Giulia Bruzzone: “Non avevo più motivazioni. Nel tennis bisogna essere pazienti”

di - 3 maggio 2018
Giulia Bruzzone

A 23 anni Giulia Bruzzone raggiunge il suo best ranking al numero 439 WTA, una tennista in grande ascesa di cui si dice un gran bene. Tecnici, giocatrici, appassionati apprezzano una ragazza tenace e talentuosa che gira il circuito ITF con grinta da vendere. È timida ma non insicura Giulia, così dicono gli esperti. È piccolina ma possiede buone gambe, un buon timing sulla palla, è mancina e le sue scelte di gioco non sono male. C’è fiducia su di lei nel mondo tennistico azzurro. A luglio vince un $10.000, il primo successo nell’amata Sharm El Sheikh, e da lì in poi non si ferma più. Vince 30 partite su 38, trionfa in un altro torneo egiziano e appare lanciatissima anche in doppio. L’anno successivo, sempre a luglio coglie altri ottimi risultato che la portano appunto al numero 439 WTA che resterà il suo miglior risultato in termini di classifica. Solo sei mesi dopo gioca la sua ultima partita da Professionista, contro la Vdovenco, in Spagna, perdendo in 3 set. Torna a casa e decide improvvisamente di smettere. All’epoca sembrò inspiegabile. Oggi finalmente Giulia ci racconta cosa è successo.

Partiamo dalla fine. Perché hai smesso l’attività agonistica internazionale a soli 25 anni?
“In campo non riuscivo più a divertirmi, quindi subentrava la frustrazione di non riuscire più a lottare in campo. Ancora oggi non so cosa sia successo dentro di me, è come se ci fosse stato un black out motivazionale. Si devono fare così tante rinunce per emergere in questo sport che ad un certo punto esce fuori prepotentemente la voglia di fare una vita ‘normale’. Pensa solo alle difficoltà nel conciliare studio e sport agonistico di alto livello: gli anni passati a studiare la notte o in giro durante i tornei con i libri nel borsone ti sfiancano e finiscono per essere un fardello che poi ti porti appresso per parecchio tempo. Almeno a me è successo questo. Il tennis ti riempie così tanto la quotidianità che non riesci a seguire altro. Sei in giro per tornei 30 settimane l’anno, diventa difficile mantenere relazioni che non siano con altre tenniste, hai la famiglia spesso lontana, ed anche quando sei a casa devi fare una vita dedicata al solo obiettivo di curare tecnica e atletica. L’unico focus deve essere il tennis se vuoi emergere, e questo alla fine pesa”.

C’è un limite del sistema Italia in questo senso?
“Non è un caso che gli italiani esplodano mediamente più tardi in tutti gli sport agonistici. Dipende in parte anche da come è concepita la scuola in Italia, secondo me pone troppi paletti. Anche le assenze che sei costretta a fare finiscono per penalizzarti eccessivamente, sia come percezione dei professori che ti attribuiscono poco impegno scolastico, sia per le regole che impongono un numero minimo di presenze”.

E ora?
“Adesso insegno, al Coop Pegli 2, dalle nostre parti viene chiamato Quartiere Giardino, e sono piuttosto contenta perché mi ha chiamata Riccardo Mauri per collaborare nel suo staff, dove mi trovo davvero bene. L’ambiente è professionale e sul piano umano stimolante ed appagante. Non potevo chiedere di meglio per cominciare questa nuova avventura come maestra”.

Da junior sei stata 170 del mondo, pensavi che sarebbe stato più facile poi da professionista? Hai affrontato tante giocatrici fortissime come Timea Babos ad esempio.
“Qualche settimana fa mi è capitato tra le mani un tabellone under 14 in Portogallo: quando ho letto i nomi ti posso dire che sono rimasta incredula, c’era Karolina Pliskova! Giocavo ad un livello davvero alto! In un under 18 in Tunisia ero in tabellone con la Mladenovic e ti dico che era così alta che quando ho saputo che era 2 anni più piccola di me non ci volevo credere. Da junior ero forte, giravo molto, mi davo da fare parecchio e comunque sapevo che poi da pro le difficoltà sarebbero state anche maggiori”.

