Intervista a Ivano Pieri

di - 23 Settembre 2013


(Tatiana Pieri, campionessa italiana under 14)

di Gianfilippo Maiga

Lo vedi subito. Tra i bambini e le bambine che per le prime volte impugnano una racchetta, spicca immediatamente quello o quella  che ha inclinazione per il gioco: colpisce la palla istintivamente, forse si muove meglio degli altri, ha passione per il gioco. A  lui o a lei poi la competizione dà gioia più che  frustrazione.

Se sei suo padre o sua madre, ti viene allora voglia di assecondare la sua propensione, di far occupare un posto sempre più importante ad un’attività che sembra potergli dare tante soddisfazioni e da quel momento comincia un percorso sempre più complicato, fatto talvolta di scelte difficili e di dubbi amletici, più che di certezze solari e di discese amiche, come avrebbe detto Battisti.

Il tema è già stato ampiamente dibattuto. Per rinfrescarci le idee con qualche prospettiva originale, con chi meglio che con Ivano Pieri, lucchese, non solo padre di Jessica e Tatiana, due ottime tenniste,  (Tatiana ha appena vinto il campionato italiano under 14 a Tortoreto) ma anche maestro di tennis e storico allenatore di Jasmine Paolini, (oggi a Tirrenia), forse la migliore classe ’96 italiana?

Per cominciare, si potrebbe dire che tu hai vinto più titoli di Fabio Capello. È vero?
In un certo senso sì. I titoli che abbiamo conquistato nascono da una sfida personale. Tra i 14 e i 23 anni ho vissuto a Prato, giocando per ed appoggiandomi ad un grande e meraviglioso circolo che offre tutto a chi lo frequenta: un bell’ambiente, servizi e facilitazioni incredibili. A 23 anni, sapendo che mi ero sposato e avevo una bimba, mi chiamò il Presidente del circolo Bagni di Lucca, (un piccolo circolo rispetto al tennis Prato – 3 campi da tennis e uno di calcetto – inserito in un paesino di 2500 abitanti) proponendomi di lavorare lì. Decisi di andarci più perché quelli erano i miei posti (sono di Bagni di Lucca, un “Termale”, insomma) e mi dissi che volevo dimostrare a tutti che non sono i circoli (quindi il fatto che siano grandi o attrezzati) che fanno i buoni tennisti, ma la voglia di lavorare, di impegnarsi, insomma la qualità dell’attività. Ho quindi accettato questa sfida e sono riuscito a costruire una scuola di circa 70/80 bambini. Avevo dentro di me molte certezze, ma un conto è sentire di poter realizzare i propri obiettivi, un conto è farlo. Oggi sono il  Direttore della scuola del Tc Lucca, molto più grande, ma le mie motivazioni e il mio modo di pensare sono gli stessi dei miei inizi. Quanto ai miei obiettivi, posso dire di essere riuscito a coronarli, con 11 scudetti. Ricordo con particolare piacere la Coppa PIA del 2007, quando tutti i finalisti erano del mio circolo: e sì che allora non avevamo neppure il preparatore atletico. Il gruppo che si è formato in questi anni ha avuto tanti elementi validi: non solo le mie figlie Tatiana(3 scudetti in singolare) e Jessica, (che, oltre a 3 scudetti di singolare e un paio di doppio, ha vinto anche un torneo Tenniseurope u.12 a Trieste); ricordo naturalmente Jasmine Paolini, (2 scudetti), e diversi ragazzi, come Galli, Picchi e Salvetti. Una parola speciale vorrei spenderla per Mattiello, che ha una storia diversa da quella degli altri. Questo ragazzo era apparso da subito bravissimo nello sport e abbinava calcio e tennis: sportivo naturale, eccelleva in entrambi. Nel tennis, oltre a raggiungere una semifinale nella Lambertenghi, era stato convocato nei ranghi nazionali e aveva vinto la Nations Cup con Napolitano e Donati, per intenderci. Un giorno suo padre venne a parlarmi a cuore aperto; mi disse che la Juve lo voleva a Vinovo, era pronta a fargli un contratto. che lui doveva scegliere insieme a suo figlio il meglio per lui e voleva il mio consiglio spassionato. Mi presi qualche minuto per riflettere e poi gli dissi di prendere la strada del calcio perché la ritenevo meno aleatoria sotto il profilo della carriera. La famiglia Mattiello ha seguito il consiglio e oggi il ragazzo, che non manca mai di venirmi a trovare quando passa da queste parti, è titolare inamovibile della Primavera della Juve e quest’anno ha fatto anche la preparazione estiva con la  prima squadra.

