Roberto Marcora: “Pronto al rientro. L’infortunio? Una dura prova di solidità mentale”

di - 15 marzo 2017
Roberto Marcora - Foto Mario Rota

A otto mesi dall’operazione che lo ha costretto alla lontananza forzata dai campi Roberto Marcora è quasi pronto al suo rientro. Il natio di Busto Arsizio ex 178 del mondo è chiamato all’arduo compito di dover ricominciare la scalata del ranking dalla posizione numero 691 e da tornei futures. Per riuscirci ha apportato modifiche al suo team continuando però dalla solida base del rapporto con Uros Vico e dalla sua permanenza al T.C Milano anche se ha svolto parte della preparazione per la nuova stagione tra Nizza e Montecarlo, dove ha avuto modo di allenarsi con un signore di nome Novak Djokovic. Un paio di settimane lo separano dal ritorno nel circuito e Spaziotennis.com lo ha intervistato per sapere come si appresta ad iniziare il 2017 dopo una preparazione finita con qualche mese di ritardo rispetto ai colleghi.

Non scendi in campo in un torneo ormai da nove mesi. Iniziamo parlando dell’infortunio che ti ha obbligato a questo periodo di pausa forzata.
Ho iniziato ad avere problemi alla spalla ormai tre anni fa, il mio calvario è iniziato nell’aprile del 2014 quando ho giocato contro Gilles Simon nelle qualificazioni del torneo 250 di Casablanca: nel primo game del terzo set dopo un servizio in slice mi sono procurato una sublussazione alla spalla e per tre minuti non sono riuscito ad alzare il braccio. In un primo momento ho provato a rimediare con degli esercizi, ma col passare del tempo la lesione è peggiorata fino a degenere totalmente nella stagione 2016, nella quale giocavo due settimane sì e una no. A giugno quando ho disputato all’Harbour le qualificazioni del challenger di Milano non riuscivo nemmeno a servire dall’alto. Dopo quel torneo ho fatto una risonanza dalla quale è uscito fuori che il tendine sovraspinato e il cercine lesionati. Di conseguenza L’11 luglio sono stato operato e inoltre ho approfittato del periodo di stop per operarmi anche ad un alluce del piede che avevo rotto nel 2010 a Pozzuoli contro Stucchi.”

Come è andata la riabilitazione e come hai vissuto il periodo post operazione?
“E’ stata dura, non tanto nei primi mesi perché quando la ferita è “fresca” i miglioramenti sono netti e prevale la voglia di tornare a giocare. Ma col passare del tempo è diventato più difficile e i miei dubbi sono stati ulteriormente alimentati dalle difficoltà avute nel progredire con la stessa facilità e velocità del post operazione, inoltre vedere le partite in tv non mi ha aiutato perché in me accresceva la smania di voler tornare in campo il prima possibile. Devo ammettere che è stata una dura prova di solidità mentale per me. Però ora è tutto finito e non vedo l’ora di poter tornare a competere.”

Quando sei riuscito a rientrare in campo e quali sono state le tue sensazioni? Ci sono degli aspetti particolari sui cui ti stai concentrando insieme a Vico?
“Ho ripreso quasi spingendo al massimo verso dicembre e ora sono in piena preparazione per la nuova stagione. Ho passato due settimane a Nizza nell’accademia di Mouratoglou e poi sono stato a Montecarlo dove ho avuto l’opportunità di allenarmi con Djokovic e Dimitrov. Le sensazioni che ho avuto sono state positive, l’unico neo sotto questo punto di vista è il servizio nel quale la spalla mi dà ancora qualche problema e difficilmente sarà apposto nei primi tornei che giocherò. Onestamente non sto neanche forzando troppo sotto questo aspetto perché quando servo tanto la spalla si affatica, però in generale specialmente nell’ultimo mese ci sono stati dei miglioramenti importanti e credo che anche il servizio dopo qualche partita di rodaggio in torneo andrà a posto. Con Uros, che rimane il mio coach storico anche se ora viene affiancato anche da Tideman, stiamo lavorando sulle stesse cose che curavo prima dell’infortunio: cercare di essere meno falloso o prendere campo, specialmente sulla prima devo migliorare perché in passato in alcune partite sono stati i gratuiti di troppo ad essermi fatali. Sto curando molto anche la parte atletica in cui ho fatto dei passi da gigante. Sono rimasto legato ad Alessandro Buson che continua a seguirmi al Tennis Club Milano anche se ho iniziato a collaborare anche con Umberto Ferrara, che è anche il preparatore atletico di Cecchinato”.

