Stefano Travaglia: “A New York contro Fognini il più bel giorno della mia vita”

di - 8 ottobre 2017
Stefano Travaglia

 

Da dove cominciare un’intervista di (quasi) fine anno a Stefano TravagliaDal primo titolo Challenger conquistato a Ostrava? Dal ritorno dopo due anni nelle qualificazioni di uno Slam (Roland Garros)? Dall’esordio nel main draw di uno Slam (Wimbledon)? Dalla prima volta al secondo turno di uno Slam (Us Open)?

Nessun preambolo, nessuna introduzione, bastano le parole del tennista marchigiano, che il mese scorso ha raggiunto il best ranking in carriera (n.125), grazie ad una stagione, fino a qui, da incorniciare.

Ripercorriamo con lui le tappe di questo 2017 fatto di tanti giorni indimenticabili, di successi e di stanchezza, di viaggi e di ritorni, di tornei vissuti in un misto di sentimenti contrastanti: gioia, soddisfazione, rabbia, rivincita. Questa volta, insomma, non si parla di infortuni. Forse davvero, qualcosa è cambiato.

Allora Stefano, l’ultima volta che ci siamo sentiti era febbraio e avevi in programma due $15.000 (in uno sei arrivato in finale, l’altro l’hai vinto). Nei tuoi pensieri non c’erano ancora Wimbledon e lo Us Open, forse c’era solo la speranza di entrare nelle qualificazioni di Parigi. In 7 mesi la tua vita è cambiata totalmente.

“L’unica cosa che è cambiata veramente in questi mesi è la classifica e di conseguenza i tornei da programmare col mio team: ho cominciato l’anno dai Futures e sono passato progressivamente ad entrare in tabellone dei Challenger tutte le settimane, alternandoli a qualche Atp. Ci tengo a sottolineare che io non mi sento cambiato, mi alleno tutte le mattine cercando sempre di dare il massimo per raggiungere nuovi obiettivi. Ecco quelli sì che stanno cambiando, perché da adesso in poi voglio raggiungere gradini sempre più alti. Come persona no, assolutamente, sono lo stesso di prima”.  

Partiamo appunto dai Challenger: a Francavilla hai giocato quasi “in casa”, visto che sei nato non molto distante, e hai mostrato un grande tennis. Ma qualcosa è cambiato davvero dalla vittoria a Ostrava.

“Francavilla era il secondo Challenger dell’anno, dopo Barletta. Fino a quel momento il programma coi miei allenatori era di giocare Futures fino al momento in cui non sarei entrato in tabellone nei Challenger. Francavilla è stato il primo torneo in cui sono entrato direttamente in tabellone. Sono solo 40 minuti di macchina da casa mia, c’erano tantissime persone che conoscevo, è stata una bella settimana in cui ho giocato bene, al di là delle condizioni climatiche molto difficili, ha piovuto sempre, c’era molto vento… penso sia stato il primo torneo in cui ho dato tantissimo, probabilmente non ho espresso il mio tennis al 100%, perché ero appena passato dai Futures ai Challenger, ma ci stava. Mi sentivo davvero bene nonostante fossi arrivato in fondo alla settimana un po’ stanco, infatti fino all’ultimo non sapevo se andare ad Ostrava oppure no, tenendo conto anche del viaggio impegnativo. Avevo giocato la semifinale sabato, quindi dovevo viaggiare l’intera giornata di domenica, avrei avuto solo il lunedì per riposarmi e allenarmi. Alla fine ho deciso di andare e…ho fatto bene! Direi che sono stato ripagato di tutti gli sforzi fatti”.

Arriviamo alle qualificazioni di Parigi, dove ti sei fermato subito contro Gojowczyk, su cui poi però ti sei vendicato a New York battendolo al turno decisivo. Strana coincidenza, vero?