Come genitore, quando e in che modo assecondare la buona disposizione di un bambino che gioca a tennis, permettendogli di farne di più. Come essere sicuri che non lo si sta forzando, in realtà, che non si sta proiettando su di lui la propria gratificazione di genitore?
Andando un po’ controcorrente, direi che non credo che questo sia davvero un problema così drammatico. Io vedo lo sport in positivo e credo che un ragazzo che abbia modo per esempio  di “respirare tennis” sia innanzitutto in un bell’ambiente, acquisisca dei valori, il senso della disciplina e del sacrificio, delle regole che lo sport impone, quindi investa molto nella sua crescita personale. A 6 anni è normale che noi genitori si decida per i nostri figli; strada facendo capiremo cosa è meglio per loro. Naturalmente questo non vuol dire chiudere gli occhi e pretendere di sapere quello che passa per la loro testa. Occorre confrontarsi con loro e saperli guardare lucidamente. Vorrei fare un esempio che mi riguarda da vicino e tocca mia figlia Tatiana. Tra i 7 e i 10 anni si allenava e giocava con voglia, ma io e mia moglie avevamo notato come non avesse un buon rapporto con la partita. Non si parla di frustrazione da sconfitta, attenzione. Mi figlia vinceva tantissimo, ma durante i match si incupiva, si spazientiva immediatamente, era sempre insoddisfatta. Addirittura, prima delle partite talvolta non mangiava ed era intrattabile. Di comune accordo abbiamo deciso di tenerla lontana dalle gare e che non avrebbe ripreso a meno che non lo avesse chiesto lei stessa. La sua voglia di tennis era immutata e Tatiana si allenava anche tutti i giorni, ma non disputava match. Sono trascorsi due anni e, quando ne aveva 12, la Presidentessa del Tc Lucca Paola Cecchini le propose di giocare uno torneo nelle vicinanze: il campionato regionale under 12, che Tatiana vinse facilmente, senza manifestare in apparenza i segni di disagio del passato. Lo scopo era quello di permetterle, se Tatiana lo avesse voluto, di giocare il successivo campionato nazionale under 12, cui accedono i meglio classificati dei campionati di ogni regione. Non la invitammo comunque a disputare altri tornei, fino a che in agosto, a una settimana dalla Porro Lambertenghi, Tatiana stessa mi chiese se poteva parteciparvi. Tatiana vinse il Campionato e da lì è iniziata la sua “carriera”. Forse posso dirmi oggi che abbiamo saputo cogliere dei segnali che le ci mandava e avuto la forza di decidere di conseguenza. Personalmente, fermo un bambino solo quando gli vedo la”faccia bianca”, una stanchezza che è più psicologica che è fisica. Un ragazzino può stare in campo dalle 8 della mattina alle 20 la sera senza stancarsi, se una cosa gli piace. Ma se soffre perché non ha gioia in quel che fa, ovviamente non va forzato. Io ho l’abitudine di proporre 3 allenamenti settimanali, ma sono consapevole che spesso questi sono integrati in altri giorni dall’ora con la mamma, con gli amici, con i soci, eccetera. Per me questo non è strettamente necessario da piccoli, m può essere accettato a patto, questo sì, di sincerarsi che il ragazzo o la ragazza lo vogliano prima di propinare dosi così massicce in tenera età.

