Fabrizio Caldarone: “Vi racconto il mio nuovo progetto culturale con ragazzi indiani”

di - 17 dicembre 2016
Fabrizio Caldarone con i suoi ragazzi

Fabrizio Caldarone è un vanto italiano nel mondo del tennis, forse, come spesso accade, più conosciuto e apprezzato all’estero che in Italia. Nella sua carriera trentennale ha curato gli interessi dei tennisti che hanno fatto la storia del nostro sport. Ha lavorato con Juan Carlos Ferrero, Albert Costa, Guillermo Coria, Patrick Rafter, Ivan Ljubicic, Nicolas Kiefer, David Ferrer, Olivier Rochus, Dudi Sela, Francesca Schiavone, Davide Sanguinetti, ha fatto cambiare racchetta a Maria Sharapova, Nadia Petrova e molti altri. Recentemente ha curato gli interessi di Ivo Karlovic, ha contribuito a creare dal nulla Accademie tennistiche che in poco tempo sono diventate un esempio di efficienza e organizzazione, come l’”Equelite”di Juan Carlos Ferrero in Spagna e il Green Garden Village di Mestre.

Ci vorrebbe un intero articolo solo per elencare tutti i risultati professionali ottenuti da Caldarone, e sono veramente in pochi, nel mondo del tennis, a poter vantare un curriculum di tale rilevanza, ma, da qualche anno, Fabrizio ha deciso di cambiare parzialmente la propria attività occupandosi ora prevalentemente di un progetto che mescola tennis, altri sport e soprattutto crescita culturale e sociale che riguarda principalmente ragazzi che provengono dall’India.

Incontriamo Fabrizio Caldarone nella sua Padova, che finalmente lo ospita quasi stabilmente e non più solo tra un viaggio e l’altro intorno al mondo, come succedeva fino a qualche anno, e ci facciamo raccontare i momenti più significativi della sua carriera e soprattutto questo nuovo progetto pensato specificatamente per l’India.

Fabrizio, proviamo a partire dall’inizio. Quando è nata la passione per il tennis?
La passione mi è venuta giocando. Io ho iniziato a giocare a tennis, perché mi piaceva questo sport, era abbastanza bravino, sono arrivato alla seconda categoria, ho fatto diversi incontri nei circuiti satelliti e nei challenger.

Eri bravo a giocare a tennis, ma ancora di più a studiare e quindi ti è venuta l’idea, tra i primi in Italia, di associare i due aspetti e di portare il management professionale nel tennis…
Io ho studiato scienze politiche a indirizzo internazionale. Allora pensavo di diventare un funzionario internazionale, mi sarebbe piaciuto lavorare all’ONU o in altre associazioni internazionali, o fare quello che aveva fatto mio padre che era direttore di una scuola italiana all’estero, oppure magari iniziare una carriera diplomatica. Nulla a che vedere con il tennis e nemmeno con lo sport in generale. Poi però sono andato a Parigi a fare un master in marketing sportivo. In quel momento ho capito che avrei potuto abbinare la passione sportiva per il tennis con le competenze professionali che avevo acquisito nei miei studi.

Quindi ti sei proposto a agenzie che si occupavano di marketing sportivo
Il primo passo è stato iniziare a collaborare con la ProServ Europe, che aveva sede in Francia ed era la filiale europea di un’azienda americana che si occupava di management e marketing sportivo. Io avevo chiesto di occuparmi soprattutto di tennis, ma ho fatto anche altro, ad esempio ho curato un grande progetto per portare il golf a Disneyland Paris. In quel periodo ho iniziato a curare gli interessi per conto di questa azienda di Noah, Medvedev, Berasategui e tanti altri e mi sono rapportato con tutte le aziende che ruotavano attorno al tennis sia per l’abbigliamento che per i materiali.

Una prima svolta nella tua carriera è stato il passaggio alla Prince, vero?
Dopo due anni di lavoro alla ProServ, ho ricevuto la chiamata dalla famiglia Benetton, che allora gestiva il marchio delle racchette Prince e mi hanno fatto una proposta professionale, che andava esattamente incontro alle mie aspirazioni, fra l’altro dandomi l’opportunità di rientrare in Italia, lavorando vicino Treviso, dopo tre anni vissuti a Parigi. Ho accettato ed è iniziata una lunga e importante fase della mia vita professionale.

