Rising stars… and stripes. Il punto sulle giovani promesse americane del circuito ATP

di - 19 ottobre 2016
Frances Tiafoe - Foto Ray Giubilo

Il 2016 tennistico sarà l’anno ricordato (anche) per l’assenza di Roger Federer dal Masters di Londra, evento che se fosse accompagnato dalla mancata qualificazione di Rafael Nadal (attualmente settimo nella race, ma tallonato da Thiem e Berdych) darebbe evidenze simboliche se non ancora numeriche al tanto evocato cambio generazionale ai vertici del tennis professionistico maschile.

Il grosso hype che accompagna da ormai un paio d’anni alcuni nomi che si stanno facendo strada tra tornei e ranking diventa addirittura gigantesco quando si riferisce ai giovani americani, “colpevoli” di essere un numero piuttosto cospicuo di giocatori dal provato talento in un Paese che aspetta un tennista di cui innamorarsi dai tempi di Andy Roddick. Che siano destinati o no a contendersi la top-10 o a far spellare le mani degli spettatori di Flushing Meadows in una calda sera di settembre, può valere la pena fare un punto su dove si trovano ora dentro e fuori l’immaginario del mondo USTA, dei suoi tifosi e dei suoi detrattori.

Taylor Fritz (70 ATP)

Un anno fa di questi tempi quel ragazzo di Santa Fe che risponde al nome di Taylor Fritz impressionava nei challenger americani con le vittorie a Sacramento e Fairfield e la finale a Champaign. Una serie di risultati che avevano scomodato anche gli osservatori un po’ più “distratti” e la stampa generalista pronta a incoronare questo giovanotto dalla carnagione olivastra e dalla fenomenale combinazione servizio-dritto come il nuovo Sampras. Il 2016 sembrava iniziato sotto gli stessi ottimi auspici con la vittoria aussie a Happy Valley e la prima finale ATP nel torneo 250 di Memphis, piegato dal re della città che per quella settimana non è Elvis Presley ma Kei Nishikori. Da lì in poi gli incoraggianti quarti di finale nell’ATP500 di Acapulco ma davvero poco che strappasse l’occhio o un titolo di giornale. Piazzamenti, buone prestazioni e punti che gli hanno permesso di conquistare la top-100 e avvicinare la top-50, un percorso di confidenza in fieri con il tennis dei più grandi che per ora non ha nulla di esplosivo ma certamente dà segnali incoraggianti a chi lo segue. Dopo New York per lui due tappe asiatiche, la sconfitta al primo turno contro Juan Monaco a Tokyo e quella al secondo turno di Shangai contro Bautista Agut (poi finalista) dopo due turni di qualificazioni nelle quali aveva estromesso anche il nostro Andreas Seppi.

Frances Tiafoe (104 ATP)

Il destino beffardo della storia vuole che il figlio di una terra feconda di miniere di diamanti sia destinato a recitare la parte del diamante perennemente da sgrezzare. Frances Tiafoe, un’intensa settimana in top-100, non potrebbe avere un ruolo diverso. Il bagaglio tecnico del ragazzo del Maryland con le radici in Sierra Leone è ancora piuttosto incompleto, con una tendenza a esasperare la profondità dei colpi che paga solo quando la fiducia è alle stelle ma che si rivela disastrosa appena una nota suona un po’ stonata. Il suo post-Open è stato tutto sommato positivo con la semifinale a Cary e la vittoria a Stockton (California) che gli era valso quel numero 100 in classifica durato il tempo di una preghiera. L’ultimo avvistamento è di pochi giorni fa a Fairfield sui cui campi in cemento è stato eliminato al secondo turno dal veloce francese Quentin Halys. Quello che Tiafoe può o non può fare, al suo attuale livello di gioco, lo decide solo il mood del momento e non è una premessa delle più incoraggianti.

Jared Donaldson (109 ATP)

Dopo uno US Open ben oltre le aspettative per il pacato ragazzo del Rhode Island sono arrivate quattro gigioneggianti settimane in top-100 durante le quali Donaldson ha provato a dare concretezza al salto di qualità cimentandosi nelle quali del nuovo ATP250 di Chengdu (eliminato subito da Matosevic), in quelle dell’ATP500 di Tokyo (eliminato subito da Duckworth) e persino in quelle del Masters1000 di Pechino (eliminato subito da Inigo Cervantes). Esperienze legittime e bastonate benefiche che, conoscendo la maturità mentale del ragazzo, saranno sicuramente servite da lezioni di tecnica e di presenza in campo. Ora che è tornato, di poco, fuori dai migliori cento del pianeta, potranno tornare risultati e punti per tornare a guardare oltre con uno sguardo meno incantato.

Ernesto Escobedo (129 ATP)

Ad oggi, il tennista californiano di origini messicane sembra quello nel migliore stato di forma. La scorsa settimana, all’ottava finale giocata, si è aggiudicato il secondo titolo della sua carriera nella cornice del Challenger di Monterrey che il giovane Escobedo non ha mai fatto tesoro di considerare un “torneo di casa”. Il titolo arrivato a poche settimane dal primo, conquistato a Lexington alle spese di Frances Tiafoe, sembra il segnale di continuità che ci si aspettava da questo ragazzo per dare definitivamente credito al suo tennis bello e solido. In mezzo, va pur detto, l’ennesima finale persa a Cary in North Carolina contro James McGee ma questo bilancio sembra facilmente ribaltabile in un tempo non troppo lungo.