Più che quali sono le scelte da fare, quali sono gli errori da non commettere nell’avviare un bambino all’agonismo?
Un primo errore da non commettere, e in questo caso mi rivolgo più a noi maestri che ai genitori, è di guardare da subito oltre alle apparenze immediate. Mi vorrei riallacciare all’introduzione. Viene spontaneo assecondare le attitudini naturali di un bambino. Se vede che è dotato anche il maestro istintivamente lo segue, lo stimola, gli dedica più attenzione. L’importante è che l’insegnante non cada nell’errore di puntare solo sui “talenti naturali” e lo dico perché anch’io la pensavo un po’ così, finché un padre non mi ha fatto riflettere. Avevo una bimba del 2004 che, lo dico senza mezzi termini, sembrava completamente negata per il tennis: scoordinata, nessun senso della palla, insomma in confronto alle sue coetanee un pianto visibile ad occhio nudo anche ad un non addetto ai lavori. Un giorno venne a parlarmi suo padre, chiedendomi perché trascuravo sua figlia. Io non ebbi il coraggio della franchezza, ma mi limitai a dirgli con un giro di parole che l’avevo inserita in un contesto (di profilo evidentemente meno ambizioso) che ritenevo adatto per lei. Il papà mi disse allora di rivedere le mie scelte, perché a suo dire sua figlia era capace di mettere molto bene a frutto i buoni insegnamenti. Sottolineò, in sostanza, le doti umane di sua figlia. Questa osservazione mi colpì, così come l’indubbia genuina passione del papà. Decisi allora di impegnarmi su di lei, per vedere come sarebbe andata. Oggi quella bimba è numero 1 nella nostra regione e tra le prime 5 in Italia…. La morale è che la voglia di apprendere conta quanto le doti naturali! Un secondo insegnamento che ho tratto da Matteucci al corso maestri è di non lavorare sulla forza dei ragazzi finché non hanno raggiunto il completo sviluppo. La tentazione di sottoporre i giovanissimi anche solo all’uso della palla medica, alle ripetute su ostacoli bassi o ai piccoli pesi da 1 kg, per non dire ai pesi veri e propri, può costare molto cara, bloccando la loro crescita. Basta vedere le ragazzine che fanno ginnastica artistica, che, inusitatamente robuste in tenera età, spesso restano molto piccole, per vedere l’evidenza di quello che dico. Ai genitori raccomando di trasmettere ai propri figli la cultura del lavoro, lì dove la famiglia può fare molto più dell’insegnante di tennis. Un errore che, mi spiace dirlo, vedo ripetersi con troppa frequenza è quello di pretendere dai propri ragazzi risultati, senza però curare la continuità nel loro impegno: non ha senso allenarsi per otto mesi e poi staccare 3 o 4, per esempio.  Una grande regolarità e continuità sono parte essenziale della disciplina di vita che lo sport ti insegna e, peraltro, senza la quale francamente è difficile aspettarsi successi.

C`è il grande tema della scuola, di solito “nemica” dello sport agonistico e poco propensa alla flessibilità che dovrebbe assicurare a chi pratica un agonismo intensivo. Cosa dovrebbero fare le istituzioni per permettere agli sportivi di competere a livelli elevati e al contempo non perdere la scolarizzazione? E comunque, quando è corretto smettere di andare a scuola se si punta ad un agonismo “professionale”?
Devo dire che in Italia si è avuto un cambiamento legislativo importante che sta contribuendo a mutare questo stato di cose. Ora è possibile per chi svolge un’attività sportiva “certificata” e di alto livello, assentarsi da scuola fino ad un massimo di 70 giorni. Tra l’altro questa facoltà non sembra espressamente limitata a chi, per esempio, fa parte dei quadri nazionali, ma comunque estesa a chi pratichi un agonismo di èlite e voglia partecipare a manifestazioni sportive di una certa rilevanza. Mi sono avvalso l’anno scorso di questa notevole facilitazione per mia figlia Tatiana. Certo, l’impegno scolastico alla lunga diviene insostenibile per chi voglia svolgere un’attività di livello quasi professionale come è quella junior in ambito internazionale. Personalmente ritengo che tale impegno sia gestibile fino al livello della prima, massimo la seconda superiore, ma poi si debba fare una scelta. Anche io mi sono posto il problema per le mie figlie, ma la scelta è stata di mandarle a scuola, perché loro stesse mi hanno fatto riflettere in proposito. La considerazione che mi ha convinto, in mezzo a tante altre ovvie, è stata che studiare privatamente lascia tantissimo- troppo –  tempo libero a dei giovanissimi che in fondo non sanno impiegarlo al meglio. Paradossalmente  si sfrutta molto meglio il proprio tempo – e si svolge molto meglio la propria attività, quale che essa sia – quando di tempo se ne ha poco, quando la giornata è completamente programmata. Allora si vive con ritmo, con energia, non si corre il rischio di un intorpidimento che poi ha inevitabili riflessi anche sul rendimento sportivo. La tanto bistrattata scuola statale, per tornare ad un argomento che mi è caro, ti insegna inoltre quella cultura del lavoro, della continuità e della disciplina nell’impegno cui mi riferivo prima e che ritengo centrale per la formazione. Non faccio nomi, ma i campi di tennis sono pieni di ex-tennisti che insegnano con indolenza,  proprio perché nella loro vita sportiva per non hanno mai sperimentato prima davvero cos`è l’intensità di un impegno. Infine, non si dimentichi che dal momento che un giovane smette di frequentare la scuola il tennis non è più un (importante) accessorio della sua vita, ma l’attività in cui deve riuscire, l’assoluta priorità: da quel momento le sue responsabilità, di fronte a se stesso, alla sua famiglia, all’ambiente, crescono esponenzialmente e con esse la pressione che ha addosso; occorre quindi essere ben sicuri che sia in grado di sopportarla.