Quando sei scesa in campo con la Vdovenco in Spagna, sapevi già che sarebbe stata la tua ultima partita da Pro?
“Assolutamente no. In realtà non ero nemmeno così delusa, perché me l’ero giocata in tre set contro una giocatrice molto forte. Solo mi stavo rendendo conto che la fiamma si stava spegnendo, quello sì. Non avevo ancora realizzato appieno che non avevo più quel fuoco, ma cominciavo a percepirne i segnali. Tornando a casa e non avendo programmato altri tornei nell’imminenza, man mano ho cominciato a riflettere che mi sarebbe piaciuto restare in campo per insegnare agli altri a competere, più che essere ancora protagonista direttamente. Mi sono riscoperta paziente e determinata a comprendere gli allievi”.

Quale dote è la più importante per essere un buon maestro?
“Comprendere gli altri. Che tu abbia un bimbo di 6 anni o il commendatore della domenica devi trovare la chiave per comunicare con lui, usare un linguaggio ed un modo di porti adeguato, capire in che modo l’allievo possa imparare perché non siamo tutti uguali, anzi siamo tutti diversi. Anche il tono della voce, per dirne una, può influire. Qualcuno lo devi stimolare mentre a un altro magari devi dare sicurezza e tranquillità. Se trovi le chiavi degli allievi puoi davvero fare miracoli, sia che tu alleni un agonista di livello, sia se segui un principiante. E le soddisfazioni possono essere persino maggiori di una vittoria in un torneo professionistico. Far passare le emozioni può essere uno degli obiettivi che mi pongo come maestra”.

Obiettivi a lungo termine come coach?
“Non ti nego che mi piacerebbe molto un giorno mettere la mia esperienza diretta a disposizione di qualche ragazza che si affaccia negli ITF. Ti dico più ragazza perché i maschietti ancora tendono a fidarsi di più dei coach uomini: ora forse la tendenza sta cambiando, almeno in giro per il mondo”.

Mi parli di Sharm e della tua passione per quei tornei?
“Ogni volta che andavo si creava un ambiente speciale, particolare, bellissimo. Ti ho detto del gruppo delle brasiliane, davvero simpatiche, ricordo in particolar modo Karina Venditti con la quale ho giocato anche in doppio. Il fatto è che molte di noi erano davvero felici di stare lì, e quindi c’era molta allegria. È comodo, perché c’è un aereo da Milano ogni giorno, se prenoti presto trovi anche delle offerte molto interessanti. Di solito si resta 3 o 4 settimane. Ci sono tornei tutto l’anno e sempre ci sono combined, quindi è anche divertente per questo, ti confronti con i ragazzi. In genere in un prezzo intorno ai 60 euro al giorno erano incluse colazione e cena oltre ovviamente al pernotto, quindi dovevi pensare solo al pranzo. Potevi dividere la stanza con le altre ragazze con le quali ti accordavi le settimane precedenti e quindi se volevi potevi anche risparmiare. Certo se giri con l’allenatore ti costa di più, ma c’è comunque l’abitudine di condividerlo con le altre e un coach magari gira con 3 o 4 ragazze. Molte volte andavo da sola. Anche l’organizzazione è una cosa divertente, mi è capitato di organizzare una trasferta con ragazze indiane, per dire, con le quali sono rimasto anche amica. C’era un clima di ‘sorellanza’ incredibile, pensa che una volta eravamo io e Jasmine Ladurner in finale di doppio contro due russe, una era la Morgina l’altra non ricordo, che ci dicono: ”andiamo in disco dopo il match?”. Io ero in dubbio, perché non amavo la discoteca, preferisco il latino-americano, e alla fine abbiam fatto le tre di notte, divertendoci come pazze”.

I tuoi maestri?
“Il primo maestro è stato Maurizio Quinti, che i miei conoscevano per via della nostra casa in montagna vicino Cuneo. Chiesi di provare e cominciai a giocare d’estate. Poi al CONI da una volta a settimana fino a 5 volte a settimana. I miei giocavano a tennis per divertimento, mia madre proveniva dal nuoto, mio papà dallo sci, quindi non erano così avvezzi al tennis, eppure io mi sono davvero appassionata e da quel momento non ho più smesso. La mia prima racchetta è stata una Dunlop gialla e viola, che mi sembrava una clava (ride, ndr). Poi Fabio Lavazza, che mi ha seguito dal primo torneo all’estero. All’inizio mi allenavo qui a Prà, su terra: il campo era così piccolo che c’era il muro subito dietro la linea di fondo e quindi questo mi ha permesso di sviluppare il senso dell’anticipo che tuttora è un mio forte”.