Hai detto di essere stato a Nizza prima e a Montecarlo poi. A cosa è dovuta questa decisione? Come ti sei trovato?
“Ho fatto due splendide settimane di duro lavoro come piace a me da Mouratoglou a Nizza. Mangiavo, dormivo e mi allenavo, è stato magnifico. La decisione è stata conseguente alla volontà di voler giocare all’aperto, cercavamo una struttura con palestra e campi a portata di mano. Tideman, il coach svedese con cui collaboro da quest’anno, faceva base lì con Chardy e conosce personalmente Mouratoglou, quindi abbiamo deciso di andare nella sua accademia e devo dire di aver trovato una struttura veramente fantastica. A Montecarlo ho vissuto un’altra esperienza favolosa, giocare con Djokovic è stato magnifico anche perché è uno dei miei giocatori preferiti nel circuito. Anche se devo dire che l’ho trovato un po’ distratto specialmente rispetto a Dimitrov, che invece era molto concentrato e sempre sul pezzo. Però a parte questo sono naturalmente entrambi dei mostri e non credo ci sia bisogno di tessere le loro lodi perché sono quasi di un altro pianeta. Tuttavia la persona che mi ha dato di più specialmente a livello umano è stato Thomas Johansson, che ha vissuto una situazione simile alla mia con un grave infortunio al ginocchio dopo aver vinto l’Australian Open nel 2002 e riuscì a tornare a competere ad alti livelli. Quindi faccio sicuramente tesoro dei suoi consigli per il mio rientro.”

Tra il 2014 e il 2015 avevi raggiunto traguardi importanti come giocare le qualificazioni in tutti e quattro gli Slam e il tuo best ranking di 178 e, anche se prima dell’infortunio la tua classifica aveva avuto una flessione, eri comunque tranquillamente dentro i primi 300. Ora che ti ritrovi a dover ricostruire la classifica praticamente da zero come ti senti?
“Al momento non torno in campo pensando alla classifica anche se non nego che le modifiche apportate al mio team sono state fatte per raggiungere traguardi importanti che vadano oltre il mio best ranking anche se so che non sarà per niente facile riuscirci. Inoltre nella mia carriera ho scalato posizioni poco a poco di anno in anno quindi so che posso fare nuovamente la scalata. Adesso ho raggiunto una fase di maturità e consapevolezza, ho avuto modo di imparare dagli errori fatti in passato e ho l’esperienza dalla mia parte. Sicuramente dover ricostruire la classifica da capo non è il massimo però sono molto fiducioso.”

Hai parlato di maturità. Credi che il fattore anagrafico potrà influire sui tuoi risultati nei prossimi anni o pensi di poter raggiungere il picco della tua carriera in età avanzata come successo negli ultimi anni a diversi tuoi colleghi.
“Il 30 agosto compirò 28 anni però non mi sento meno bene rispetto a quando ne avevo 24, anzi. Ora sono molto più preciso in allenamento e lo gestisco nettamente meglio a partire dalla cura che metto nel riscaldamento fino ad arrivare alla parte atletica e all’alimentazione, a cui dedico un’attenzione maggiore rispetto a qualche anno fa. Vi sono molti esempi di giocatori che sono riusciti ad esprimersi al meglio dopo i 30 anni, quindi sono positivo e come ho già detto credo di poter raggiungere traguardi importanti.”

Quando tornerai in campo e come gestirai la programmazione nei prossimi mesi? Quali sono i tuoi obiettivi per questa stagione?
“Tornerò in campo la settimana del 27 marzo in un futures a Madrid dove ho accesso al main draw grazie al ranking protetto. L’idea è quella di giocare sulla terra e accumulare il maggior numero di partite specialmente nelle prime settimane. Come ho già detto non ho scopi particolari di classifica anche se non voglio impantanarmi nei futures e quindi il mio auspicio è quello di poter iniziare il prima possibile a giocare le qualificazioni nei challenger e più avanti di poter raggiungere palcoscenici più importanti, anche perché a fine carriera quello che rimane non è tanto la posizione raggiunta nel ranking quanto le emozioni date dai tornei e dalle partite importanti giocate.”

A proposito di ciò, per concludere potresti raccontarci la tua esperienza nei tornei dello Slam…
“Lo Slam a cui sono maggiormente legato è il primo a New York, passai un turno vincendo contro Pedja Krstin e inoltre in quell’occasione venne la mia famiglia vedermi. Un altro Major che mi è rimasto nel cuore è quello australiano, l’unico che ho giocato in due circostanze, anche se la prima volta che l’ho giocato l’ho vissuto quasi come un turista non tanto perché non c’era la voglia di fare bene ma perché era una cosa nuova per me e quindi ho commesso qualche leggerezza dovuta all’inesperienza. Un esempio? Passare il tempo antecedente al mio incontro a vedere le partite degli altri senza focalizzarmi al 100% su quello che era il mio impegno. Ora la gestirei in maniera diversa, sarei molto più concentrato su me stesso e sul risultato. Di Wimbledon ho dei ricordi positivi anche se le qualificazioni non si giocano all’All Lawn England Tennis Club ma a Roehampton: è stato comunque piacevole anche perché per essere la mia prima volta sull’erba non ho giocato affatto male e ho perso solamente al terzo set contro Pella. Inoltre nel 2015 ho giocato le qualificazioni sia a Roma che a Montecarlo, al Foro persi contro Dolgopolov 6-4 6-4 dopo un’ottima partita mentre qualche settimana prima a Monaco vinsi un solo game contro Istomin forse sopraffatto anche dall’emozione perché stavo giocando per la prima volta il torneo che andavo a vedere quando ero bambino”.

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