Di Mauro: “La partita della vita? Con Agassi a Roma”

di - 22 Agosto 2014

Alessio Di Mauro

di Alessandro Mastroluca

Alessio Di Mauro ha annunciato il ritiro, ma non abbandonerà il tennis. E’ un esempio di passione per questo sport, un bell’esempio per tutti. Mancino, ottimo servizio, rovescio bimane, aveva nel diritto un colpo solido ma non certo un “colpo killer”. Ha vissuto due stagioni “da leone”. Nel 2006 arrivano quarti di finale ad Acapulco, con la gioia per il 6-2 6-4 al numero 7 del mondo Guillermo Coria, e soprattutto il terzo turno a Montecarlo partendo dalle qualificazioni: e non è impresa da poco battere Wawrinka 6-2 6-4 e Stepanek 6-2 2-6 7-6(4) nella stessa settimana. Nel 2007, poi, la finale a Buenos Aires, uno dei pochi tornei con la formula del round robin, persa da Monaco, poi la squalifica, la punizione severissima per l’ingenuità di aver scommesso, e perso, pochi euro con la sua carta di credito, e l’uscita dai top-100. Ma ha continuato a lottare, dovunque. Ha chiuso la carriera con 7 titoli challenger, l’ultimo l’anno scorso sulla terra in altura a San Luis Potosì, e sei Future, l’ultimo a Palermo a novembre. E ha regalato a Spazio Tennis il suo passato, il suo presente e le visioni del futuro, suo e del tennis italiano.

Iniziamo dalla fine: come hai deciso il momento di dire basta?

A inizio 2013, mi ero dato settembre 2014 come limite ultimo. Sapevo che non sarei potuto andare avanti in eterno, e ora è giusto iniziare a pensare a un altro tipo di vita. La partita di Roma può essere un po’ un passaggio di consegne tra me e Cecchinato: lo conosco molto bene, ha grandi potenzialità, può diventare un ottimo giocatore.

Nel 2012 hai sposato Martina, la tua storica fidanzata. Il matrimonio ha influito in qualche modo sulle tue ultime stagioni?

Certo, l’effetto del matrimonio l’ho sentito. Forse col tempo, comunque, mi sono reso conto da solo che non avrei potuto più lottare per essere al livello che volevo, per essere top-100. Il matrimonio è arrivato in un momento così, per me. Mia moglie, devo dire, è stata la mia più grande tifosa. A lei il tennis piace tantissimo, e girare l’Italia e il mondo con me per lei è stata una bella opportunità, una bella esperienza. Però l’età conta, e alla fine cominci a pensare diversamente, cominci a programmare la tua vita per stare più vicino a casa, a una nuova fase.

Ci stai dicendo che vedremo un Di Mauro coach?

Io coach? No, è un parolone! Se devo stare in giro per 30 settimane l’anno, continuo a giocare io… Continuerò a lavorare un po’ da allenatore nel gruppo con Fabio Rizzo che segue Gianluca Naso.

Quali sono le partite che definiscono la tua carriera?

Certamente le tre vittorie contro top-15, Stepanek, Ferrer, Wawrinka: per me non è certo comune battere giocatori di quel livello. Anche la vittoria con Melzer agli Us Open, sulla sua superficie, credo sia stato uno dei miei match migliori. Ma l’esperienza più bella resta aver giocato con Agassi a Roma. È stato come realizzare un sogno, e ho avuto anche chance di vincere il primo set…

E quelle che avresti voluto giocare?

In realtà nessuna, ho goduto di tutte le battaglie, sono riuscito a far sudare avversari più forti e sono belle sensazioni. Certo, avendo affrontato Murray, mi sarebbe piaciuto giocare con gli altri tre “dei dell’Olimpo”, Federer, Nadal e Djokovic, ma avrei rischiato una figuraccia e magari non me la sarei nemmeno goduta.

Sei stato un esempio di dedizione, di correttezza, di passione per questo sport. Qual è il più bel complimento che ti hanno fatto?