Però l’Italia ti stava stretta …
Eh sì, in Prince io facevo marketing promozionale in Italia ed era un bel lavoro, ma ho capito ben presto che la mia aspirazione era quella di andare oltre i confini nazionali, occupandomi dei professionisti e degli eventi internazionali e così proposi alla Benetton di creare un ufficio legato alle sponsorizzazioni internazionali, un aspetto ancora poco diffuso nel mondo e in Italia non lo faceva quasi nessuno, mi hanno permesso di provare a lanciare questa nuova linea imprenditoriale e ho iniziato con molto entusiasmo, proponendo contratti a vari tennisti.

E sono arrivati i primi nomi importanti che hanno firmato i tuoi contratti.
Il primo di un certo livello, a cui mi lega ancora un rapporto di amicizia, è stato Albert Costa. Poi ho incontrato un giovanissimo Juan Carlos Ferrero, allora promettente ragazzino, ha firmato con me un accordo commerciale e da qual momento ha iniziato a scalare le classifiche fino a diventare numero uno al mondo. Poi sono arrivati molti altri, in due anni ho fatto una ottantina di contratti importanti ai migliori tennisti del mondo. Ricordo che nel 2003, in semifinale al Roland Garros tre giocatori su quattro (Ferrero, Coria e Costa) erano stati contrattualizzati da me per conto della Prince.

Quando sei arrivato ai massimi livelli aziendali nella Prince hai deciso di metterti in proprio. Come mai questa decisione?
Ho lavorato per 10 anni con grandi soddisfazioni con la Prince, poi ho deciso di rimettermi in gioco, perché credo che nella vita non bisogna mai sentirsi arrivati, ma sia giusto provare a sperimentare sempre nuove esperienza sia di vita che dal punto di vista professionale. Ho creato così Tennis Consulting che è una struttura che si occupa di marketing e management ad ampio raggio, mettendo a disposizione di tante aziende la mia esperienza accumulata in questi anni. Abbiamo subito fatto un accordo triennale con la Diadora per proporre il suo abbigliamento a diversi tennisti, con grande successo e con molti di coloro a cui avevo proposto di cambiar racchetta anni prima, sono anche riuscito a far cambiare abbigliamento.

E per la prima volta hai iniziato a rappresentare giocatori in senso lato, non solo proponendo marchi o materiali…
Esatto, come Tennis Consulting abbiamo iniziato a rappresentare giocatori, nei contratti con gli sponsor, negli eventi, nelle esibizioni e in tutto quello che poteva essere l’attività fuori dal campo. Ne abbiamo contrattualizzati molti, il più importate è Ivo Karlovic, ma ce ne sono tanti altri.

Molti dei giovani e promettenti tennisti italiani lamentano la difficoltà oggettiva di trovare sponsor o aiuti, mettendo a rischio il proseguimento della carriera per motivi economici. Per la tua esperienza credi che ci siano difficoltà oggettive oppure magari non hanno avuto la fortuna di trovare il manager “giusto”?
La crisi economica generale sta lasciando tracce evidenti anche nel mondo del tennis. Molti anni fa, quando ero alla ProServ facevamo decine di contratti con giovanissimi promettenti, pagando loro tutte le spese necessarie per giocare e per allenarsi nel miglior modo possibile per un periodo che poteva andare da 3 ai 5 anni anche senza alcun ritorno immediato con la clausola che poi, una volta diventato professionista, ci avrebbe dato il 10% dei suoi guadagni per lo stesso periodo. Adesso invece queste operazioni non si fanno più. Le aziende di management non vogliono anticipare nulla. I contratti ora si fanno solo su giocatori che danno garanzie, capisco benissimo le famiglie che dicono di avere problemi economici. I privati non intervengono quasi più, c’è solo da sperare nella lungimiranza della federazione, che, gestendo soldi pubblici, ha il diritto e il dovere di aiutare chi ha necessità.

