in troppi pochi match, decisioni improvvise, infortuni ricorrenti e qualche sigaretta di troppo, quando è lui a raccontartela, ha un non so che di ancora più affascinante. Olivier ha sempre avuto un gusto smodato per la vita. Per qualcuno ha sprecato un grande talento. Lui ci tiene a sottolineare che è stato uno spreco felice.

“La sensazione che provai la prima volta in cui misi piede su un vero campo da tennis la ricordo benissimo. Avevo sei anni ed in casa giocavo con una racchetta giocattolo da cui non mi separavo mai. I miei genitori non mi sopportavano più ed è così che tutto ebbe inizio.” Nel paesino di Mont-Saint-Martin, poco più di 8000 abitanti vicino il fiume Chiers, papà Jean e mamma Josian capirono che il loro unico figlio aveva davvero le qualità giuste per diventare un tennista. Ammirando il talento e l’estro di Goran Ivanisevic, Mutis cresceva sognando di vincere i tornei importanti.

Dopo la vittoria del Petits As nel 1992, Wimbledon ’95 sembrava essere stato il trampolino di lancio perfetto. Dopo essersi sbarazzato di Kiefer su una superficie su cui aveva giocato pochissimo, tutti cominciarono a pensare che sulla sua amata terra quel ragazzo potesse davvero diventare un fenomeno. Thierry Tulasne, suo coach nonché ultimo francese prima di lui ad essersi imposto nel torneo juniores di Wimbledon, lo caricava e gli raccontava che la vita nel circuito professionistico sarebbe stata un sogno ad occhi aperti. “Pressione? No, assolutamente. Ero un ragazzino. Quando andai a ritirare il trofeo a Wimbledon provai a baciare la Duchessa di York. Mi fermò subito, imbarazzatissima. Non sapevo affatto che non rientrava nel galateo. Credevo che dopo aver vinto facilmente quella finale, tutto sarebbe stato in discesa per me. Anche tra i professionisti. Soltanto molti anni dopo avrei capito che mi sbagliavo … Giocare tra gli junior è bello e, se ne sei all’altezza, ti dà la possibilità di guadagnare qualche soldo e  trovarti uno sponsor. Ma c’è il rischio di non riuscire a sopportare il passaggio tra i professionisti. Esiste una zona di confort lì che nel Circuito vero non si prova assolutamente.”

E in questo passaggio, mentre i suoi amici e coetanei Grosjean e Clement cominceranno a crescere per poi diventare giocatori da palcoscenico mondiale, Mutis resta impantanato nelle retrovie. Invece di giocare dei tornei Satellite e fare incetta di punti come Sebastian ed Arnaud, Olivier prova a giocare le qualificazioni degli Slam, in cerca di gloria. Loro raggiungono la top-100, lui resta fuori dai primi 300 giocatori al mondo. Così  nasce il personaggio Mutis: uno che avrebbe il talento per vincere le partite ed i tornei che contano, ma che sostanzialmente è troppo spavaldo ed a volte addirittura si annoia di giocare a tennis.. “C’era sempre troppo tempo morto durante i tornei per i miei gusti, mi annoiavo per davvero. Odiavo viaggiare, gli spostamenti erano troppo lunghi, preparare borse e valigie la domenica era una tortura.” Amava  la sua famiglia, gli amici e le notti magiche e folli a Metz, la città che di più lo faceva stare bene. Poi di ritorno dalla Grecia, il suo volo subisce un guasto ed Olivier sviluppa una vera e propria fobia per gli aerei. “Ho visto la morte in faccia.” E nonostante tutto questo, la sua passione per le sfide ed il piacere di battersi, armato di sola racchetta, gli hanno permesso di lasciare un segno di cui per molti è stato facile dimenticare ma che per lui resta ancora impresso nella memoria, come se fosse accaduto pochi giorni prima.

