5 luglio 1975: Ashe trionfa e Wimbledon cambia colore

Ashe Connors Wimbledon 2015

di Alessandro Mastroluca

Quarant’anni fa, Wimbledon cambiava colore. Il 5 luglio 1975 l’intelligenza ha trionfato sulla forza. Arthur Ashe ha compiuto il capolavoro che ha trasformato il grande uomo in un grande campione: il capolavoro tattico contro Jimmy Connors in finale l’ha reso il primo tennista di colore a vincere nel regno del bianco nel singolare maschile. Nessuno c’era mai riuscito prima, nessuno ci riuscirà nemmeno dopo.

Il contrasto è perfetto, totale e totalizzante. È come Floyd Patterson contro Sonny Liston, il combattimento per il Mondiale dei pesi massimi di pugilato del 1962. Ashe è nel ruolo di Patterson, un liberale raffinato, amato, e con poche armi a suo favore. Connors, cresciuto dalla mamma e dalla nonna per battere gli uomini con un senso di rivincita sociale e un complesso di accerchiamento mai del tutto risolto, è l’equivalente del “teppista di St.Louis con un pugno da knock-out che mancava di cordiale raffinatezza”, scrive Joel Drucker in Jimmy Connors mi ha salvato la vita. Ad aprile, ha avuto l’onore, raro per un atleta, di finire in copertina sull’edizione statunitense di Time, con il titolo “Storming the Courts” (con traduzione un po’ libera “Tempesta sui campi”). Ma i più fortunati dei 338 mila spettatori che hanno riempito Wimbledon per le due settimane dell’edizione 1975, l’elite che ha assistito alla prima finale tutta americana in 29 anni, al primo scontro diretto sull’erba tra i due opposti che non si attraggono, è tutta per Ashe. È tutta per il pacifista, vicino alle lotte non violente di Martin Luther King, che gioca per amore. Connors, campione in carica che l’anno prima ha completato l’accoppiata dei Piccioncini con Chris Evert ma ha troncato subito dopo la relazione, gioca per rabbia. E con rabbia stende gli avversari: è arrivato in finale senza perdere un set. Ma conserva un segreto da non dire.

Al primo turno, contro John Lloyd, tra l’altro futuro marito proprio di Chris Evert, si è procurato un’infiammazione ai muscoli tibiali e uno strappo all’inguine. Da quel giorno il manager Bill Riordan lo accompagna, per tutta la durata del torneo, al centro medico del Chelsea per un ciclo di elettroterapia. Prima della finale, il medico gli suggerisce di non giocare, ma l’opzione non è nemmeno presa in considerazione. Jimbo chiede solo una cortesia al manager, che presto sarà allontanato dal suo staff: “Non dirlo a mamma”. Mamma che intanto poche settimane prima di Wimbledon ha già deciso di cacciare il coach Pancho Segura, infastidita dalle attenzioni che riceveva per i successi del figlio.

Anche Ashe passa la mattina della finale con un medico, un suo caro amico che sta finendo il dottorato. La sera prima ha sviscerato tutto il repertorio tecnico di Connors insieme al capitano di Coppa Davis Dennis Ralston, Eric Van Dillen, l’amico e manager Donald Dell, Marty Riessen e Charlie Pasarell, che gli ha suggerito di variare un po’ lo stile di gioco. A Jimbo piace aprirsi il campo con colpi in diagonale, trovare angoli stretti, ma è meno efficace quando si trova a giocare il dritto su una palla bassa. Il piano messo a punto da Ashe è chiaro: servizi molto esterni, con traiettorie e a uscire e colpi in slice verso il centro del campo. L’erba lì è più rovinata, la palla rimbalza più bassa e Connors deve tirare da sotto anziché a schiacciare, e così può angolare di meno. Come gli suggerisce Ralston, si può ridurre tutto a un messaggio semplice: non tirare forte, non dargli ritmo. È la versione tennistica del rope-a-dope di Mohammed Ali, prima icona dello sport a rifiutarsi per obiezione di coscienza di partire per il Vietnam, dove il fratello di Ashe allunga volontariamente la permanenza per consentirgli di continuare a giocare.

Ashe ha preparato anche un’altra arma, una soluzione presa un po’ in prestito da Rod Laver. Un lob corto, alto quel tanto che basta per mettere in difficoltà chi, come Jimbo, gioca il rovescio, anche al volo, impugnando la racchetta con due mani e va in difficoltà quando deve colpire all’altezza della spalla non potendo estendere il braccio al massimo.

Alle 14, Ashe e Connors passano per la porta sormontata dai versi immortali di If, la poesia che Rudyard Kipling ha voluto dedicare a suo figlio: If you can meet with Triumph and Disaster / And treat those two impostors just the same (Se sai affrontare il Trionfo e la Rovina / E trattare questi due impostori allo stesso modo). Ashe si presenta con un giubbotto blu su cui campeggia la scritta rossa «USA», una sorta di monito, consapevole o no, al gran rifiuto di Connors che, mentre gli Usa perdevano dal Messico in Coppa Davis, preferiva giocare un’esibizione molto ben pagata contro Rod Laver. Jimbo, che ha fatto causa a Ashe perché gli ha impedito, in quanto iscritto al World Team Tennis, di giocare il Roland Garros l’anno prima e competere per il Grande Slam avendo vinto tutti gli altri tre major, indossa la maglia tricolore, bianca, rossa e verde disegnata da Sergio Tacchini.

