Alessandro Motti: “Il tennis del futuro? Bisogna accorciare i match e limitare i tempi morti”

di - 27 dicembre 2017
Alessandro Motti - Foto Berlincioni

Alessandro Motti è una delle persone che si incontrano più volentieri in giro per i tornei, oltre ad essere un ragazzo molto simpatico e disponibile è un vero appassionato di tennis e di sport in generale per cui nascono sempre conversazioni interessanti. Reduce da un’annata tra alti e bassi, con l’exploit della finale ATP ad Istanbul, abbiamo avuto modo di parlare del tennis di ieri, di oggi e di domani.

Alessandro, tu sei in giro dal 2000 e quindi hai visto il mondo del tennis cambiare. Ho parlato recentemente con Leonardo Azzaro e mi ha detto che se avesse giocato “ai giorni nostri” per lui sarebbe stato più facile perché ci sono molti più tornei in calendario, soprattutto per chi come lui aveva una preferenza per il veloce. Ad esempio in Asia prima c’era un torneo ogni due mesi mentre ora ci sono ogni settimana.
“I tornei sono aumentati soprattutto in Asia mentre in Europa ed in Italia forse sono leggermente diminuiti ma sul veloce sicuramente ci sono più possibilità. E’ vero che magari ora è più facile avere classifica ATP e prendere uno o più punti se trovi una Wild Card locale scarsa ma poi? In realtà c’è molta più concorrenza oggi e ti può capitare di andare a fare appunto quella trasferta in Asia e tornare a casa senza punti perché trovi gli asiatici che ormai giocano tutti bene, gli specialisti dei tornei asiatici che sono perfettamente abituati al clima, al cibo…quindi all’inizio è più facile entrare in classifica ma per salire devi essere costante e giocare tanto”.

A livello di superfici cosa è cambiato negli anni?
“Le superfici si sono uniformate, la terra è più veloce e il cemento più lento: non trovi più i veri specialisti ma tutti si adattano e (cosa che faccio anche io) da una settimana all’altra passano da terra a cemento senza problemi. Ora tutti giocano dappertutto, non c’è più lo specialista terraiolo o quello solo servizio: tutti giocano più settimane possibili quindi fisicamente e mentalmente è più dura, se stai fermo un mese tutti gli altri giocano e ti superano in classifica”.

A livello di punteggio nella tua specialità, il doppio, ci sono stati i maggiori cambiamenti: il deciding point ed il supertiebreak al posto del terzo set. Come li hai vissuti?
“Il deciding a me piace mentre il supertiebreak a volte rischia di falsare i match: magari hai dominato il primo set, gli avversari hanno uno spunto nel finale del secondo e ti trovi tutto ribaltato ed il match deciso nei successivi 5 minuti. Alla lunga i più forti vincono ma sulla singola partita i valori possono essere alterati”.

A proposito di nuove regole, hai seguito le Nextgen Finals?
“L’abolizione del let sul servizio non mi piace, ho giocato con questa regola quando anni fa fu fatta la sperimentazione nei challenger. Sono d’accordo invece sul fatto che gli spettatori si possano muovere: se pensi al basket quando i giocatori devono tirare i tiri liberi c’è il pubblico davanti a loro che fa qualsiasi tipo di urla o verso. Ovviamente all’inizio sarebbe traumatico perché siamo abituati al silenzio assoluto ma penso sia solo questione di abitudine. Il coaching per me è una novità molto positiva, anche se rischia di “discriminare” chi si può permettere il coach e chi no ma almeno il coach può diventare una figura utile anche durante una partita, soprattutto peri giovani”.

Per i giovani non c’è il rischio di rallentare la crescita soprattutto a livello mentale e decisionale, avendo a disposizione qualcuno che ti consiglia come giocare durante il match?
“Alla fine in campo giochi tu, anche se hai il coach migliore del mondo. Il coach poi lo ha anche l’avversario quindi il giocatore oltre a seguire i consigli del proprio dovrà comunque adattarsi anche ai “cambiamenti” suggeriti dal coach avversario”.

Dello shot clock invece cosa pensi?
“Mi piace ma in questo caso ci deve essere un arbitro bravo ed elastico perché ci sono dei fattori (raccattapalle lento, pubblico che crea confusione) che non dipendono dal giocatore”.

Reputi opportuno il fatto di poter chiedere un solo Medical Time Out per match? A volte è una tattica più che un bisogno e ci sono giocatori che scientificamente chiamano MTO per rifiatare o per spezzare il ritmo all’avversario pur non avendo alcun reale problema fisico. Tra l’altro nei tornei minori magari il fisioterapista ci mette pure 10 minuti ad arrivare, bloccando di fatto il match.
“Sinceramente se hai un problema un fisioterapista durante una partita per 3 minuti non può fare niente, una volta basta e avanza magari aumentando il tempo a disposizione e concedendolo solo a fine set quando ci sarebbe comunque una pausa”.