A proposito di federazione, come mai non hai mai lavorato per la Fit? La tua esperienza sarebbe stata di grande aiuto in federazione.
Io non li ho mai cercati e loro non hanno mai cercato me. Hanno fatto scelte diverse, non ci sono rimpianti almeno da parte mia. Forse, molto modestamente, qualche contributo lo avrei potuto dare, ma non ci sono state occasioni per farlo.

Con la Tennis Consulting avete utilizzato il “metodo spagnolo”. Ci spieghi la differenza tra quello che si fa in Spagna rispetto a quanto fatto qua da noi in Italia
La differenza sta nell’approccio socio-culturale nel mondo del tennis. A volte alcuni maestri o tecnici si creano problemi che non ci sono. Il tennis è uno sport semplice in fondo. Gli aspetti tecnici fondamentali non sono molti. Orami in rete si trovano video di esercizi complicatissimi assolutamente inutili secondo me, c’è sempre la ricerca della novità a tutti i costi, ma a volte mi sembra di vedere la preparazione di un astronauta o al limite di un circense, ma non di un tennista. Con il semplice uso del buon senso e dell’applicazione della tecnica basilare si avrebbero risultati sicuramente migliori. Da questo punto di vista in Spagna la mentalità è più adeguata, perché il profilo è basilare, non si cercano effetti speciali, ma si insegnano gli aspetti rilevanti.

Negli ultimi anni, come già capitato in altri momenti della tua carriera, hai ancora voluto provare a fare altro e ti sei anche trasformato in coach. Raccontaci anche questa esperienza professionale.
La passione per il campo da gioco non è mai svanita, stare troppo dietro le scrivanie e poco sui campi mi ha sempre lasciato un po’ di senso di vuoto e allora ho fatto un accordo con la GPTCA (Global Professional Tennis Coach Association) per diventare coach di tennisti a vario livello.

Secondo te, coach, manager, familiari e tutti quelli che gravitano attorno ai ragazzi che si stanno avvicinando al mondo del tennis fanno il loro bene oppure no?
Sinceramente ho parecchi dubbi. Ora c’è la tendenza a trasformare i bambini in mini professionisti, facendoli isolare da tutto e tutti e mettendoli sui campi o in palestra dieci ore al giorno già a 12 e 13 anni e questo io credo che sia assurdo. Meglio fare due ore in meno di tennis al giorno e lasciarli svagare, conoscere, scoprire altro in quelle due ore. Ogni ragazzino ha la necessità di passare la maggior parte della giornata con i propri coetanei, ha il diritto di accrescere il proprio livello culturale, frequentando normalmente la scuola. Quando leggo che ci sono ragazzini che già alle scuole medie frequentano scuole on line credo che sia assolutamente contro natura. A quell’età devono stare in aula con i propri compagni a confrontarsi con loro.

Dal 2010 hai partecipato attivamente a un progetto molto importante e lodevole “Tennis for Africa”. Raccontaci quando è nato questo progetto e come si è sviluppato.
Lo faccio con molto piacere, perché è un vanto della mia carriera e, in qualche modo, l’inizio di quello che sto facendo ora. Tennis for
Africa
è una organizzazione Onlus fondata nel 1988 da Lorenzo Turchi, che ho incontrato circa sei anni fa, per sviluppare un progetto in Tanzania, volto ad aiutare i ragazzi che vogliono imparare a giocare a Tennis. Io andavo in Tanzania un paio di volte l’anno per cercare di organizzare logisticamente un progetto che potesse far allenare professionalmente i ragazzi più bravi e fare semplicemente giocare a tennis gli altri. Ho coinvolto alcuni giocatori che seguivo io come Oliver Rochus e Stephane Houdet, numero uno al mondo nel tennis su sedia a rotelle, che hanno accolto con entusiasmo l’idea di fare volontariato in Tanzania per aiutare i giovani tennisti e hanno anche ricevuto un importante riconoscimento dell’ATP a testimonianza del loro lavoro. Nel 2017 porteremo in Italia i migliori quattro giovani della Tanzania dando loro la possibilità di allenarsi, offrendo loro tutto, dai trasferimenti agli alloggi, a tutte le strutture per allenarsi sia atleticamente che tecnicamente. Due di loro saranno a Roma alla BFD Academy alla Salaria a Roma e altri due invece saranno qua a Padova al nuovo circolo Plebiscito. Stiamo lavorando con l’ambasciatore italiano in Tanzania, con il Ministero degli Esteri, con il Ministero di Arte, Cultura e Sport della Tanzania per riuscire ad estendere il progetto anche ad altri sport.