E poi sei andata dai Piccari ad Anzio.
“È andata così. Dopo Lavazza sono andata a Pegli dal maestro Libbi, che però non poteva accompagnarmi ai tornei. In un torneo in Inghilterra, a Bournemouth sulla terra verde, mi accompagnò quindi un osteopata, Luciano Doniaquio, che nel corso del tempo è diventato una persona importante per me. Sapendo che c’era anche un torneo maschile andammo a vederlo con le altre ragazze e stava giocando il più giovane dei Piccari (Alessandro), il quale vedendomi disse ad alta voce: “Non è uno spettacolo per bambini, portatela via”. Cavolo, è vero che ho sempre dimostrato meno anni, però all’inizio ci rimasi malissimo. Poiché Piccari vinse alla fine diventai una sorta di mascotte. Facevo la spola da un campo all’altro per fare il tifo. Quando poi Francesco, il più grande dei due fratelli, venne a giocare a Genova ci incontrammo di nuovo e mi chiese se volevo provare da loro ad Anzio dove avevano aperto una Accademia. Alla fine sono rimasta un anno e mezzo. E c’era anche Karin Knapp ovviamente (ora moglie di Francesco)”.

Il tuo rapporto con Karin?
“All’inizio avevo un timore reverenziale assurdo. Lei è tedesca. E calmissima. Anche dopo un brutto errore non si arrabbiava mai. Capitava di giocarci insieme, e quando ci giocavo contro e facevo un quindici esultavo dentro di me come avessi vinto Wimbledon. Capirai, ex numero 30 del mondo frenata solo da infortuni. Quando giocavamo insieme il doppio ad ogni errore le chiedevo scusa, fin quando lei li disse “Gioca e basta, se sbagli pazienza!”. Anche fuori dal campo c’era un rapporto splendido. Adesso ci sentiamo poco perché poi ci siamo un po’ perse di vista però resta nel mio cuore”.

Segui ancora il circuito anche se non sei in attività?
“In realtà molto meno, giusto su Facebook se ho qualche notizia faccio i complimenti, e ovviamente mi fa molto piacere se qualcuna delle mie amiche vince. In questo momento oltre ad impegnarmi nell’insegnamento mi sto divertendo molto con un hobby che mi riempie parte delle giornate ed è davvero divertente”.

Cioè?
“Facciamo rievocazioni storiche con il gruppo dei Balestrieri del Mandraccio. La cosa entusiasmante è provare le esperienze della vita reale del medioevo: scarpe di cuoio, i vestiti di panno o di tela, nelle trasferte si monta il campo medioevale, dormendo su giacigli di paglia o sulle pelli di pecora, di cinghiale. Ora partirò con la compagnia per Padova dove pur essendo una ragazza sarò ‘corazzata’ per partecipare alla battaglia, scenderò in mischia e quindi il mio ragazzo mi ha adattato l’elmo, le gambe armate, i guanti per scendere insieme a loro. Mi diverto tantissimo a tirare di balestra, lo adoro: nel torneo usiamo le punte di metallo, ma in mischia si usa il dardo imbottito altrimenti farebbe davvero male”.

Tornando al tennis e alla tua carriera, hai rimpianti? E quali errori credi di aver fatto?
“Il rimpianto è quello di non essere riuscita a giocare Slam, in particolare Wimbledon e Australian Open. Da junior ero arrivata 170 della classifica mondiale ma poi sono leggermente calata e non sono entrata nei tabelloni degli Slam. Per il resto ho sempre cercato di dare il massimo: da under non avevo la maturità per affrontare alcune difficoltà. Per farti capire, da piccolina ero molto più timida e chiusa, e non ero in grado di cogliere quegli aspetti che mi potessero far crescere, più che sul piano tecnico su quello dell’esperienza fuori dal campo. Poi mi sono sciolta quando sono entrata nel mondo pro. Sai nel circuito devi saper affrontare molte difficoltà anche inaspettate, dall’abituarsi ai campi all’alimentazione fino al rapporto con le compagne e colleghe, non sempre facilissimo in un mondo così competitivo. Io alla fine mi adattavo pure bene, avevo diverse amiche, una su tutte Elena Cadar, una ragazza romena davvero fantastica. Di errori ne avrò anche fatti tanti, forse li ho persino cancellati dalla memoria. Ho rimosso”.