(ride) Sì, a pensarci bene un pochino lo è! In realtà lo Slam su cui puntavo tanto era proprio Parigi, dato che venivo da tante partite sulla terra e probabilmente il fatto di aver vinto tanto, anche se ovviamente non a quel livello, mi faceva sentire a mio agio pensando al Roland Garros. O per lo meno questa era la sensazione che avevo fuori dal campo, poi una volta in campo tutto cambia completamente. Le cose non sono andate come speravo, anche se ho perso da un giocatore che giusto la settimana scorsa ha vinto il suo primo titolo Atp a Metz e su cui poi mi sono rifatto a New York. Ammetto di aver subito un po’ la pressione per la prima volta a Parigi, perché volevo far bene a tutti i costi e non ho sfruttato le chances che ho avuto in un match molto tirato per entrambi”.

Ed eccoci a Wimbledon e ai 10 match point giocati prima di poter alzare le braccia al cielo. Cosa ti è passato per la testa in quell’ultimo, eterno, game?

“Ho scelto di giocare tornei su terra fino alla settimana prima di Wimbledon: infatti sono andato a Todi, dato che il livello dei Challenger su erba era molto alto e soprattutto io non ci avevo mai giocato in vita mia. Quindi sono arrivato a Londra il sabato, ho cominciato lunedì contro Caruso. L’ultimo turno con Polansky è stato un continuo susseguirsi di alti e bassi ed è stata anche la prima partita della mia carriera al meglio dei 5 set. Ero molto teso all’inizio, sono finito sotto due set a uno, fino ad arrivare 4-4 e 0-40 al quinto. Lì ho pensato: “Ok, è finita, mi brekka subito”. Invece ho recuperato e sono riuscito a chiudere al decimo match point. Diciamo che su questi 10 punti ho fatto solo un errore in risposta mentre lui ha fatto 9 vincenti. Io pensavo soltanto a mettere la palla in campo, non cercavo punti spettacolari ma solo di tenere la palla dentro le linee; anche lui era sotto pressione e infatti tanti di quei punti li abbiamo giocati sulla sua seconda di servizio, si vedeva che non era tanto in fiducia, forse era subentrata un po’ di stanchezza. Ma ha tirato lo stesso 9 colpi incredibili sulle linee o vicino agli incroci, senza paura, su cui non ho potuto fare niente. Sull’ultimo match point mi sono cercato il punto, l’ho messo sulla difensiva e sono andato a rete, chiudendo con lo smash. Chi non desidera vincere un match importante con uno smash? Tanti pensieri mi sono passati per la mente in quell’ultimo game, da una parte volevo solo mettere la palla in campo, dall’altra pensavo ‘E se invece rimbalza male?’ Mai fidarsi dell’erba!”

Qualche giorno dopo hai perso contro Rublev, giocando un match praticamente alla pari, altra maratona di tre ore e mezza. Con la mente a freddo, cosa è mancato secondo te?

“Io in quel match ho giocato veramente al 100%, quello che potevo dare l’ho dato, non facendo nemmeno errori gravissimi, davvero non ho niente da recriminare. Se vogliamo dirla tutta Rublev in quella partita era n.98, adesso è n.46 ed entro fine anno salirà ancora! Sapevo di essere stato sfortunato perché anche se avevo avuto il miglior sorteggio possibile, contro un altro qualificato, in realtà la sua classifica non era affatto veritiera. Certo, poteva capitarmi anche Murray ma lui da quel momento in poi è letteralmente esploso, la settimana dopo Londra ha vinto a Umago, a New York ha perso solo da Rafa ai quarti… diciamo che sono uscito contento da quella partita perché non avevo mai giocato così bene fino a quel momento, in particolare negli ultimi due set, su una superficie che tra l’altro conoscevo molto poco”.

Dall’erba sei passato di nuovo sul rosso, con l’estate italiana dei Challenger. Questo cambio di superficie ti ha disorientato?

“Sono tornato in Italia a giocare su terra essenzialmente per preparare qui la trasferta americana. In Europa sul veloce c’era poco o niente, solo Porto Rose da cui mi sono ritirato perché sono arrivato davvero molto stanco dopo le grandi remate sul rosso … insomma avevo bisogno di due settimane di stop. Sono arrivato a Wimbledon con la convinzione che l’erba fosse la superficie più veloce su cui giocare ma in realtà l’hanno rallentata molto e hai tutto il tempo di pensare come costruire il punto, addirittura penso che ci siano dei challenger su terra in cui la palla viaggia di più. Poi per carità, l’erba delle qualificazioni di Roehampton è molto diversa da quella di Wimbledon, che è la migliore al mondo, anche se sul Centrale ho sentito addirittura qualcuno lamentarsi già dai primi giorni…”

Al contrario di Londra a New York le qualificazioni sono state un percorso tutto sommato tranquillo. Forse l’avversario più temibile da affrontare è stata l’agitazione.