Infine a gennaio di questo anno è partito il progetto con i ragazzi indiani, che vengono a fare stage in Italia e in Europa con la tua organizzazione. Da dove nasce questo progetto?
Arrivato a cinquanta anni con quasi trenta di lavoro con i più grandi professionisti, ho sentito la necessità di puntare di più su altri aspetti e non solo su quelli legati ai risultati. Ho iniziato a conoscere alcuni coach indiani e mi hanno parlato della grande voglia di crescere prima di tutto culturalmente di tanti ragazzi provenienti dall’India e allora mi sono attivato contattando i presidi e i gestori delle più importanti scuole indiane per proporre questi stage in Italia e in Europa che possano consentire loro di imparare l’inglese, l’italiano, lo spagnolo, di scoprire tutte le immense bellezze artistiche e culturali del nostro paese e anche di poter imparare e praticare sport, tennis in particolare, ma anche altri, con maestri di livello internazionale. L’idea è stata accolta in maniera entusiastica e in meno di un anno sono già arrivati quindici gruppi di giovani indiani che hanno fatto un periodo di stage da noi e si sono trovati benissimo.

Questo progetto è un qualcosa che va molto di là del tennis, che non ha come primo obiettivo produrre i campioni del futuro, esatto?
Esattamente, è un progetto educativo completo. La maggior parte dei ragazzi che vengono qua non diventeranno nemmeno professionisti, magari qualcuno sarà un giocatore di discreto livello, non so se qualcuno diventerà molto bravo, ma il mio obiettivo è farli crescere da un punto di visto umano e culturale. Le loro giornate sono divise tra lezioni in aula di italiano, di inglese, di spagnolo, di storia, con visite guidate in musei, in quasi tutte le città italiane e anche alcune ore sui campi da tennis. Sport e cultura sono un mix imprescindibile, a differenza di quello che qualcuno pensa.

Dal punto di vista operativo dove ospiti i ragazzi indiani che vengono in Italia?
Qua a Padova fino a poco tempo fa non c’era una struttura in grado di ospitarli e soddisfare tutte le loro esigenze, ora al Club Plebiscito hanno creato una struttura polivalente molto ben attrezzata e non escludo che potremmo servirci di questa nei prossimi mesi. Nel frattempo, nella maggior parte dei casi, li ospitiamo al Green Garden di Mestre che è una struttura polivalente con aule, palestre, piscine, con tanti campi di ogni genere di sport, però ci sono anche casi in cui mi viene chiesto di organizzare su altri stati europei e allora mi occupo della logistica anche in altre nazioni. Fra l’altro adesso siamo in fase di definizione con un accordo con una serie di strutture canadesi, che aprono nuovi scenari verso il Nord America, molto suggestivi e stimolanti dal mio punto di vista professionale.

Credo che guadagnavi di più facendo il manager di tennisti famosi, ma dal tuo racconto mi pare di capire che stai avendo tante soddisfazioni da questo progetto indiano, forse anche di più di quando ti occupavi di top player, ho intuito bene?
Il guadagno non è tutto nella vita, forse sono arrivato a questo progetto proprio perché prima ho fatto tanto con i campioni e ho maturato l’esigenza di fare qualcosa di differente, però è certo che vedere questi ragazzi che sono entusiasti del viaggio in Italia, vedere i loro volti quando ammirano le nostre cattedrali mi lascia una soddisfazione immensa.

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2 commenti

  1. Ken_Rosewall

    Intervista molto interessante, grazie!
    Complimenti al dott. Caldarone, un’eccellenza italiana!

  2. Flavia Di Franco

    Complimenti Fabrizio, tanto lavoro dedicato a coloro che sono meno fortunati di noi. Una bellissima iniziativa.

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