Giampaolo Mauti: tra Academy e College aspettando New York

di - 25 luglio 2017

L’ultimo slam dell’anno è quello che in apparenza si presta più facilmente a un’interpretazione preventiva e, se vogliamo, alla roulette dei pronostici. Tanti mesi di tennis alle spalle, gerarchie definite e stati di forma chiari sembrano dire tutto. Ne abbiamo parlato con Giampaolo Mauti, coach italiano alla Rick Macci Academy di Boca Raton dove lavora anche con alcuni interessanti prospetti USA. E per questo motivo oltre a parlare dell’attuale gli abbiamo chiesto del futuro e del futuribile per cercare di intravedere quanto il grande Paese dello zio Sam è pronto a dare al tennis mondiale.

Buongiorno Giampaolo, partiamo da una considerazione da “semplici” appassionati, la stagione americana è ormai alle porte, con un mese di preparazione agli US Open, ti saresti aspettato nel 2017 di vedere Federer e Nadal dividersi i primi tre slam? Vedi uno di loro favorito d’obbligo per Flushing Meadows?

“Innanzitutto voglio fare I complimenti ad Alessandro e a tutti voi per la passione che avete per il tennis e per il grande lavoro che fate quotidianamente. La stagione americana sta per iniziare e certamente questo 2017 è quanto mai entusiasmante perché si rivive il duello Nadal Federer. Questi due campioni stanno facendo la storia di questo sport e spero che continuino il più a lungo possibile perché aiutano moltissimo il tennis sotto tutti i punti di vista e sono due esempi per i giovanissimi che stanno appena iniziando la propria carriera. Proprio ultimamente mi è capitato di incontrare parecchie persone in giro che non hanno mai seguito il tennis prima e mi chiedono sempre di Nadal e Federer! Per me sono due marziani ed è normale che non mi sarei mai aspettato un dominio assoluto di Federer e Nadal così metto ma allo stesso tempo penso che se non lo possono fare loro chi altro può farlo? Per quanto riguarda Flushing Meadows io vedo 50,1% Nadal e 49,99% Federer.”

Per quanto riguarda il femminile invece che tipo di valutazioni ti senti di fare? Finora l’unico punto di continuità durante la stagione sembra essere stata Venus con due finali (entrambe perse) su tre slam. Secondo te è un segnale sullo stato di salute del circuito?

“Per quanto riguarda il tennis femminile vedo una grande differenza di livello tra Serena Williams e il resto delle giocatrici e, con Serena ferma ai box, per me ogni torneo potrebbe vincerlo una giocatrice differente. Ho l’impressione che ci siano tante giocatrici che giocano molto bene ma poi peccano di mancanza di continuità.”

Restando in tema femminile, andiamo un po’ più nel dettaglio di quello che ci interessa: Garbine Muguruza ha vinto Wimbledon e ha portato a due la quota di slam in palmares; fino a qualche tempo fa non era peregrino porla sullo stesso piano di Madison Keys che però sembra rimasta molto indietro rispetto alla spagnola. Al di là di una stagione partita con il freno a mano degli infortuni, cosa pensi di Madison? È ancora in corsa per prendersi un posto in alto, magari approfittando dell’anarchia attuale?

“Sì, verissimo, Muguruza ha vinto il suo secondo slam in carriera, tra l’altro giocando in maniera fantastica a Wimbledon e battendo in finale – per me contro pronostico – una Venus Williams che sembra ultimamente la giocatrice più continua a livello di risultati e qualità di prestazioni. Sono d’accordissimo con te sul fatto che non tanto tempo fa si metteva Madison Keys sullo stesso piano di Muguruza e devo essere sincero: per me una giocatrice con Il potenziale fisico e tecnico di Madison Keys è allucinante che ancora non abbia vinto uno slam o anche solo ottenuto un risultato migliore della semifinale degli Australian Open Del 2015! So che ha avuto dei problemi fisici che le hanno impedito di allenarsi e esprimersi al meglio ma sono sicuro che una volta superati questi problemi sarà sicuramente una giocatrice destinata a poter competere per la vittoria in uno slam, specialmente Australian Open e US open!”

