Giancarlo Petrazzuolo: “La motivazione è nell’obiettivo”

di - 29 ottobre 2014

Giancarlo Petrazzuolo

di Fabio Ferro

Giancarlo Petrazzuolo è il coach di Simone Bolelli, è stato un tennista di livello medio-alto fino al 2009, anno in cui, a 29 anni, ha scelto di diventare allenatore e dedicarsi a una nuova avventura. Nonostante gli impegni, continua a supervisionare alcuni giovani di interesse per il tennis italiano, come Riccardo Perin. Lo abbiamo intervistato durante una delle sue pause dal circuito, poco dopo il torneo di Basilea.

Sei il coach di Simone Bolelli, è l’unico, si fa per dire, impegno che hai o ti dedichi anche ad altri progetti?
Diciamo che è l’unico impegno full time, ma nel tempo libero, nelle poche settimane dell’anno che non ho impegni con Simone, continuo a seguire il programma di crescita di Riccardo Perin. Continuo a seguirlo anche ora che si è traferito a Bari al centro tecnico federale. Inoltre, seguo ancora i progressi dei ragazzi che ho allenato fino a luglio a Torre del Greco.

Simone Bolelli e Giancarlo PetrazzuoloPerché Simone Bolelli? E’ un caso o hai un rapporto che nasce da lontano?
Perché Simone? Di solito nel tennis sono i giocatori che scelgono l’allenatore, perciò bisognerebbe chiedere a Simone “Perché Petra?”. Ho iniziato più di un anno fa grazie a Umberto Rianna, che mi ha chiesto di affiancarlo per quanto riguarda la gestione di Simone durante la stagione 2013. Il rapporto è continuato anche dopo e, dal luglio di quest’anno, sono passato a seguirlo full time, con il consenso sia di Simone che di Umberto e di Eduardo Infantino. Simone ha sempre avuto molta fiducia nei due tecnici e, quando gli hanno consigliato di lavorare con me, ha accettato subito.

Da giocatore hai avuto un rendimento abbastanza costante, quali sono state le principali motivazioni?
La motivazione principale era quella del piacere di giocare a tennis. Lavoravo facendo ciò che mi divertiva di più. Per migliorarmi e trovare stimoli avevo quasi una sorta di scommessa con me stesso e pian piano mi ponevo obiettivi più consistenti. Ecco, la motivazione era raggiungere l’obiettivo!

Nel circuito professionistico ormai è difficile trovare tennisti che si ritirino prima dei 30 anni, come hai fatto tu. Pensi di aver preso la giusta decisione? E cosa ti ha spinto a farlo?
Ho smesso nell’ottobre del 2009, quando avevo 29 anni. Rimpianti non ne ho, anche perché non fa parte del mio carattere averli, ma sono contento di quello che ho fatto in carriera, come tennista e come sportivo. Inoltre, non esiste la scelta giusta o quella sbagliata, sono i tempi che dettano le scelte e io in quel momento non avevo forti motivazioni nel continuare a giocare. Ma allo stesso tempo sentivo che il nuovo obiettivo era diventato quello di allenare. È cambiato l’obiettivo, ma la voglia di migliorarsi è rimasta la stessa.

Cosa ti manca del tennis giocato ad alto livello? Cosa non ti manca?
Il fatto è che, in verità, non ho mai avuto un periodo di riposo dal tennis, perché immediatamente dopo aver smesso ho subito cominciato a girare insieme a Potito Starace e poi con Bolelli. Il circuito lo vivo sempre e devo dire che, da allenatore, stando costantemente nel circuito ATP e Challenger, vivo un tennis di livello nettamente più alto, perchè la mia attività da giocatore era principalmente nel circuito Futures e Challenger, difficilmente giocavo in ATP.

Rigiocheresti qualche partita nello specifico o non hai alcun rimpianto rispetto alla tua carriera?
Nessuna partita in particolare, perché non ho mai perso una finale di Wimbledon (se la ride).

La vita del coach, più o meno stressante di quella del giocatore?
Dipende dalle condizioni nelle quali puoi esprimerti. Nel mio caso, ritengo che sia meno stressante, innanzitutto perché mi confronto con un tennista professionista maturo. Il nostro team è piccolo e piuttosto compatto, composto da coach, giocatore, preparatore atletico e manager, senza le tensioni che possono derivare da altri elementi esterni o dalla presenza dei genitori a bordo campo. Inoltre, la vita da coach la affronti con una maturità e un’esperienza totalmente diverse rispetto a quella da giocatore. Io mi sento fortunato per il mio ambiente di lavoro, ma penso che altri coach o altri maestri probabilmente hanno ben altre pressioni, con carichi di stress nettamente più alti.

Juan Carlos Ferrero e Giancarlo PetrazzuoloCome coach, che qualità pensi di avere e quali sono i punti di forza del tuo modo di allenare?
Questa è una domanda che penso vada rivolta al mio assistito o a un mio collega. Sono davvero ipercritico con me stesso e non mi viene bene parlare di me. Però, una cosa la posso dire con certezza, ho passione e questo mi aiuta a dare qualità alle cose che faccio.