vs Ctislav Dosedel, Roland Garros 1995, 7-6, 5-7, 7-5, 6-7, 6-8

“Prima ancora di Wimbledon junior, avevo giocato per la prima volta il Roland Garros. Fu un’emozione fantastica.  Avevo da poco compiuto 17 anni, affrontavo Dosedel. Avevo una paura matta di giocare a tennis quel giorno come mai non mi era capitato. Ero giovane e non avevo alcuna esperienza. Ero sicuro che avrei perso in un batter d’occhio. Poi scesi in campo e mi sembrava tutto così facile. Quando mi resi conto di quanto vicino fossi alla vittoria, persi completamente il controllo della mia mente. E di un match che avrei potuto vincere più di una volta, mi rimane il ricordo di una sconfitta per 8-6 al quinto.”

vs Andy Roddick, Roland Garros 2004, 3-6, 6-3, 6-7, 6-3, 6-2

“Il miglior match della mia carriera. L’atmosfera perfetta ed il campo stracolmo di gente. Sotto due set ad uno, sono riuscito a rimontare e a chiudere il match. Avevo già giocato contro Roddick l’anno precedente ed avevo studiato il suo servizio. Soprattutto avevo studiato come rispondere alla sua seconda, che ricordo come estremamente potente e precisa. Il mio rovescio bimane fu il mio punto di forza in quel match. Grazie ad esso riuscii a contenere la sua potenza e a rispondere quasi sempre. “

vs Rafael Nadal, Palermo 2004, 6-3, 6-3

“Nadal? Ricordo soltanto che giocai il mio miglior tennis per due set, senza passaggi a vuoto. A quel tempo, se ero in giornata, era davvero difficile battermi. Era tra i primi 50 giocatori al mondo, ma tutti già sapevano che sarebbe diventato quello che è oggi. Mi sono arrabbiato quando qualche tempo dopo Toni Nadal disse che suo nipote aveva perso contro Mutis, quello che fuma. Credo che quel giorno il mio tennis fosse stato molto più importante del fatto che ogni tanto mi fumassi una sigaretta. Non ho nessun problema ad ammettere di averlo fatto sul Circuito.”

Come si può evincere da questi frammenti, la carriera di Mutis è stata fulminea ed altalenante. Ai match vinti e al tennis spumeggiante si contrappongono serie di sconfitte nei Challenger e alcuni 6-0 incassati di troppo. Al suo palmarès non si aggiungeranno titoli ATP e nemmeno finali. La posizione numero 71 sarà la migliore raggiunta. Il quarto turno al Roland Garros, il suo Slam, il suo migliore risultato in carriera. “In tutta la mia vita tante persone mi hanno detto che io avevo un grande talento e che ne avevo sfruttato soltanto una goccia. Ma  non ho mai provato questa sensazione. Non credo di aver giocato e vinto soltanto grazie al mio talento. Ancora oggi riesco a sentire bene la palla quando la colpisco, ma senza duri allenamenti sarebbe stato impossibile fare quello che ho fatto. Mi chiedono spesso se io abbia rimpianti. No, sono soddisfatto. Avrei potuto fare di più, questo è vero, ma è facile dire ciò quindici anni dopo. All’epoca ho preso le mie decisioni e non me ne pento.”

Nel 2005 a soli 27 anni e con alle spalle anche svariati infortuni decide che è giunto il momento di dire stop. “ Mi chiedono spesso perché mi sia ritirato così presto. Avrei potuto giocare altri due, al massimo tre anni. Ma non ne ho avuto la forza. Viaggiare per me era diventato ad un certo punto davvero impossibile. Viaggiare è stato un problema che ha limitato la mia intera carriera.”

Olivier Mutis è consapevole di tutto ciò. Oggi ha quasi quarant’anni, una moglie ed una figlia e lavora presso il Tennis Club Esch in Lussemburgo. Quello che il tennis gli ha dato, oggi prova ad insegnarlo. Resta ancora oggi l’unico francese ad aver sconfitto Rafael Nadal sulla terra rossa e ne va fiero. Come il destino, la memoria è una cagna indocile. Ma Olivier pare essere riuscito ad addomesticarla. Colpisce ancora bene la palla, è in pace con se stesso. A volte fuma una sigaretta. Si gode la vita, insomma. Come ha sempre fatto.

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