Intervista a Romina Oprandi


(Romina Oprandi – Foto Stefano Ceretti)
di Marta Polidori (inviata a Biella)
Romina Oprandi è un vero e proprio personaggio tutto da scoprire. Il primo impatto è quello di una ragazza che non si perde in preamboli, non ti fa le feste e di certo la fa semplice. Quando le ho chiesto se avessi potuto farle due domande mi ha detto subito sì, le sue riposte sono state secche e sbrigative, ma lasciando trasparire un non so che tra il timido e lo spavaldo. I toni sono sempre sicuri e decisi, ma il sorriso che sfoggia e lo sguardo sono placidi, tranquilli e dolci.
Best ranking numero 46 wta è approdata al professionismo nel 2005, anno in cui si è giocata i quarti di finale al foro italico di Roma, partendo dalle qualificazione e battendo Samantha Stosur e Vera Zvonareva, perdendo al terzo set 7-6 con Svetlana Kutznetsova.
Romina racconta che si avvicina al tennis per il fratello. Era infatti un piccolo tennista e per lei fu subito tanta la voglia di emularlo. All’età di sei anni comincia i suoi allenamenti al ritmo di due volte a settimana contro tre allenamenti di calcio. Dice che suo padre era infatti un calciatore svizzero e che ha spinto molto affinché la figlia diventasse a sua volta una calciatrice. Sarà forse la base atletica specifica di quello sport ad aver aiutato Romina a crescere? Considerando le sue pochissime ore di allenamento tennistico, che l’hanno portata a vincere l’orange bowl a dodici anni, presumiamo proprio di sì.
Ed è in effetti da quell’orange bowl che parte l’idea di provarci seriamente.
Non ha mai incontrato, a differenza di numerose italiane, problemi a livello emotivo di gestione dell’ansia, cosa di cui chiunque la veda giocare da fuori può rendersi conto. È una giocatrice costante, anche se discontinua mentalmente. Tende a mancare di stimoli e grinta alle volte.
Quando le ho chiesto che tornei avesse in programma quest’anno mi è stato risposto ‘’i tornei dipendono dal ranking’’, aggiungendo che un problema al polso le ha impedito di prendere parte a numerosi tornei, giocando solo gli us open, senza dilungarsi nello score di quel torneo.
Tra le sue superfici preferite troviamo la terra rossa e l’erba. Risposta che non mi aspettavo, principalmente perché di solito la superficie preferita dalle donne è il veloce, che permette di accorciare i tempi e favorire un gioco aggressivo.
A fine intervista si lascia fare qualche scatto dal fotografo non senza un po’ di risentimento e timidezza; questo suo essere un po’ riservata fa quasi pensare ad una Oprandi che pensa di non aver nulla di interessante da dire e quindi stupita che qualcuno voglia sapere qualcosa su di lei.
La saluto affettuosamente e sorridendole, stringendole la mano e augurandole in bocca al lupo per la partita del giorno dopo, mi stringe la mano contenta e sorridendo speranzosa.