Serie A, tutela dei vivai e politica sportiva.

di - 13 Luglio 2010

Federico Gaio
(Federico Gaio – Foto Nizegorodcew)

“Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette, questo altro anno giocherà con la maglia numero sette..”
(Francesco De Gregori – La Leva Calcistica della classe ’68)

di Roberto Commentucci

Tra qualche mese riparte il campionato di Serie A, da tempo al centro di un vivace dibattito circa le nuove regole per la formazione delle squadre. Regole poste dalla Federazione “a tutela dei vivai”. Una motivazione che, in effetti, a molti forse è sfuggita. La riduzione delle rose a 4 soli giocatori (oltre a quelli provenienti dal settore giovanile) ha suscitato infatti proteste e malumori, specie fra i giocatori, alcuni dei quali hanno avuto difficoltà a reperire un ingaggio.
Cerchiamo allora di capire meglio come nasce questa linea di policy della Federazione, attraverso l’esempio di un’altra disciplina sportiva: il calcio.
La clamorosa eliminazione della nostra nazionale dal campionato del mondo in Sudafrica ha innescato polemiche, dibattiti, analisi, sia dentro che fuori l’ambiente sportivo. Una gran confusione, fra chi ha sottolineato gli errori di Lippi e chi si è spinto a parlare di declino del sistema paese. I critici più attenti hanno però immediatamente colto l’essenza del problema, che ha origini lontane: la tutela dei vivai, le fucine degli atleti di domani.
In ogni disciplina sportiva, il gestore di una società, di un club, di un circolo, sia esso la Juventus o la Montepaschi Siena o il Tennis Club Parioli, da sempre ha due alternative per la costruzione di una rappresentativa competitiva: mirare ad allevare in casa dei giovani talenti, investendo sul settore giovanile (assumendo bravi tecnici e preparatori e mettendoli nelle condizioni migliori per lavorare) oppure acquistare gli atleti belli e pronti sul mercato.
Le due scelte non sono però equivalenti. Se l’acquisto sul mercato diventa troppo “conveniente” sul piano economico, rispetto all’investimento sul vivaio, a lungo andare quella disciplina sportiva rischia il depauperamento tecnico (meno investimenti sul vivaio oggi significa avere meno giovani atleti competitivi domani).
E quindi, da sempre, le Federazioni sportive cercano di difendere i vivai e di incentivare le società sportive ad investire sul futuro, mentre altri operatori (come ad esempio i procuratori degli atleti) “spingono” per espandere e liberalizzare il più possibile il ruolo del mercato dei giocatori, per essi fonte di lucrose provvigioni.
In questo quadro, nel 1995 irrompe la celeberrima “sentenza Bosman”, con cui di fatto la Corte di Giustizia delle Comunità europee liberalizza il mercato degli atleti, equiparandone il trattamento alle norme comunitarie in vigore per tutte le altre categorie di lavoratori. Nel nostro paese, come nel resto d’Europa, quella sentenza ha effetti dirompenti. Nel giro di 15 anni il numero di calciatori stranieri tesserati dalle squadre di calcio italiane passa da 66 a 1.100.
Ciò è avvenuto, in un contesto generale di globalizzazione, soprattutto perché la liberalizzazione dei trasferimenti ha reso molto più conveniente, per le società sportive, l’acquisto sul mercato internazionale dei calciatori rispetto all’investimento sui vivai, mettendo in crisi la costruzione dei giovani “autoctoni”. Altri sport di grande tradizione nel nostro paese, quali il basket e la pallavolo, stanno pagando un prezzo molto alto a questo fenomeno, che ha rotto equilibri consolidati da decenni.
Ma torniamo ora al nostro ambiente. Nel tennis, tutto è ancora più complicato. Mentre negli sport di squadra una società sportiva è comunque ancora incentivata ad investire sul settore giovanile dalla prospettiva, se non altro, di poter “rivendere” il giocatore sul mercato (a meno che il contratto non sia scaduto) nel tennis questo non avviene: se un club costruisce in casa un tennista competitivo a livello internazionale, può trarne solo un po’ di buona pubblicità, perché il giocatore inizierà ovviamente a giocare nel circuito professionistico. E’ la famosa anomalia del tennis, l’unica disciplina dove le gare che contano sono state sottratte al controllo delle Federazioni nazionali.
Pensate quindi quanto è complicato, per la nostra Federazione, perseguire una politica sportiva mirata alla tutela dei vivai, ovvero costruire un sistema di incentivi per i club atto a favorirne l’investimento in settori giovanili di qualità.
E in effetti, negli ultimi 20 anni, in Italia, la qualità dell’addestramento di base è rimasta indietro rispetto ai nostri competitors europei. Perché è avvenuto questo? Guardiamo in faccia la realtà. Ad un certo punto, i circoli più grandi e famosi hanno iniziato a pensare che forse non era così necessario avere dei buoni maestri, e curare la qualità dell’insegnamento sui bambini, perché poi, comunque, sfruttando il “peso” e il prestigio del circolo, avrebbero sempre potuto attirare i migliori ragazzi del circondario sottraendoli ai circoli più piccoli. Questi ultimi, a loro volta, vedendosi sistematicamente privare dei loro elementi migliori, su cui maggiormente avevano investito, e che andavano a giocare i campionati a squadre nei circoli più grandi, finirono anch’essi per perdere ogni incentivo all’investimento sui giovani.
E quindi, ci troviamo nella situazione attuale, una situazione in cui molti nostri coach professionistici (in primis Riccardo Piatti) denunciano il fatto che, quando devono iniziare a seguire un ragazzo di 17-18 anni, lo trovano ancora alle prese con evidenti lacune tecniche, e devono perdere un mucchio di tempo prima di riuscire a rimediare, ritardando ovviamente l’inserimento nel professionismo. L’esperienza passata, in altri termini, ha dolorosamente dimostrato che è quasi inutile migliorare i programmi della Scuola Maestri, se poi il vivaio non è fra le priorità dei club.

Per questi motivi, da alcuni anni, la nostra Federazione ha avviato una progressiva ed organica riforma della regolamentazione dei campionati a squadre, mirante a limitare il più possibile il “tennis mercato”. Ciò avviene sia per i ragazzini nella fascia di età dai .. ai 16 anni (che non possono disputare per due anni campionati a squadre nel caso si trasferiscano da un circolo ad un altro), sia, a livelli più elevati, per i campionati di serie A e B, dove il numero di atleti schierabili non provenienti dal vivaio è stato progressivamente ridotto, fino agli attuali 4 giocatori.

I primi effetti di questo nuovo sistema già si vedono. Nei campionati a squadre giovanili, infatti, si iniziano a sovvertire le tradizionali gerarchie, ed iniziano ad emergere realtà anche piccole, poco pubblicizzate, dove però si lavora in modo serio, e che hanno ora l’opportunità di non vedersi private dei loro talenti.

In tal modo, situazioni quali quelle di alcuni club che oggi competono nella nostra serie A, in cui dietro i giocatori ingaggiati sul mercato non esiste, di fatto, alcun settore giovanile, tenderanno sempre più a sparire mentre, a regime, i circoli che meglio avranno operato nel vivaio potranno raccogliere i frutti del loro lavoro con l’opportunità di schierare nelle competizioni a squadre i loro giovani prodotti, trovando così una remunerazione all’investimento effettuato.

In altre parole, questo diverso sistema di incentivi mira a portare un generale innalzamento della qualità dell’addestramento di base impartito nei club, con benefici generalizzati per tutto il nostro movimento.

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