Un discorso simile a quello fatto per Madison si può riproporre al maschile. Guardando la race to Milan per l’evento NextGen organizzato dall’ATP -a proposito, cosa ne pensi?- i numeri restituiscono una realtà “impietosa”: di questo gruppo di talentuosi e chiacchierati ragazzi nati tra il ’96 e il ’99 il solo Zverev ha fatto lo scatto corposo verso i grandissimi, mentre gli altri sono più parcheggiati. In particolare della grande generazione di ragazzi americani, se la race si chiudesse oggi, andrebbe a Milano solo Frances Tiafoe. Ci si aspettava di più e ce lo si aspetta ancora. Posto che fare catastrofismo oggi non avrebbe nessun senso, che tipo di valutazione ti senti di fare in merito? Quale dei ragazzi della scuderia USTA ti sembra più avanti oggi come tennis e testa, al di là di quanto raccontano i numeri?

“Mi piace l’idea di questo nuovo evento NextGen e sono curiosissimo di vedere come la regola del coaching verrà proposta per la prima volta durante incontri maschili che non siano quelli di Davis. Ad oggi Zverev è il giovane che ha le qualità migliori e una solidità pazzesca a differenza degli altri che lo seguono in questa race. L’americano con miglior potenziale ritengo sia Opelka, ha ancora tantissimi margini di miglioramento e quando raggiungerà la completa maturità tennistica e migliorerà tutti gli aspetti del suo gioco e fisici diventerà un giocatore pericolosissimo per chiunque nel circuito.”

Quando Martin Blackman è stato nominato responsabile giovani dell’USTA la parola d’ordine era stata “calma” con un ritorno al tennis universitario come passo fondamentale per arrivare solidi sul circuito. La tua impressione è che questa cosa sia stata accolta? Anche tra i ragazzi e le ragazze con cui lavori tu percepisci una visione positiva dell’NCAA o c’è ancora “fame” di circuito appena possibile?

“Conosco bene Martin Blackman e lo ritengo una bravissima persona in primis, un grandissimo appassionato di tennis e un grande conoscitore di questo sport poi, oltre che del sistema delle accademie e università visto che prima di andare alla USTA dirigeva la sua accademia a Boca Raton a pochi chilometri da noi. Ha riallacciato tantissimo i rapporti con le academies e con i coach che ci lavorano, e incentiva tantissimo i ragazzi a intraprendere la strada del college. Su quest’ultimo argomento non potrei essere più d’accordo con Martin visto che sono parecchi anni che continuo a dire che il college ha solamente, e ripeto solamente, lati positivi nella carriera di un ragazzo. È naturale che se un ragazzo di 17 anni è già top 100 ATP allora il discorso è completamente diverso, ma sappiamo benissimo che l’età media dei giocatori si è alzata notevolmente e i giocatori raggiungono l’apice delle performance intorno a 27-30 anni per poi continuare fino a 33-36 anni, cosa che era completamente diversa 15 anni fa. Le università sono attrezzatissime, fanno sì che i ragazzi continuino non solo ad allenarsi ma anche a migliorarsi dato che parecchie università hanno a disposizione coaches preparatissimi che li aiutano sotto tutti i punti di vista, economico, medico e -cosa più importante- finiscono con una laurea e, nel caso degli stranieri, con l’imparare l’inglese, cosa da non sottovalutare affatto. Vorrei raccontare questo aneddoto: nel 2001 giocai contro Benjamin Becker in un torneo satellite a Roma, ci persi nella prima tappa al Tennis Club EUR e ci vinsi nella seconda tappa al Garden. Pochi mesi dopo ricevetti diverse proposte di borse di studio in diverse università americane e rifiutai perché non conoscevo il sistema NCAA. Benjamin Becker invece andò a giocare per la Baylor University in Texas vincendo I campionati NCAA di singolo nel 2004 e poi sappiamo tutti la brillante carriera che ha avuto nel circuito ATP subito dopo essersi laureato. Mi sento di fare un appello ai giovani tennisti italiani: ragazzi andate a frequentare il college in America.”

Sempre a proposito di NCAA c’è qualche nome che ti senti di suggerire al pubblico di SpazioTennis di cui non si parla granché proprio per via della poca visibilità del circuito universitario?