Ne ho avuti tanti, anche da parte di colleghi. Mi piace però ricordare quello che mi disse Federico Luzzi, con cui ero molto legato, eravamo davvero molto amici. Dopo la mia vittoria su Stepanek a Montecarlo, mi scrisse via sms “tu giochi come il gatto col topo”, perché ero stato capace di imporre io il ritmo della partita, di rallentare quando rallentava e accelerare quando lui accelerava, e non era certo facile contro un avversario come lui. Ma soprattutto mi faceva piacere ricordare Federico.

Ti pesa ancora essere ancora associato alle scommesse, alla squalifica del 2007?

Non mi pesa quella storia, non mi pesa che in qualche pagina web, nei primi risultati di Google magari, compaia qualche articolo sulla squalifica. Nel corso degli anni ho dimostrato che non c’entravo nulla con le partite truccate. Ho fatto l’errore di giocare pochi euro con la mia carta di credito, peraltro scommesse tutte perse, ma l’ATP ha voluto associarmi alla compravendita di partite. Pensa che la loro prima proposta era di 3 anni di squalifica e 100 mila dollari di multa… Quel che è certo è che a sette anni di distanza il problema non è stato affatto risolto. Anzi. Ci sono troppi interessi, adesso le agenzie di scommesse sponsorizzano i tornei. Io ho pagato molto, ho pagato troppo, anche economicamente, se consideri che dalla squalifica non sono più rientrato tra i primi 100. Quello che non ho mai capito è perché abbiano beccato solo noi italiani. Ci sono dei passaggi un po’ strani nell’inchiesta, ma han preso solo noi e qualche altro giocatore numero 600, 700 del mondo. L’unico squalificato a vita un po’ più conosciuto è Koellerer, che magari dava fastidio anche per altre cose. In ogni caso, io ho la coscienza a posto. Loro sanno quello che hanno fatto, magari fra qualche anno si saprà la verità.

Ti faccio fare, scherzosamente, qualche altro “nemico”… Quali sono gli avversari più simpatici e quelli più antipatici che hai affrontato?

Con i ragazzi italiani ho un rapporto splendido, con tutti, non ho mai avuto problemi, nemmeno quelle piccole discussioni che in campo possono sempre capitare. È stato difficile spesso giocare contro amici stretti come Francesco Aldi. Di “nemici”, di giocatori non mi ispiravano simpatia, soprattutto qualche straniero. Ti dirò, ho “goduto” particolarmente quando ho battuto Wawrinka e Stepanek, che sono un po’ gli antipatici per eccellenza del circuito, giocatori che a pelle non ispirano particolare simpatia, ecco. Poi, con Stepanek mettici anche che ho vinto 7-6 al terzo con un doppio fallo suo…

Come vedi il futuro del tennis italiano?

Negli ultimi anni si è dato forse poca rilevanza ai risultati di Fognini, di Seppi. Dovrebbero esserci più giocatori di alto livello, più ragazzi validi, questo è vero, anche perché i vari Starace, Lorenzi, Volandri non possono giocare in eterno. Penso che la Federazione comunque abbia lavorato molto bene. Cosa si potrebbe fare per migliorare ancora? Un po’ di idee ci sarebbero, ma sono sicuro che ci abbiano già pensato. Per esempio, sarebbe meglio avere più centri di riferimento sul territorio, sarebbe d’aiuto per i ragazzi, invece di avere solo Tirrenia che, parlo da siciliano, è lontana.

Chi può essere, ci può essere, un nuovo Di Mauro?

Se esiste un nuovo Di Mauro? Sto vedendo crescere molti ragazzi interessanti, che stanno venendo su bene: non voglio fare nomi, perché meno pressione si mette su di loro e meglio è. Ma secondo me hanno meno “fame” di quelli della mia generazione, di 15-20 anni fa. E invece oggi ne servirebbe ancora di più, perché emergere nel tennis è difficilissimo, ci vuole passione, ci devi credere tantissimo. Soprattutto non devi avere la fretta di fare risultati subito. Lo dimostrano, e parlo solo degli italiani, il caso di Starace, di Volandri, di Lorenzi, il mio stesso. Ma anche lo stesso Vanni che sta facendo una grande stagione, o Arnaboldi, che ha iniziato benissimo. I giovani devono lavorare e seguire le persone giuste: il tempo c’è.

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