Parliamo di doping. C’è stato il recente caso di Rebecca Marino ex top-40 che aveva programmato con la Federazione canadese il rientro dopo qualche anno e qualche vicissitudine ma non ha potuto giocare i due tornei in cui avrebbe avuto WC perché prima che un giocatore ritirato possa ricominciare a giocare deve aver dato disponibilità ai controlli anti-doping per 6 mesi. Tu vieni controllato?
“Mi è capitato una sola volta quest’anno, “in competition”. Più sei messo bene in classifica più controlli hai. Anche in questo caso ci vorrebbe un po’ più di elasticità: mi è capitato di essere controllato alle 10 di sera al Challenger Due Ponti a Roma dopo aver perso 10-8 al supertiebreak…”Ho 38 anni, sto controllando i treni nervoso per la sconfitta…lasciami stare” (ridendo)”.

Hai mai avuto sospetti verso qualche tuo avversario che magari non sembrava mai stanco, non andava mai fuori fiato?
“Qualche anno fa con qualche terraiolo mi è capitato di avere qualche dubbio ma dire quello è dopato è impossibile”.

Per quanto riguarda la lotta al match-fixing, aldilà del filmato che viene mostrato a chiunque prenda l’IPIN (ovvero il codice necessario partecipare a tornei professionistici), vi vengono fatti aggiornamenti durante l’anno?
“Io non ho mai visto nessuno della Tennis Integrity Unit ma quando ho fatto l’Università dell’ATP ci hanno spiegato alcune cose, molto banali, riguardo a ciò che puoi o non puoi fare”.

Da spettatore ti piace vedere il tennis?
“Non mi piace per via delle troppe pause, mi interessa solo guardare qualcuno che conosco o vedere come va a finire una partita: ad un match completo preferisco vedere gli highlights. Mettermi lì a vedere una partita intera è impossibile, ci riesco solo se nel frattempo faccio altro”.

Se tu fossi a capo del mondo del tennis e volessi rendere più attraente il “prodotto” tennis cosa cambieresti?
“Si dovrebbero velocizzare I tempi morti tra un punto e l’altro, se hai meno tempo di recupero magari lo scambio successivo devi cercare di accorciare: scambio lungo non è sinonimo di scambio divertente. A me piace vedere il basket perché lì ci sono meno pause ma più lunghe quindi hai il tempo di assentarti, stessa cosa mi è capitata andando a vedere l’hockey su ghiaccio negli USA: pause lunghe tra un periodo e l’altro in cui puoi alzarti e fare altre cose ma quando inizia il gioco sei lì concentrato, interessato e niente ti distrae. A volte mi capita anche di portarmi un libro ai tornei cosi magari mi metto a leggere in tribuna, guardo lo scambio, continuo a leggere e così via”.

Sulla lunghezza totale del match, il fatto che possa durare anche 4 o 5 ore che ne pensi?
“Le partite degli Slam sono troppo lunghe, a volte anni fa anche le finali di alcuni tornei erano al meglio dei 5 ma indipendentemente dalla superficie 5 set possono risultare noiosi. Il mondo del tennis dovrebbe lavorare sia nell’accorciare i tempi tra un punto e l’altro sia nella durata totale dei match”.

L’asciugamano è così fondamentale? In nessuno sport c’è una cosa del genere, così continua e che porta via cosi tanto tempo al tennis “giocato”.
“A volte ti serve per asciugarti davvero ma viene usato spesso anche nei palazzetti indoor dopo un ace, solo per prendere tempo o per ritrovare concentrazione ma alla fine aumenti solo la noia e l’attesa di chi guarda”.

Come vedi il movimento italiano?
“Mi sembra in difficoltà a livello alto mentre si è ampliata la base a livello medio con molti giovani ma vedo che fanno molta fatica soprattutto di testa e sono molto più indietro rispetto ai giocatori di altri paesi. A livello tecnico e tattico non vedo queste grandi differenze con i giovani stranieri ma è diversa la voglia e la consapevolezza di voler fare il tennista, di farlo diventare un lavoro. La differenza sta in quello, tutti sanno giocare a tennis adesso ma non tutti hanno la testa e la voglia di dare il 110%, di guardare un filmato in più, di prendere un aereo in più: quello che manca agli italiani è questo, quella voglia di imparare che è ciò che ti fa arrivare. Su 10 ragazzi italiani ne trovi uno che ti dice e ti dimostra nei fatti che farebbe qualsiasi cosa per diventare un giocatore di tennis professionista, gli altri sono più preoccupati di Instagram e di cosa fare nel weekend”.

Alessandro Motti sta già pensando ad un “dopo” o è ancora super concentrato sulla carriera presente?
“Pensando no, ma sicuramente sono aperto a valutare eventuali offerte, sicuramente mi interessa rimanere a questi livelli, non riuscirei ad allenare a livello non agonistico…senza un minimo di competizione non penso di avere le motivazioni giuste. A me piace proprio “vivere” i tornei in cui gioco, controllare i risultati, le classifiche, allenando i bambini di 10 anni che iniziano a giocare a tennis probabilmente sarei in difficoltà a livello di stimoli”.

Mai banale e sempre piacevole fare due chiacchiere con Alessandro Motti che ha rivelato anche un dettaglio della sua vita personale: lui e la moglie Cristina Greco Naccarato nel 2018 avranno un piccolo erede!

 

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