Riccardo Bonadio: “Lavoro duramente per vivere di tennis”

di - 17 dicembre 2017
Riccardo Bonadio - Foto Panunzio

Dalle impressioni di questa stagione all’importanza della classifica, dalle regole Next-Gen ai propri hobby, il 24enne Riccardo Bonadio si racconta durante la preparazione invernale per il prossimo anno. Dopo una stagione 2017 iniziata con qualche difficoltà ma in ripresa da maggio in poi con due titoli conquistati e finita con due finali back to back ad Antalya, Riccardo Bonadio parla di gioie e delusioni di quest’anno e degli obiettivi per il futuro. Dopo qualche problema fisico nei primi mesi, Bonadio ha infatti conquistato i tornei di Cherkassy -Ucraina- e di Gubbio, sfiorando ad agosto la posizione 400 della classifica ATP. A novembre ha poi trovato altre due settimane positive in Turchia, ottenendo due finali ad Antalya. Una stagione con qualche ostacolo di troppo a livello fisico che ha frenato la salita in classifica, ma la speranza è che il 2018 possa essere meno caratterizzato da infortuni, così che il giocatore classe 1993 possa avvicinarsi al suo obiettivo principale, cioè quello di vivere di tennis.

Un’altra stagione terminata, un nuovo best ranking e due nuovi titoli nel palmares. Di getto, quali immagini, positive o negative, ti vengono in mente di questa stagione?

Sì, è stata una stagione abbastanza complicata perché ho avuto parecchi infortuni. A gennaio durante il primo torneo dell’anno mi sono subito strappato agli addominali; inizialmente pensavamo fosse solo una contrattura, infatti ho giocato subito dopo un torneo in Spagna, poi con l’acutizzarsi del dolore sono andato a farmi visitare e ho scoperto di avere appunto uno strappo muscolare agli addominali. Purtroppo questo problema all’addome -derivante dall’anca- me lo sono trascinato fino a giugno e ha condizionato il mio gioco, soprattutto al servizio. Sono comunque abbastanza soddisfatto, perché nonostante questo problema e un successivo infortunio a spalla e gomito sono riuscito a essere competitivo durante l’arco di quasi tutta la stagione, eccetto un periodo più complicato durante l’estate, dove non ero al meglio fisicamente e mentalmente. Dovendo scegliere, il momento positivo che mi viene immediatamente in mente direi che sono le partite disputate in Ucraina (torneo di Cherkassy, poi vinto, ndr) dai quarti di finale in poi: la partita con Pospisil, quella vinta poi al terzo con il polacco Majchrzak, contro il quale ero sotto 4-0 al terzo, e la finale. È stata una settimana in cui sono riuscito ad esprimermi al meglio, sono rimasto costante durante tutti i match, mi sentivo bene in campo. Grazie al buon livello mostrato mi sono aggiudicato anche il torneo di doppio oltre che quello di singolo. Poi nell’ultima trasferta in Turchia ho giocato nuovamente molto bene, ho ritrovato fiducia, ho raggiunto la finale nella prima settimana in singolare e la settimana seguente ho raggiunto nuovamente la finale, dove mi sono poi dovuto ritirare per un dolore alla gamba destra, ma ho vinto il torneo di doppio. A parte questo, le due settimane in Turchia hanno permesso di ritrovarmi e mi hanno dato fiducia per il 2018.

Ad agosto sei arrivato a sfiorare la top400, ora non sei lontanissimo. Roberta Vinci nel 2016 aveva spiegato che per lei essere numero 11 o 10 non cambiava nulla e che non le pesava la mancata top10, poi raggiunta a breve. Quanto incide su un giocatore la classifica per te? Concordi con il concetto espresso da Roberta?

Si, ad agosto ero arrivato vicino alla posizione 400, poi mi sono scaduti un po’ di risultati e ora grazie alla due finali di cui parlavamo prima mi ci sono riavvicinato. Sinceramente il fatto di entrare nei primi 400 o rimanerne fuori non fa la differenza, neanche essere numero 350 o 300. La classifica conta nel momento in cui consente di giocare le qualificazioni nei tornei dello Slam o di disputare un anno prevalentemente nei tabelloni Challenger o, perché no, se si riuscisse a scalare molte posizioni e a diventare un vero professionista, a quel punto la classifica permetterebbe di giocare tornei grandi come i tabelloni Slam, gli ATP 250 e i master 1000. Per il resto, essere 300, 350 o 600 purtroppo non fa molto la differenza, perché hai una classifica che non ti permette di guadagnare, di disputare tornei di un certo livello costantemente.

Due anni fa ti sei concesso a Spaziotennis per un’intervista. Parlando dei tuoi obiettivi dicesti che quello principale, seppur ambizioso, era di raggiungere la top150 nel giro di pochi anni, per poter arrivare a vivere di tennis. In questi due anni sei sicuramente cresciuto come persona, hai migliorato il tuo tennis e i tuoi risultati in costante progresso lo dimostrano. Con due stagioni di più sulle spalle, senti di poter sottoscrivere ancora quelle parole o apporteresti qualche modifica?

