Delray Beach 2002, l’impresa di Sanguinetti

Sanguinetti
di Alessandro Mastroluca

La miglior stagione della carriera a quasi 30 anni. Una personale ricerca della felicità nella terra delle opportunità. Il primo fotogramma del 2002 di Davide Sanguinetti, l’epifania di una piccola grande rivoluzione, lo vede avvolto nella bandiera tricolore al Palalido di Milano per il suo primo titolo in carriera, per quella settimana magica in cui ha eliminato la testa di serie numero 1, Ferrero, e in finale Roger Federer, numero 2. “Tutto d’ un tratto mi sono sentito d’ improvviso leggero e capace di qualsiasi cosa, di non fallire colpi difficili, di far punti su quelli accessibili che, magari, a volte sbaglio” spiegava. “Quando Federer batteva a centonovanta mi pareva che la palla giungesse lenta, riuscivo a metterla a fuoco, trovavo il tempo per un movimento completo”. Ha retto al passaggio a vuoto, al parziale negativo di 14 punti a 3 dall’1-1 nel secondo set, dalla sua volée di dritto chiamata fuori ma quasi certamente buona, ha salvato 5 palle break annullate nel quinto game del terzo, prima di festeggiare il 76 46 61 finale.

Ma c’è l’America nel destino, nella storia, nella carriera del ligure, che ha passato due anni al college alla UCLA. Quattro anni prima, nel 1998, è arrivato in finale al Delray Beach Open, che però quell’anno, per l’ultima volta, si giocava a Coral Springs, ma soprattutto ai quarti a Wimbledon, il suo miglior risultato di sempre in uno Slam. E chiude con il miracolo di Milwaukee, lo splendido successo su Todd Martin che riporta l’Italia in finale di Coppa Davis.

Ma nelle successive tre stagioni ha vinto solo 38 partite e ne ha perse 75. Alla fine del 2001, decide di cambiare. Si mette in contatto con Pino Carnevale, l’ex preparatore della nazionale di Coppa Davis. I due mesi di lavoro intenso in off-season si vedono e si sentono. “Gli devo la metà dei miei guadagni” ha scherzato Sanguinetti. “Abbiamo alimentato, come dire, la qualità dell’ uomo” spiegava a Repubblica Claudio Pistolesi, all’epoca suo coach. “Niente consigli esistenziali o altri bla bla bla: abbiamo, con Pino Carnovale, rafforzato la sua identità. E Sanguinetti ha risposto, perché è atleta che ‘sente’ molto il suo corpo. Oh, poi allenamento, allenamento, allenamento”.

In una settimana ventosa, che diventerà anche di festa e di pioggia, Sanguinetti perde 60 il primo set del torneo, ma rimonta su Christophe Rochus, che ha già eliminato a Copenhagen. Al secondo turno, la varietà di colpi fa impazzire il 21enne Kristian Pless, che arriva solo una volta a palla break. Sanguinetti la cancella e vince 63 62.

Nei quarti, firma la tredicesima vittoria stagiona su Paradorn Srichaphan, che tre anni dopo batterà di nuovo per raggiungere gli ottavi di finale a Flushing Meadows. La semifinale con Jan-Michael Gambill, il tennista modello, mette in scena la rilassatezza di Sanguinetti, una tranquillità che nasce dalla maturitò. “Sembra che giochi senza sforzo” commenta l’americano, “non so da dove li tiri fuori certi colpi”. Davide serve per il primo set sul 5-4, ma perde il servizio e deve cambiarsi le scarpe perché d’improvviso la suola si scolla. È costretto a chiederne un paio in prestito a Bill Norris, uno dei trainer dell’ATP, ma emerge meglio nel tiebreak anche grazie ai due errori di rovescio negli ultimi due punti di Gambill: 10-8 Sanguinetti. “Mi sentivo stanco, mi facevano male le braccia e le gambe” dirà l’americano, “i suoi colpi piatti mi hanno messo in grande difficoltà, tirava sempre colpi bassissimi”. Sul 4-3 nel secondo, Sanguinetti firma il break decisivo, preludio al 76 63.

In finale ritrova Andy Roddick, che ha giocato l’ottavo con Taik-Lee e il quarto con Michael Llodra nello stesso giorno per la pioggia, prima della semifinale vinta sul francese Dupuis. A-Rod l’ha battuto una settimana prima in due set a San Jose, prima di cedere in semifinale a Andre Agassi. “Mi adatto bene al suo gioco” commenta l’azzurro alla vigilia. “Lui serve molto bene, ma io rispondo bene. E se riesci a neutralizzare la sua arma migliore, lui che tira la prima a 230 orari e la seconda a 200, finisce per sentirsi frustrato”.

Frustrazione che aumenta anche perché arriva in finale con la febbre, e almeno in un paio di occasioni le telecamere lo sorprendono a vomitare a bordo campo. Perso 64 il primo set, Roddick cerca di tirarsi su nel secondo, un tifoso gli grida “Come on Andy”, A-Rod alza il pollice verso di lui e breaka Sanguinetti per la prima e unica volta nel match nell’ultimo game del secondo set. Ma un doppio fallo gli costa il break sul 3-2 nel terzo. Davide fa corsa in testa, non si volta indietro e gli infligge la prima sconfitta in finale dopo cinque successi nei primi cinque title-match.

Diventa così il numero 1 d’Italia. Cosa è cambiato? “Innanzitutto la consapevolezza dei miei mezzi” racconta a Roberto Perrone del Corriere della Sera. “Adesso anche se gioco male vinco, perché so che ho i colpi. E poi fisicamente ho compreso che posso competere con tutti. Carnovale ha fatto un ottimo lavoro”. A Davide rimangono ricordi tanti e nemmeno un rimpianto. “Il sport individuale che aiuta per la vita, che ti mette sulla strada giusta, perché il mondo è individualista e bisogna abituarsi a esserlo. Io ho tirato dritto per la mia strada, sempre”.

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