“Sì, sono arrivato a New York conscio della grande esperienza di Wimbledon alle spalle: a differenza di Londra sono riuscito ad arrivare prima e ad allenarmi due settimane sul cemento, pur sapendo che in campo sarebbe comunque stata tutta un’altra cosa. Ho passato agevolmente tre turni di qualificazione abbastanza tosti: al primo turno ho trovato Nedovyesov, Davisman kazako molto esperto sul veloce; al secondo il fratello di Ryan Harrison, che veniva da una vittoria in un Futures la settimana prima; infine Gojowczyk che ormai conoscevo bene, contro cui ho giocato molto bene, lui forse un po’ meno grintoso di Parigi, ma da parte mia non potevo fare di meglio”.

Adesso devi cercare di raccontarmi quanto più possibile ricordi di quello che hai provato prima, durante e dopo il match contro Fabio.

“Ricordo la pioggia e l’attesa infinita. Il match era in programma il martedì ma ha piovuto tutto il giorno e ogni mezz’ora, dalle 11 di mattina fino al tardo pomeriggio, aggiornavano la situazione meteo riprogrammando i match e solo alle 18 li hanno cancellati tutti. Francamente se avessi giocato quel giorno penso che non avrei avuto le forze nemmeno per alzare la racchetta. Mercoledì ero tesissimo, c’erano tante persone presenti perché il campo 11 era ben visibile, sapevo anche che c’era la diretta su Eurosport, avevo tanti pensieri per la testa. Ho iniziato male, con un break sotto, ma poi mi sono via via sciolto e ho recuperato, sfruttando tutte le occasioni che lui mi dava o che mi procuravo io. Penso di aver giocato un match perfetto fino al terzo set, quando mi sono un po’ disunito, servivo avanti di un break e gli ho permesso di risalire 6-3. Più che la stanchezza penso che abbia influito il fatto di non avere la continuità di gioco nelle partite al meglio dei cinque set: sai, la mia mente è abituata a pensare che dopo due set sia finita, invece devi restare ancora in campo anche per un’altra ora e mezza. Nel quarto set non mi sono risparmiato e sono andato subito avanti di due break, da quel momento ero totalmente in fiducia e ho chiuso in tranquillità”.

Quest’anno hai vissuto tanti giorni memorabili, però forse quello è stato il più bello di tutti.

“Sicuramente. Fino a quel momento il giorno più bello della mia vita era stato il primo turno di Wimbledon, che rimarrà certamente un momento importantissimo nella mia carriera, ma il turno vinto a New York è stato davvero un giorno perfetto. La prima persona che ho chiamato subito dopo è stata mia mamma, era un’emozione grandissima che volevo condividere con lei. Insomma, non capita tutti i giorni di battere Fabio, un giocatore che è stato n.13 del mondo e che a New York era testa di serie. Purtroppo festeggiare non era tra i miei programmi serali perché con la pioggia avevo perso il giorno di recupero e dovevo pensare subito al match con Troicki”.

Domanda antipatica: ti ha bruciato di più la sconfitta contro Rublev a Wimbledon o contro Troicki a New York?

“Eh, forse proprio contro Troicki, perché nell’ultimo set non stavo bene fisicamente, avevo un po’ di male al piede e cominciavo a sentire in crampi. Forse vincendo il primo set la partita poteva girare… mentre contro Rublev non ho rimpianti per come ho giocato e per come alla fine è andata”.

A New York hai trascorso tanti giorni allenandoti lì e soprattutto vedendo i top player allenarsi. Da chi hai cercato di rubare più spunti?