Dopo 45 minuti, Ashe è avanti 61 61. Non è normale, pensa e dirà, non può essere vero. E tutti dicono, verrebbe da proseguire sui versi di De Gregori, non è più vero niente. Connors, come scrive Gianni Clerici su Repubblica, “ha voluto essere diverso, ha voluto vincere a ogni costo e winner è diventato”, anche se “secondo gli altri tennisti, viene in campo no solo per battervi, ma per pigliarvi per i fondelli”. Ma, ammette Drucker nel suo libro tra biografia e autobiografia, “era una peste e un attaccabrighe, ma non uno che abbandonava il campo quando il gioco si faceva duro”.

Ashe è il primo a breakare anche nel terzo set (3-2) ma cede il servizio, per la prima volta nel match, nel gioco successivo. Non resiste alla tentazione di rinunciare alle prime in slice a uscire ed esplode qualche prima piatta alla massima velocità. Connors non aspetta altro e impatta risposte letali con cui si rimette in partita e nutre il suo spirito. Adesso è più libero di tirare come vuole, di fare il suo gioco, per quanto Ashe non gli conceda game di servizio agevoli. Jimbo deve annullare due palle break prima di salire 4-3 e tornare in vantaggio per la prima volta dopo il primo gioco. Ha bisogno poi di quattro palle game per andare 5-4 e deve cancellare altre due chance di break nell’undicesimo game. Ashe ha l’occasione di allungare al tiebreak, ma Jimbo non è d’accordo: una devastante risposta di dritto gli consegna il primo set point, e un passante vincente gli permette di dimezzare lo svantaggio. È di nuovo baldanzoso, di nuovo antipatico, di nuovo pronto a sfruttare la nuova disposizione delle panchine sul Centrale, a lato della sedia dell’arbitro. Ashe e Connors sono spalla a spalla, vicini e irraggiungibili.

Arthur junior, il più anziano dei due americani in campo, sembra finito quando Connors gli cancella una palla break in avvio di quarto set con il primo passante bimane lungolinea di tutta la partita. Perso il servizio e mancate altre palle break nel terzo gioco, si ritrova sotto 3-0. È il momento migliore di Connors: si vedono gli insegnamenti di mamma Gloria, che gli diceva di “essere una tigre in campo”, si vede al meglio il suo tipico stile che Ashe sintetizza nel suo libro di memorie, Days of Grace. “Procedeva a schiaffeggiare la palla con una tale forza che sfiorava il desiderio di vendetta.

A questo punto, commenta Clerici, “Arthur Ashe il fragile, Arthur l’incerto, buttava via tutto se stesso nel match della vita”. Gioca un passante di potenza per lui sorprendente e completa il controbreak: 2-3, la crisi è passata. Il match si decide al nono game. Il rovescio si rivela l’arma migliore di Ashe: “disegna un passante vincente e una risposta incisiva che produce l’errore di Connors di dritto, su una di quelle palle basse che tanto soffre. Sulla palla break lo schema si ripete, e il risultato anche”. Va così a servire per il match, per la gloria e per la storia, e inizia con un’imprendibile prima a uscire in slice: 15-0. Poi Connors disegna un passante di dritto da applausi in quello che resterà il suo ultimo punto del match. Ashe chiude alla prima occasione con lo schema base del lawn tennis: servizio a uscire e comoda volée di dritto.

Ashe completa quella che Drucker definisce “una delle più grandi meritate punizioni nella storia del tennis” e si volta verso il suo angolo, dove Donald Dell e sua moglie Carole piangono di gioia. Alza il pugno al cielo, e molti vi leggeranno un Black Power salute, un’affermazione di orgoglio nero, ideale continuazione dei guanti neri sollevati sul podio di Città del Messico ai Giochi olimpici del 1968 da Tommy Smith e John Carlos. Ma è solo un’esultanza gioiosa, anche per un campione che ha sempre vissuto le vittorie sportive come mezzo per raggiungere vittorie più grandi e durature nelle battaglie per l’uguaglianza e contro tutte le forme di discriminazione a danno dei neri prima e, dopo essersi ammalato di AIDS per una trasfusione di sangue infetto nel 1983 (i controlli preventivi sui donatori inizieranno solo nel 1985 quando si capirà che non è solo la malattia degli omosessuali e degli eroinomani), dei sieropositivi. “Non l’ha realizzato subito” ha dichiarato il fratello John per il recente documentario della BBC, Arthur Ashe-More than a champion, “ma quello è stato il punto più alto per lui, per il suo modo di intendere la vita: non per la vittoria, ma perché con quella vittoria qualcuno avrebbe preso la sua esistenza come modello. E in fondo, Arthur ha vissuto per questo”.

Come scriveva in Days of Grace, “spesso la gente mi domanda se, dopo aver scoperto di aver contratto l’HIV, mi sia mai chiesto: perché è capitato proprio a me? Ebbene, non l’ho mai fatto. Se lo facessi in relazione agli attacchi di cuore e all’AIDS, allora dovrei chiedermi anche ’perché sono capitate proprio a me?’ anche tutte le cose belle della mia vita e interrogarmi sul diritto che ho di godere di queste benedizioni. Se me lo domandassi, avrei dovuto chiedermi ’perché proprio a me?’ anche la mattina dopo aver vinto Wimbledon nel 1975”.

La risposta è nell’esempio di un’esistenza “larger than life”, che una vita sola non può bastare a contenere. Perché proprio a lui? Perché, e permettetemi di auto-citare il titolo della biografia che gli ho dedicato, il successo è un viaggio, non una destinazione. E più della fama, conta quel che fai per meritarla.

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