Lorenzo Giustino: “Vincere aiuta a vincere”

di - 14 Agosto 2015

Lorenzo Giustino

di Luca Fiorino (@LucaFiorino24)

Sangue napoletano e mentalità ispanica. Lorenzo Giustino è tornato finalmente alla vittoria in un torneo future a distanza di due anni dall’ultimo successo. Un trionfo, quello ottenuto a Pontedera, che ripaga solamente in parte le fatiche e la sfortuna del passato. Numerosi problemi fisici accusati nel suo momento migliore, coincidente con il best ranking raggiunto nel maggio del 2014, che ora sembrano essere finalmente alle spalle. Un anno travagliato in cui nonostante tutto è riuscito a togliersi qualche soddisfazione, tra cui l’esordio nel circuito maggiore a Bucarest contro Guillermo Garcia-Lopez e il suddetto successo seppur in un future. Uno stop forzato ai box che non hanno mai distolto il suo sguardo dalla meta, per un giocatore destinato a palcoscenici decisamente più prestigiosi visto e considerato il livello di tennis che il tennista napoletano è in grado di esprimere. Tra curiosità del passato, domande sul presente ed obiettivi futuri, Lorenzo Giustino si è raccontato ai “microfoni” di Spazio Tennis.

Come nasce l’idea di giocare un torneo future? Vincere non è mai facile a nessun livello…

Non potevo giocare nessun torneo di qualificazione challenger perché stavo in Bundesliga ed allora, per non rimanere fermo tre settimane, ho deciso di iscrivermi a Pontedera. Essendo ormai abituato a partite challenger e anche Atp, quando scendi un po’ di livello ti sembra più semplice anche se ammetto che vincere non lo è stato per niente. La partita più impegnativa, per dire, è stato il primo turno contro Max De Vroome, numero 1600 al mondo. E’ stato l’unico set perso nel torneo ed è la testimonianza che le posizioni ricoperte in classifica a volte lasciano il tempo che trovano. Partire ogni volta dalle quali nei challenger è durissima, mi è capitato di giocare questa settimana a Praga contro Rogerio Dutra Silva che ora si ritrova nei quarti di finale o anche a Furth di vincere nel secondo turno di quali contro Tristan Lamasine che di lì a poco avrebbe vinto il challenger di Tampere. Poi ovviamente arrivi a giocare i quarti di finale che sei fisicamente distrutto con già sei match sulle gambe.

Al Garden avevamo discusso sul fatto che fosse importante giocare partite Atp visto che anche il livello nei challenger sembra essersi decisamente innalzato. Cos’è cambiato da pochi mesi a questa parte? Su cosa pensi di dover lavorare maggiormente a livello mentale?

E’ importante mantenere la concentrazione alta ed essere costanti nel corso di tutta la settimana perché vincere tornei a qualsiasi livello non è mai scontato. Arrivare in fondo non è facile, ed è un aspetto su cui sento di dover lavorare. Disputare più finali possibili lo vedo come un allenamento psicologico, un qualcosa di giusto in funzione del proprio ranking, ed oggi è quel che più mi serve. Difficilmente chi vince a grandi livelli non ha mai vinto titoli challenger o futures in precedenza.

Sei nato a Napoli ma ti sei formato come uomo e tennista a Barcellona. Ci racconti come iniziò il tutto?

Mi sono trasferito con la mia famiglia in Spagna da piccolino quando avevo 7 anni ma non per motivi tennistici. E’ stata fatta una decisione in virtù di una scelta di vita chiara, i miei genitori volevano che ricevessimo io e mio fratello un’educazione diversa da quella che era stata loro impartita, un po’ più internazionale.  Culture diverse, lingue nuove da imparare e tanti altri aspetti rilevanti. Mio fratello ad esempio è un genio nel campo della medicina, magari proprio questa decisione presa in passato l’ha aiutato in qualche modo e l’ha formato nel modo giusto. Per ciò che riguarda l’aspetto sportivo mio padre era ginnasta e sin da subito mi ha trasmesso la passione e i valori dello sport. Iniziai a giocare a tennis a Napoli e poi in Spagna con Pedro Mora, ex allenatore di Alex Corretja.

Quali sono a tuo avviso le differenze maggiori tra l’impostazione e la mentalità tennistica spagnola e quella italiana?

L’impostazione spagnola è quella guerriera per eccellenza. Si lavora molto ogni giorno e consistenza e solidità sono i primi aggettivi che mi vengono alla mente quando penso alla mentalità iberica, una delle più vincenti in assoluto. Uno spagnolo ci crede davvero tanto, magari hanno meno tecnica, sono anche giocatori costruiti eppure sono più determinati e sono trascinati da una passione incredibile. In Italia si insegna probabilmente meglio la tecnica in generale, per cui direi che a livello concettuale siamo preparati. Abbiamo giocatori anche più complessi che giocano addirittura meglio degli spagnoli ma alla fine della fiera, quello che fa tanto la differenza, è il voler arrivare in fondo e credere nei propri mezzi.