“Per quanto riguarda il tennis NCAA purtroppo non ho modo di seguirlo da vicino ma conosco tanti allenatori che lavorano con i college e che vengono spesso in accademia quando è tempo di recruiting e tutti mi parlano molto bene di Cameron Norrie, ragazzo originario della Nuova Zelanda che gioca per la Texas Christian University, college che quando avevo 18 anni mi propose una borsa di studio e per mia non conoscenza del sistema universitario rifiutai, come dicevo prima, con molto rimpianti. Due ragazzi italiani, che tra l’altro sono due miei carissimi amici, hanno giocato per la squadra della TCU laureandosi e vincendo anche il campionato Conference. Tornando al discorso di prima, anche se non sono diventati giocatori di altissimo livello mondiale, Jacopo Tezza oggi è direttore della Evert Academy a Boca Raton e Fabrizio Sestini è tour manager della WTA, direi che entrambi hanno fatto una carriera professionale a dir poco di successo.”

L’anno scorso ti avevamo chiesto delle sorelle Black e oggi torniamo sull’argomento anche se il livello di entusiasmo rispetto alle due ragazze è un po’ scemato anche per via della distanza dal circuito. A che punto sono? In generale tra le ragazze yankee che giocano ancora più ITF che WTA c’è qualche nome che reputi interessante in prospettiva?

“Alicia Tornado Black sfortunatamente ha subito parecchi infortuni gravi tra cui l’ultimo un anno e mezzo fa in seguito al quale ha subito un delicato intervento chirurgico e dopo non è più riuscita ad allenarsi e tuttora fatica anche a camminare. Potete ben capire come possa sentirsi. Nel 2012 Alicia giocò il suo primo ITF a Buffalo a soli 14 anni e perse in finale per poi vincerne uno pochi mesi dopo ad Amelia Island e un altro a Evansville; sembrava potesse già competere ad altissimi livelli, ricordo degli allenamenti con Madison Keys e Lauren Davis alla USTA dove Alicia teneva un livello e una qualità di gioco per niente inferiore alle ragazze appena citate. Purtroppo, e credetemi mi fa male dirlo, non so se potrà tornare a giocare. In quanto a sua sorella Tyra, come dicevo un paio di anni fa, fisicamente è di un’altra categoria. Sta giocando tantissimi, a mio parere troppi, tornei junior ottenendo parecchi risultati. La qualità di gioco c’è, ma non sono d’accordo a giocare troppi tornei junior In giro per il mondo a soli 15 anni, io punterei più ad allenamenti mirati per cercare di migliorarsi sotto tutti I punti di vista e poi tra un paio di anni iniziare a viaggiare ma a livello di ITF e WTA. Due ragazze ancora giovanissime di soli 14 anni che mi piacciono tantissimo sono Cori Gauff e Gabriella Price, che si allena proprio da noi alla Rick Macci.”

Chiudiamo con una domanda di ben altro tenore: la morte di Steve Johnson sr è stata inaspettata e accolta con dolore da tutti quelli che in qualche modo ci avevano avuto a che fare per la qualità della persona. Avevi avuto modo di conoscerlo? Pensi che la USTA possa “usare” il suo insegnamento per educare i padri di atleti a un atteggiamento più sano nei confronti della crescita dei propri figli?

“Riguardo a quest’ultima domanda potremmo aprire un dibattito ampissimo. Non ho avuto modo di conoscere Steve Johnson sr ma da quanto si dice è stato veramente un esempio da prendere e, apro e chiudo una piccola parentesi, ricordo che Steve Johnson ha giocato e si è laureato alla Southern California University.  Non sono assolutamente d’accordo con l’isolare i genitori che anzi andrebbero coinvolti il più possibile, siamo noi allenatori che li dobbiamo educare ma poi deve esserci rispetto dei ruoli in quanto le decisioni nell’ambito tennistico spettano all’allenatore. Purtroppo qui negli Stati Uniti l’atteggiamento dei genitori talvolta è un po’ troppo aggressivo verso i bambini: si vuole tutto e subito. Io abolirei tutti I ranking under 10 e under 12 perché a quell’età i bambini devono per prima cosa divertirsi e fossilizzandosi sul ranking questa cosa viene a mancare sempre più. Il consiglio che do quotidianamente a tutti i genitori dei ragazzi è quello di pensare a migliorarsi di giorno in giorno e cercare di aggiungere poco a poco sempre qualcosa di più. Ripeto: il ruolo dei genitori è importante quanto il ruolo dell’allenatore e forse anche di più, ma ci deve sempre essere Il rispetto dei ruoli per fare il bene dei ragazzi.”

Si ringrazia Giampaolo Mauti per la cortesia e la disponibilità dimostrate.

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