Tu sei un allenatore piuttosto giovane, pensi sia un vantaggio nei confronti di chi assisti?
È, senza dubbio, un vantaggio sotto il profilo dell’energia, della voglia di fare e del rapporto extra-tennistico che ho con chi alleno, ma sicuramente non ho l’esperienza di un allenatore che vive nel tennis di alto livello da più tempo di me.

Cosa pensi dei coach che non hanno avuto una carriera agonistica di alto profilo?
Sicuramente chi ha giocato ha la vita semplificata. Io ho smesso di giocare e dopo un mese lavoravo con Starace, chi non ha giocato raggiunge gli stessi obiettivi con un percorso un po’ più lungo, ma, potenzialmente, si hanno le stesse possibilità. Poi, bisogna fare delle precisazioni in merito alla parola coach, che è molto generica. Molto dipende di chi si è coach, una donna, un uomo, un under, un professionista, un giocatore emergente. Come detto, un ex, soprattutto se di buon livello, ha qualche vantaggio in più, senza contare la credibilità verso l’esterno, verso il giocatore o i genitori, spesso anche verso la stampa. Per gli ex giocatori anche il percorso formativo federale é semplificato, infatti a dicembre sarò tecnico nazionale e ho iniziato il percorso formativo nel 2011. Chi non ha fatto attività di rilievo, per completare l’intero percorso ha bisogno di almeno 10 anni.

Di solito, come si svolge la tua giornata?
Dipende da dove mi trovo, se faccio il coach o il Maestro, se sto in giro per il torneo o se sono a Tirrenia per gli allenamenti. Insomma, ci sono troppe variabili per definire una giornata tipo. La giornata al torneo cambia sempre, soprattutto se si gioca in giornata o meno, senza contare l’incognita dell’orario del match. L’organizzazione varia a seconda delle esigenze, ad esempio, a Vienna, torneo indoor con solo due campi per allenarci, al mattino ci svegliavamo alle 7 per stare in campo alle 8 e provare i campi di gara, mentre il giorno del torneo, con il match fissato alle 15, la sveglia poteva suonare alle 9 e consentirci recupero. Diverso è se stiamo a Tirrenia, dove gli orari e la giornata variano a seconda del programma. Con il preparatore atletico alterniamo le sedute di training e a volte siamo in campo alle 9, altre alle 11 in base alla necessità di lavori tecnici o di preparazione fisica. Diciamo che non è tanto dura. Ancora diverso è quando sono a Torre del Greco, dove iniziamo al mattino alle 10 e finiamo alle 17:30 e mi dedico un po’ a tutti i ragazzi dell’agonistica e discuto con i maestri dei loro miglioramenti, dei programmi e delle necessità. In linea generale, faccio le cose con molta calma.

Se potessi creare il tennista perfetto, prendendo le caratteristiche degli attuali professionisti, da quali campioni prenderesti i colpi, da chi la mentalità e da chi altri il fisico?
Facile, ne bastano tre: la tecnica di Roger, l’atteggiamento di Rafa e il fisico di Nole.

Tra i tennisti di alta fascia, quale pensi abbia il talento più inespresso? Perchè?
Talento, talento, sento sempre parlare di talento, ma ancora non riesco a capire quando viene pronunciata questa parola a cosa fsi accia davvero riferimento, sta diventando un termine inflazionato. Per me Nadal ha talento, Federer ha talento, Djokovic ha talento, ma anche Granollers ha talento. Ma capisco il senso della domanda e posso dire che mi aspettavo più risultati da Berdych sul veloce, troppe volte ha perso match sui quali avrebbe dovuto avere pieno controllo.

Per salutarci, una domanda di carattere psicologico. Meglio vincere un primo turno contro Federer oppure portare a casa un torneo 250 Atp?
Portare a casa un torneo, sicuramente!

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10 commenti

  1. william

    “….senza le tensioni che possono derivare da altri elementi esterni o dalla presenza dei genitori a bordo campo. ”

    Stiamo scoprendo che la presenza dei genitori a bordo campo crea stress ai maestri. Giustamente i genitori pagano ma non hanno il diritto di vedere cosa pagano. E’ ora di finirla con la storia che in molti circoli i genitori non possono assistere agli allenamenti. Se un genitore assiste in silenzio senza disturbare non capisco che stress possa generare al maestro.
    Personalmente un maestro o coach così non lo prenderei assolutamente in considerazione indipendentemente dalla carriera che possa avere alle spalle.

  2. Alessandro Nizegorodcew

    @william
    Però, anche tu, non estrapolare così dal contesto. Nell’occasione Petrazzuolo parla di Team ristretto a livello professionistico (non certo di genitore che rompe durante allenamenti al circoletto) nel quale non bisogna preoccuparsi del genitore a bordo campo (come invece capita ad altri coach professionisti nel circuito). Per il resto il genitore viene citato nel pezzo solo quando si dice che essere stato un professionista può essere importante per la nomea anche nei confronti del genitore o dello stesso ragazzo. Non estrapoliamo dal contesto solo per fare polemica dai…

  3. william

    Scusa Alessandro, che si parli di circoletto o di allenamento più “professionale” la sostanza e il significato della frase non cambia. Il genitore a bordo campo è visto sempre e comunque come uno scocciatore.
    Ribadisco, io un maestro (o coach che fa più figo) così per mia figlio non lo sceglierei. Punto.

