I Palleggi di Hakan Sukur

di Sergio Pastena

Ci ho pensato, prima di scrivere questo pezzo. Seguo il tennis da tempo, ho una discreta conoscenza storica, ma scrivo cose “teoriche” perché mi manca l’esperienza sul campo: vivendo a Napoli il tennis l’ho vissuto in tv, salvo qualche puntata nei Challenger o al Foro, e sono un pessimo giocatore. E’ per questo che non parlo mai di “Metodi di allenamento” e “Genitori e figli”. Nei commenti del pezzo della scorsa settimana sulla Giorgi, tuttavia, una frase riportata dal buon Nizegorodcew mi ha fatto riflettere: “Da piccolissima la teneva in palestra a fare addominali su addominali fino a portarla alle lacrime e la moglie voleva ucciderlo”. Su quella frase è partito un dibattito, perché c’era chi criticava il padre e chi lo difendeva: mi permetto di inserirmi.

L’inghippo è comunicativo. Quella frase, istintivamente, fa pensare a un padre padrone, a una ragazzina massacrata e a una madre disperata. Perché? C’era uno smile alla fine, si poteva pensare a un padre che dà una mano alla figlia e a una madre arrabbiata per scherzo, della serie “Me la strapazzi sta ragazza!”. La psicologia cognitiva, però, insegna che il cervello memorizza i brutti episodi e ci porta a immaginare il quadro negativo: è la logica su cui si basano i tg, per questo tre quarti delle notizie sono cattive. Chiarito ciò, va detto che è lecito discutere da un punto di vista tattico o tecnico ma non è corretto sparare a zero su un genitore senza conoscerlo, tanto più che Sergio Giorgi tutto mi sembra tranne che un “padre padrone”. Ha più senso, invece, fare riflessioni generali. Ricordate Hakan Sukur, il calciatore ex Inter? Lui è un esempio di campione costruito: il padre lo costringeva a massacranti allenamenti all’alba, prima della scuola. Hakan ancora lo ringrazia e Camila, se sfonderà, ringrazierà suo padre. In fondo alcuni genitori han portato i figli in alto pur non essendo dei tecnici: Piotr Wozniacki era un calciatore ma ha lavorato benissimo con Caroline. E a poco vale dire “Con un coach avrebbe fatto meglio”: i fatti dicono che papà Piotr ha vinto la scommessa.

Io, però, mi chiedo: cosa ne è dell’altra faccia della medaglia? Quanti ragazzi dal talento non smisurato ma buono, che richiederebbe un professionista per essere sviluppato, vengono soffocati dall’ego ipertrofico di un genitore che crede di avere le chiavi della vittoria? E quanti ragazzi non proprio talentuosi sono costretti ad ammazzarsi di lavoro da genitori che spesso, secondo un classico meccanismo junghiano, trasferiscono sui figli i propri sogni? Non sono pochi. Ma qui non ci sono solo i campioni, qui c’è uno sport che ha dei valori, che può essere utile per la crescita dei ragazzi e aiutarli nella vita anche se non vinceranno mai uno Slam. Un gioco stupendo, che non deve essere rovinato da attese eccessive. E’ per questo che non amo parlare del singolo caso ma in generale sostengo che un genitore debba conoscere i propri limiti.

Un genitore deve assecondare le passioni del figlio, sostenerlo e se è il caso farlo valutare da gente esperta. Un genitore deve capire quale coach faccia al caso di suo figlio, ascoltando il ragazzo e filtrando le sue idee al setaccio della propria esperienza. Un genitore deve collaborare con l’allenatore senza perdere di vista la vita del ragazzo, gestendo un complesso equilibrio tra rischi e opportunità: se il figlio ha talento rischierà di più, altrimenti sarà più prudente. Un genitore deve fare tutto questo, e non è poco. Anzi, è tantissimo.

Cosa non dovrebbe fare un genitore? Non dovrebbe mettere becco nella preparazione fisica se ha una vaga infarinatura acquisita in palestra. Non dovrebbe modificare l’impostazione del rovescio se non sa cosa sia un rovescio. Non dovrebbe costringere il coach a forzare i tempi perchè vuole vedere suo figlio vincere. In Italia siamo tutti allenatori, specie nel calcio, ma pochi conoscono il mestiere: son tutti buoni a dire “Metti una punta” ma chi saprebbe gestire l’occupazione degli spazi, sviluppare i sincronismi o valutare l’autonomia di un giocatore? Insomma, anche il peggiore degli tecnici (stavo per scrivere Cavasin… ops, l’ho scritto) ne sa centinaia di volte più di un genitore. Non vedo perché tutto ciò non debba valere per il tennis.

Fossi il padre di un baby tennista, quindi, mi fermerei fuori dal campo: una volta scelto un coach, gli darei fiducia valutandolo in base ai risultati, senza sentirmi per questo ridotto all’impotenza. Senza eccezioni, perché il giochetto di trovare scuse per farla fuori dal vaso è vecchio. E cercherei di limitare la pressione: il tennis ha tanto da dare anche a chi non vince, meglio non dimenticarlo.