(ride) Vuoi la verità? Non sono riuscito a vedere nessuno! Nei primi giorni gli allenamenti erano quasi tutti a porte chiuse, i pochi momenti che avevo liberi li usavo per riposarmi in hotel o per farmi una passeggiata a Manhattan… peccato non essere riuscito a visitare la Statua della Libertà, ma era davvero scomodo arrivarci. Ho provato due volte a vedere Roger e Rafa sul Centrale i primi giorni ma non sono riuscito a entrare. Bello, eh? ”

I giornali italiani e stranieri hanno parlato molto di te in quei giorni: l’attenzione della stampa ti lusinga o ti mette in soggezione?

“Ti dico solo che mio padre ha un’edicola quindi lui e mia mamma hanno tenuto tutti gli articoli usciti in quei giorni! Tutta questa attenzione mi fa moltissimo piacere perché in fondo è l’effetto dei risultati ottenuti sul campo, degli anni di allenamento e anche di quelli in cui sono rimasto fermo. Certo, devo imparare un po’ a gestirla, ma è bello sapere che ci sono molte persone che prima non mi conoscevano e ora mi seguono o che posso essere d’esempio per qualcuno che magari adesso non è in condizione di poter giocare… so benissimo cosa vuol dire stare fermi per tanto tempo e questi miei risultati forse possono essere d’aiuto. L’importante, come in tutte le cose, è rimanere sé stessi”.

Penso che durante gli Slam la cosa più difficile sia restare concentrati, vivere il momento senza farsi troppe illusioni. Chi ti ha aiutato a rimanere coi piedi per terra?

“Io ho un mental coach, Marco Formica, che mi segue giorno per giorno e quando non può venire in giro per tornei lavoriamo per telefono. È la persona che ho avuto vicino sia durante gli infortuni sia in questa stagione di grandi risultati. Adesso stiamo vivendo entrambi dei momenti “nuovi”, si sono create nuove pressioni e aspettative, quindi anche il nostro modo di lavorare è cambiato durante l’anno. Sono molti i fattori che possono determinare la prestazione in un torneo al di fuori dell’allenamento svolto: la stanchezza, lo stress mentale, i viaggi lunghi; lui mi aiuta a gestire tutte queste cose insieme, sia durante i tornei che durante l’allenamento”.

Bene, ora che hai visto tutti gli Slam puoi dirmi qual è il tuo preferito.

“A Wimbledon ho apprezzato la grande attenzione verso i giocatori, ad esempio a New York mi è capitato di allenarmi nei campi esterni perché all’interno non c’era posto, mentre a Londra tutti i giocatori in tabellone avevano un’ora a disposizione per allenarsi sui campi del torneo. Di New York mi ricordo le lunghe attese, praticamente dovevi aspettare per tutto, che uscissero gli orari, che ti assegnassero il campo… mentre a Wimbledon sono sempre stati precisissimi e puntuali, con le loro tradizioni uguali da 140 anni, con le stesse palline, gli stessi campi e così via. È bello pensare che dopo tutto questo tempo rispettano quello che è stato creato all’inizio, no?”

Parliamo dell’ultimo mese. Abbiamo scoperto che Andrea Arnaboldi è il tuo nemico numero uno! Sia a Biella che a Roma avete lottato in due partite tiratissime.

(ride) No dai, siamo amicissimi! Sicuramente il fatto che lui sia mancino mi infastidisce molto quando serve, oltre al fatto che gioca spesso sul mio rovescio con rotazioni sempre diverse e riesce a mettermi molto in difficoltà su quell’angolo. Spesso viene a rete e ci sono delle volte in cui nemmeno me ne accorgo, quindi si gioca bene l’effetto sorpresa. Entrambe le ultime partite si sono decise su pochi punti e lui le ha vinte grazie a questi spunti”.

Appuntamenti da qui a fine anno: cos’hai in programma?

“La prossima settimana giocherò le qualificazioni dell’Atp 250 di Antwerp, poi o l’Atp 500 di Vienna o di Basilea: sicuramente in prima lista sarò fuori ma poi spero di entrare in uno dei due. Dopodiché farò una settimana di allenamento e poi mi aspettano i Challenger a Bratislava, Brescia e Andria. Cerco di prolungare il più possibile la stagione e provare a giocare fino agli ultimi tornei in calendario, poi ovviamente questo è un programma, vediamo cosa succederà!”

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