Stefan Kozlov (155 ATP)

Le stimmate del predestinato nel tennis non funzionano quasi mai, fanno più danni della peste e di certo giocare con due fori sanguinanti sulle mani non è d’aiuto nell’impugnare la racchetta. Battute a parte, Stefan Kozlov, nel suo primo anno da over-18 nel circuito, continua a giocare al gatto col topo con quanto ci si aspetta da lui. Sono arrivati tre titoli Futures tra Stati Uniti e Canada che si aggiungono a quello, simbolico ma scialbo, conquistato un anno fa in Bielorussia, ma al biondino originario di Skopje si chiede qualcosa di più che non l’essere competitivo a livello Futures. La scusa del fisico gracile sembra ormai alle spalle, il tennis vive della stessa brillantezza di timing e colpi che aveva fatto innamorare mezzo mondo di lui, a mancare all’appello sono i risultati, in termini di punti ATP ma anche banalmente di piazzamenti degni di lui. Tolta la parentesi brillante di s’Hertogenbosch dove da novello genietto dell’erba aveva eliminato Nishioka e Steve Johnson prima di arrendersi a Querrey nei quarti di finale, la sua stagione a livelli più alti dei Futures vinti è stata piuttosto scialba con alcuni quarti di finale Challenger e pochi, pochissimi, lampi. E Sacramento si avvicina…

Noah Rubin (168 ATP)

Che fine ha fatto il giovane newyorkese di buona famiglia che non più di due anni fa conquistava il torneo juniores di Wimbledon? Dopo un anno di tennis NCAA nella elegante e formante cornice di Wake Forest nel 2016 lo si aspettava al varco del professionismo con una marcia diversa, invece i risultati non sono arrivati. L’inizio di stagione con una vittoria contro Paire a Melbourne e la semifinale nel sempre suggestivo Challenger hawaijano di Maui avevano dato segnali positivi che poi non hanno avuto riscontro nel resto della stagione, un’annata pigra in cui le cose per cui Rubin si è fatto più notare sono state un impegno (lodevole) nel riconoscere e approfondire la sua identità ebraica e un altro (meno lodevole) nel rendersi su twitter il giullare ufficiale di tutta la scuola USTA. La finale ottenuta a Stockton alla fine di un tabellone non impossibile può essere il segnale di un ritorno a livelli che –sul piano tecnico- gli possono tranquillamente competere, basterà volerlo davvero.

Tommy Paul (233 ATP)

Le vittorie sul rosso europeo del 2015 ci avevano fatto parlare di Tommy Paul come di un piccolo rivoluzionario yankee che armato di racchetta più che di baionetta aveva estirpato il pregiudizio secondo cui gli americani, per tradizione e scuola tecnica, fossero particolarmente limitati sulla terra battuta del vecchio continente. Quest’anno ha cercato di seguire la stessa inclinazione a un piano superiore, disertando i Futures spagnoli teatro di vittorie la scorsa stagione, e giocando a livello Challenger sul lento tra Roma, Bordeaux, Lione e Blois. Poco o nulla il riscosso, ma quello che conta è l’aver messo legna in cascina per un ragazzo (ancora?) lontano dai migliori classe ’97 in circolazione ma sicuramente da tenere d’occhio. Ultimo torneo per lui, ad oggi, il Challenger di Fairfield con un onorevole quarto di finale ottenuto e perso contro Brydan Klein.

Michael Mmoh (241 ATP)

Anche lui, come Kozlov, è atteso da molto e anche lui si trova oggi al di sotto delle aspettative create attorno al suo nome e al suo tennis potente. Lo yankee saudita quest’anno ha conquistato il suo quarto titolo, ancora una volta a livello Futures e ancora una volta sul veloce americano, ma è sicuramente incoraggiante la finale ottenuta nel Challenger di Tiburon partendo dalle qualificazioni. Le vittorie in main draw ottenute ai danni di gente del calibro di Sandgren, Kozlov, Fratangelo e soprattutto Smyczek sono il segno di un potenziale che può essere raggiunto e colmato per competere a livelli superiori.

Reilly Opelka (282 ATP)

Lo spilungone del Michigan che gioca a fare l’erede di Isner corre il rischio di diventare la parodia di se stesso oltre che del ben più quotato Long John. Dopo la vittoria a Wimbledon jr nel 2015 non ha ottenuto praticamente nulla, soffrendo nelle quali dei vari Futures americani e di qualche Challenger, con una settimana straordinariamente ispirata ad Atlanta nel locale ATP250 dove, trascinato dall’efficacia di un servizio lanciato dai suoi 211 cm di altezza, ha raggiunto una inusitata semifinale mettendo a sedere giocatori come Kevin Anderson e Donald Young prima di cedere al suo più o meno palese modello Isner. Il resto dice ancora molto poco con alcune vittorie spot in tornei nei quali aveva ricevuto una wild card (come a Cincinnati dove ha vinto su Chardy prima di perdere da Tsonga) e un gioco che per esprimere un serio livello da professionista non può basarsi solo su una potente prima di servizio. Il margine da colmare sembra ancora molto ampio, difficile dire oggi quanto realmente potrà essere fatto.

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