Riguardo la tua situazione con gli allenatori sappiamo che ti alleni nell’Accademia di Bruguera ma che non sei seguito in ogni torneo da un allenatore fisso. E’ corretto?

Ad oggi ho un coach, Gari Petrosyan, che mi segue tutti i giorni e nei tornei che voglio, ma il tutto dipende principalmente da questioni economiche. E’ un allenatore preparato e competente che lavora da anni nell’Accademia di Bruguera. Quando c’è Sergi a Barcellona e non segue Gasquet lavoro con lui, sennò con l’armeno ma sempre sotto la supervisione di Sergi. Non posso permettermi di pagarlo eppure mi aiuta perché ama questo sport e sa quanto io abbia voglia di migliorarmi. Su 30 tornei stagionali magari una decina li faccio da solo, un tot con il coach e altri in un gruppo. Da poco ad esempio è nata l’idea di poter viaggiare con Gianluca Mager e Diego Nargiso in maniera tale che possa dividere le spese. Diego lo conosco da anni, è molto amico di Sergi e credo possa nascere una bella collaborazione. Inizieremo a Como ed a Bologna.

Rimpiangi qualche tua scelta del passato? Quale aspetto pensi sia più importante per un tennista?

Tanti si pentono di un sacco di cose e rimpiangono le scelte che fanno. Il passato ormai è storia, preferisco vivere e concentrarmi sul presente imparando dagli errori commessi per costruirmi un nuovo futuro. L’importante è fare le cose nel modo giusto, senza pensare in maniera spasmodica al risparmio perché poi il risultato non arriva. Le cose vanno fatte bene. Sono in passivo? Pazienza. Questo è un investimento che si fa su sé stessi, magari in futuro riuscirò a riprendermi il tutto con gli interessi, magari no. Ti parlo per esperienza passata, ho sottovalutato il problema al gomito facendo le cose veloci e male giusto per una questione di soldi. Ora ho trovato una mia stabilità, non ho male neanche più alla schiena e sto riuscendo ad essere più continuo. L’aspetto più importante per un tennista è non infortunarsi mai in modo che la qualità tennistica aumenti. Giocando ogni giorno hai una percezione più definita e chiare delle cose, sei più competitivo e mentalmente pronto.

Che obiettivi ti sei prefissato per questo finale di stagione?

Vorrei terminare l’anno top 200 ed ho bisogno di più di 100 punti fino al termine della stagione. Cercheremo di ottenerli in qualsiasi maniera in modo che possa evitare le quali dei challenger e fare il tanto agognato salto di qualità. Sono abbastanza convinto che se avessi giocato più futures e rinunciato alle quali di tornei Atp o challenger oggi potrei essere anche numero 180 del mondo. Con Luis Bruguera stiamo studiando un nuovo tipo di programmazione che consisterà nel giocare 3 challenger alternati a 2 futures.

Qualche mese fa circolava un tuo video divertente sulla pagina “Chiamarsi Roger senza apparenti meriti sportivi”. Com’è nata l’idea? Com’è Lorenzo Giustino dentro e fuori dal campo?

Conosco Matteo Grigo della Crionet e altri ragazzi con cui spesso scambio due chiacchiere soprattutto quando si gioca in terra straniera. Lui è molto amico del produttore della pagina “Chiamarsi Roger senza apparenti meriti sportivi” e mi è stato chiesto di fare qualcosa di divertente. Mi sono detto, perché no? Un po’ timido ma divertente, bisogna ridere ogni tanto e viversi ogni secondo e momento della vita. Io non gioco a tennis per diventare ricco, non lo diventerò mai. Gioco per pura passione e per amore di questo sport. Se non ridiamo ogni tanto e non ci prendiamo gioco di noi stessi diventa dura tirare avanti. Alla fin fine perdiamo ogni settimana, per cui la leggerezza è fondamentale. In campo c’è l’adrenalina, la grinta e il vamos, diversamente non saprei come fare a vincere. Il tutto sempre con il massimo rispetto dei propri avversari. Lotto contro me stesso e i miei limiti. Fuori dal campo sono dolce, sorrido e spesso vado a mangiare una pizza coi miei colleghi la sera anche se ci ho perso poche ore prima. Se dal campo posso dare l’impressione di essere un tipo un po’ nervoso fuori sono esattamente l’opposto…

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