Che tipo di coach sarai?
“Non lo so ancora, però se c’è una cosa in cui credo è il concetto di staff. Alcuni coach pensano di saper fare tutto loro, io credo che ci debba essere una sostanziosa parte del budget dell’atleta che vada suddiviso con il preparatore atletico, il nutrizionista e altre figure. Sicuramente programmerei una stagione con un tot di tornei in cui seguire direttamente l’atleta in performance, poi magari mandarlo qualche volta da solo a ‘farsi le ossa’ soprattutto sul piano dell’autonomia organizzativa ed emotiva.  Capita comunque che per risparmiare le atlete scelgano un maestro accompagnatore unico da condividere, anche questa è una soluzione, anche se forse non quella ideale”.

Tre consigli per una tennista che muove i primi passi nel circuito WTA.
“Il primo è un must: ‘pazienza’. È assolutamente necessario non avere fretta di fare punti. È molto difficile avere una classifica WTA all’inizio, perché occorrono 3 risultati utili in 3 differenti tornei (a meno che non se ne vinca uno, ndr) ed ovviamente è molto complicato riuscire a farli perché il livello è altissimo. Più pensi ai punti, meno ne fai. Io mi dicevo sempre di entrare in campo e giocare al massimo. Il secondo consiglio può essere andarsi a cercare tornei più accessibili. Ci sono tornei dove è un pelino più facile prendere punti, ora Sharm è diventata più dura ad esempio, ma ce ne sono altri in giro per il mondo con entry list di livello inferiore. I più difficili in fondo sono proprio in Europa.”

Il primo torneo vinto te lo ricordi?
“Nel 2013 a Sharm ovviamente: ricordo che i primi due turni affrontai e sconfissi due russe, poi nei quarti la Bonxx, una americana, l’unica con cui ho perso un set, e poi in semifinale una neozelandese prima di battere la Konotoptseva, una ragazza della Repubblica Ceca che ha la mamma inglese e quindi gioca per la Gran Bretagna. Fu una gioia indimenticabile, vissuta partita per partita. Nella finale cominciai contratta da morire, sotto 4-1, poi pian piano mi sono ripresa e da lì in poi ho ritrovato la bussola e i colpi partivano da soli, ho chiuso 6-4 6-1 con il tifo indiavolato di Puccio Fede, il fratello del famoso giornalista Emilio Fede, che mi ha sostenuto per tutto il match”.

Il fratello di Emilio Fede? E che ci faceva lì?
“È pazzo di tennis, vive a Sharm e non perde occasione per seguire qualche match dal vivo. È di una simpatia speciale, un vero gentleman. Capitava che ci accompagnasse in aeroporto, passava del tempo con noi, ci faceva fare un giro per Sharm. Insomma una presenza sempre gradita anche se discreta. Ricordo che si informava sempre su quali tornei giocassimo. Una persona solare. Ogni tanto torna a Roma, ma lui ama talmente l’Egitto che non vede l’ora di tornare lì”.

Sei giovanissima ancora, c’è speranza di vederti giocare ancora a livello pro?
“Se mi ‘ritornasse la scimmia’ tornerei a giocare alcuni open magari, però quando il maestro Luca Barabino mi ha chiesto di dargli una mano con i bambini ho scoperto che la cosa mi piace, ed essendo Maestra Nazionale ho pensato di cominciare questa nuova avventura. Uno dei miei pensieri è anche quella di fare il corso per il tennis in carrozzina, ad esempio”.

Giulia è ancora così giovane che potrebbe ancora rientrare nel circuito con possibilità di emergere, eppure ha deciso di mettere la propria passione ed esperienza al servizio dei più piccoli e dei talenti in erba. Ce la farà.

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