Si parla sempre della differenza tra il ruolo del maestro, che “dà lezioni” e quello dell’allenatore, che invece dovrebbe dedicarsi integralmente a seguire gli agonisti. Il primo probabilmente riesce a far quadrare meglio il bilancio della propria famiglia, ma non può dedicarsi al complesso lavoro di seguire un agonista dentro e, si potrebbe dire, fuori dal campo. Esiste la figura dell’allenatore, a livello junior? E cosa deve fare un giovane che si voglia cimentare con la carriera professionistica?
Una grande domanda cui è, purtroppo difficile dare risposta. Premetto che quando si parla di giovani che stanno per fare un salto verso il professionismo e devono fare delle scelte di questo tipo, mi sto affacciando solo ora in presa diretta su queste problematiche: ho naturalmente delle opinioni, ma non posso ancora parlare per esperienza diretta né per risultati acquisiti e non vorrei apparire sentenzioso in questo campo. Detto questo, una figura di allenatore full time non si trova se non si dispone di tanti, ma veramente tanti soldi, o se non si hanno genitori che più o meno conoscono e esercitano questo mestiere o, infine, se non si dispone dell’appoggio Federale. Inutile commentare  il primo caso, che è ovvio. Altrettanto ovvio può sembrare che avere il padre maestro di tennis sia un fattore estremamente facilitante. Lo ritengo tale, ma occorre che la famiglia comunque ci lavori  su e metta in gioco la propria attività, la propria routine. Io per esempio ho modulato la mia settimana tennistica, per quanto riguarda le mie figlie, in modo da sintonizzarla anche sulle loro esigenze scolastiche: ecco allora che si lavora durante la settimana lasciando un giorno di pausa e poi la domenica si lavora tutto il giorno. Certo, la nostra non è più la domenica tipica di una famiglia, ma si permette così alle figlie di studiare e di allenarsi con meno stress. Intendiamoci, in passato ho fatto cose simili  anche per qualcun altro, dedicando gratis i miei sabati e qualche domenica, senza chiedere remunerazioni di sorta, ma ho scoperto che la memoria umana è corta e la gratitudine non è di questo mondo…. Quanto a Tirrenia, è una buona possibilità, checché si dica. Certo si potrebbe auspicare un maggior coinvolgimento delle famiglie all’interno della struttura, in modo da dare un ulteriore supporto a dei minorenni che a volte vi si sentono soli, ma rimane un’opzione da non dimenticare. Io tra l’altro credo potenzialmente valida la formula  dell’accentramento in un unico luogo per ragazzi in fase di crescita di culture, competenze e informazioni, che lì possono circolare e esser più facilmente scambiate. Vorrei comunque sottolineare  il ruolo fondamentale che ha la famiglia, o perché ti sostiene finanziariamente o perché è in grado di creare intorno a te il contesto ideale per riuscire. Non per caso, sin da tempi non sospetti, ritengo che la maggiore speranza italiana per le classi ’95 e ’96, (che sono piene di prospetti interessanti), sia Jacopo Stefanini (96), che ha un’intera famiglia di tennisti a disposizione, un circolo privato in cui potersi allenare a piacimento e, come doti personali, facilità di tennis e una grande energia da spendere.

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