Sicuramente negli anni passati mi sono posto degli obiettivi di classifica molto rigidi, in questi due anni ho spostato la mia concentrazione su degli obiettivi di prestazione come è invece giusto fare. Ho lavorato in questa direzione e tuttora lo sto facendo a Torino. Porsi degli obiettivi di prestazione è fondamentale, quelli di classifica invece possono portare a non rendere al meglio, ad avere molta tensione sulle spalle durante le partite. Quando parlavo di top150 intendevo appunto una classifica che permettesse di giocare prevalentemente, se non esclusivamente, tornei Challenger e ATP, uscendo quindi dalla realtà Future. Come detto prima, la stagione passata non è stata molto positiva, mi aspettavo di più, ora mi sto allenando qui a Torino in visione della prossima stagione, senza quegli obiettivi così rigidi di classifica ma concentrandomi solo sul gioco.

Sempre in quell’intervista hai spiegato come il tuo approccio al mondo del tennis come una scelta di vita sia avvenuto piuttosto tardi. Cosa ti dava –e ti dà ancora- il tennis che nient’altro può sostituire? Come spiegheresti a chi di tennis è solo appassionato cosa significa il tennis per chi lo vive 24h su 24, 7 giorni su 7?

Sicuramente ho deciso abbastanza tardi di prendere il tennis sul serio! Un po’ me ne pento ma da piccoli non tutti sono disposti a “sacrificarsi”, o meglio a fare fatica e a rinunciare a molte cose. Però sin da quando presi in mano la racchetta per la prima volta mi sono sempre divertito a praticare questo sport e con gli anni non è cambiato nulla. A sedici anni decisi di approcciarlo in maniera differente perché sentivo che avrei potuto far diventare quello che fino ad allora era stato un semplice piacere, il mio lavoro. Iniziai così a lavorare anche fuori dal campo e con continuità; ora continuo a divertirmi quasi sempre quando scendo in campo, ma con gli anni ho capito che questo sport spesso ti mette di fronte a situazioni -non solo in campo- da cui vorresti “scappare”, ma che se affrontate nella giusta maniera possono darti molte soddisfazioni. Ora voglio solo vedere che livello posso raggiungere.

In quale torneo ti sei trovato meglio in questi anni, quello in cui torni a giocare con più piacere?

Sinceramente non ho un torneo preferito, negli anni ne ho giocati parecchi… Risultati a parte, i tornei in cui tornerei volentieri sono sicuramente il challenger di Biella e quello di Genova!

Uno degli argomenti più in voga di queste ultime settimane sono le nuove regole Next-Gen. Tra queste, le meno invasive saranno già applicate nelle qualificazioni degli slam 2018. Cosa pensi di queste regole? Saresti d’accordo con l’applicarle anche nei tornei Itf?

Sicuramente per la gente la partita diventa più spettacolare! Molti meno tempi morti, molti più momenti salienti, tuttavia per i giocatori sarebbe difficile abituarsi poiché i cambiamenti sarebbero troppi e sicuramente non a vantaggio nostro. Non credo ci sia bisogno di un cambiamento così drastico perchè il tennis è comunque uno sport molto seguito, soprattutto negli ultimi anni, e non credo che ci siano giocatori che cambierebbero le regole attuali. Sinceramente manterrei tutto come e ora perché non trovo alcun motivo per una tale svolta.

Chiudi gli occhi un secondo: che momento vorresti rivivere della tua carriera fino a qui?

Il momento più speciale ad ora è stata la vittoria a Curtes de Arges, non solo perché è stata la prima ma soprattutto perché è arrivata in un momento negativo e dopo una settimana molto dura. A parte il primo turno infatti vinsi tutti i match al terzo set. Quella settimana mi diede molta fiducia.

Con il tempo sempre più persone hanno potuto conoscerti come giocatore, notando soprattutto il tuo grande rovescio. Ma chi è Riccardo Bonadio fuori dal campo?

Sono un ragazzo abbastanza tranquillo, diversamente da quello che sono in campo (ride ndr).  Mi piace molto stare in compagnia, tanto che faccio fatica a stare a lungo da solo durante i tornei. Ho parecchi hobby, mi piace soprattutto guardare film o serie tv e devo dire che ne ho guardati parecchi dati i viaggi lunghi o comunque il tempo libero a disposizione. Seguo molti altri sport, al contrario guardo veramente poche volte il tennis! Ho sicuramente molti difetti caratteriali ma sono troppi lunghi da elencare (ride ndr).

Quali sono i tuoi programmi e obiettivi per la prossima stagione?

Inizierò la stagione il 15 gennaio, probabilmente sul cemento. Comunque vadano i primi tornei, appena inizierà la stagione outdoor in Europa passerò a giocare prevalentemente challenger.

L’obiettivo è proprio quello di alzare il livello, di iniziare a confrontarmi con quella realtà, anche a costo di perdere posizioni in ranking.

Per finire, dovendo scegliere uno solo di questi traguardi, quale sceglieresti tra diventare n1 del mondo, vincere uno Slam, vincere gli Internazionali BNL d’Italia e vincere la Coppa Davis da titolare?

Da bambino sognavo di vincere Wimbledon…. rimarrà un sogno però uno slam è un torneo troppo speciale!

 

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