  4. Alessandro Nizegorodcew

    @william
    Per carità, nessuno ti dice come giudicare e sentenziare. Detto ciò, nella mia esperienza sui campi (da decenni e in tutti i tipi di manifestazione) ho capito che il genitore medio non esiste: o sanno comportarsi (sbagliando in buona fede) o non sanno farlo (sbagliando in mala fede). Tutto qui.

    E aggiungo una cosa per fare ancor più l’avvocato del diavolo. Conosco molti genitori che generalizzano rispetto ai maestri perché hanno avuto esperienza negative. Conosco anche molti maestri/coach (non è questo di Petra il caso) che generalizzno in negativo verso i genitori perché hanno avuto esperienze negative in merito.

  5. william

    Sono perfettamente d’accordo con te. Non l’ho chiarito perché lo considero sottinteso che il genitore o i genitori che stanno in campo e fanno conversazione tra loro o hanno atteggiamenti critici è bene che stiano lontani ma non si può impedire a priori a tutti di assistere o considerare che noi genitori siamo tutti uguali.
    Con alcuni maestri ho avuto esperienze negative ma non per questo generalizzo. Col maestro attuale sono molto soddisfatto da tutti i punti di vista. Piccolo particolare ma sarà certamente una coincidenza: si può assistere alle lezioni.
    Io non sto mai dentro tutto il tempo della lezione e nemmeno tutte le volte. Ora visto come lavora potrei anche farne a meno ma mi piace troppo vedere i progressi di mio figlio. Non c’era nessun intento polemico ma un maestro che parla di tensioni per i genitori a bordo campo (generalizzando altrimenti poteva fare un distinguo) secondo me (parere strettamente personale) mi fa partire già con un certo giudizio nei suoi confronti. Detto questo lo slogan diventato un mantra di questo blog (ci sono genitori e genitori, maestri e maestri ) mi rappresenta in pieno.

  6. bogar67

    Oramai su ogni intervista su questo blog si da contro i genitori in maniera palese.
    Stamattina un mio amico maestro ha condiviso la storiella del bambino che gioca al calcio e non vuole il padre. Dico a voi maestri, teneteveli stretti i genitori che senza di loro NON MANGIATE!!
    Ci sta crisi, la gente è senza soldi, nel circolo sotto casa la sat ha perso tanti di quelli allievi che adesso i campi sono liberi per i soci anzichè la scuola tennis. Il problema che anche i soci non hanno soldi e i campi restano vuoti.

  7. nunzio vobis

    Ancora con questi genitori che devono stare a 10 km lontani dai campi dove si allenano i figlia, ma sta diventando una caccia alle streghe ormai, ancora non ho letto un articolo in cui si chiarisca bene il concetto che l’ unico modo per portare avanti un progetto serio è quello della completa partecipazione del genitore nell’attività del figlio, la delega del 100% di tutta l’attività al maestro non esiste più, se si vogliono raggiungere certi traguardi, certo se poi volete dei figli pippa portateli alle SAT e andatevi a fare un giro nel paesello mentre loro giocano

  8. Alessandro Nizegorodcew

    @nunzio vobis e bogar67
    Non è che possiamo fare le interviste sapendo già cosa risponderanno gli intervistati, non credi?

    Inoltre qui il concetto non è assolutamente: il genitore non deve assistere all’allenamento ma semmai “il genitore presente durante il match può (in alcuni casi, aggiungo io) essere un problema”. Non decontestualizzate troppo, ve lo chiedo per favore. Altrimenti vi incattivite e traivsate qualsiasi dichiarazione e affermazione.

    Detto ciò, io sono assolutamente d’accordo che il percorso deve essere condiviso e genitore e allenatore devono avere un rapporto propositivo e di fiducia.

    Però, ripeto, ci sono genitori e genitori, maestri e maestri. Voi in particolare credo che abbiate vissuto esperienze negative più che positive. Conosco maestri che hanno vissuto esperienze con genitori da manicomio e magari fanno il vostro errore al contrario. Che tanto quanto il vostro, secondo me, è da condannare. 🙂

  9. Pier

    Ale Niz
    Il genitore chiede di partecipare perché ama seguire il proprio figlio,perché vuole capire se lo mette in buone mani(tecniche ed umane)e,non trascuriamo,perché quasi sempre é lui che lo porta ai tornei.Se abbiamo di fronte un genitore con un minimo di competenza sarebbe opportuno ci fosse un’interazione tra i due per il bene del ragazzo.Se il maestro mi dice che domani mia figlia dovrà fare certe scelte io non sarò stupito e la inciteró a provare senza dar peso al punteggio.Chiaro che per molti di noi se i ragazzi fossero accompagnati(come in tutte le altre discipline)saremmo più sereni e ci godremmo in match con meno ansia.Però è vero,non sempre il genitore capisce fin dove spingersi.

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