Dimenticarsi di essere (stato) straordinario

Quando diventai numero 1 junior, iniziai a pensare che tutte le persone sugli spalti fossero lì per vedere me, ed io volevo essere perfetto per loro. Le uniche pressioni che sentivo erano quelle che mi mettevo da solo”. Quattro anni dopo aver toccato la vetta del ranking ITF under 18, Timofey Skatov sta trovando la propria dimensione nel tennis dei grandi. I tempi sono ragionevoli, neanche troppo lunghi considerando che il kazako è un classe 2001, ma in un mondo che corre e pensa che l’eccezionalità di Sinner ed Alcaraz sia lo standard, tutto sembra facile e scontato. Il periodo che ha seguito la fine della carriera junior non è stato di facile gestione e Timofey, nato in Kazakistan ma cresciuto in Russia, lo racconta con grande onestà. In Italia possiamo intuire di cosa si parli, proprio noi d’altronde dopo esserne rimasti scottati, abbiamo sviluppato una sorta di repulsione verso qualsiasi metro di valutazione diverso dalle classifiche ATP e WTA.

Timofey è stato recentemente ospite in un’intervista condotta dal sottoscritto. Della sua storia sorprende la lucidità con cui ha affrontato i primi passi da professionista. Seguito fino al termine del percorso junior da Andrey Urgapov, Skatov ben presto ha scelto di trasferirsi a Valencia, alla corte di José Altur, ex coach di Igor Andreev e David Ferrer. L’esperienza del tecnico e la disponibilità di compagni di allenamento assicurata dal nuovo paese, la Russia sotto questo aspetto non dà le stesse garanzie, hanno subito cambiato il mondo del classe 2001. Quando ho iniziato a giocare tra i professionisti sentivo di non essere prontomi raccontò durante una chiacchierata fatta lo scorso anno al Challenger di Perugia -. José dal primo giorno ha messo in chiaro che dovevo dimenticarmi di quanto raggiunto fino a quel momento. Quei risultati non contavano più niente e aveva ragione”. 

Nella transizione da junior a professionista non ci sono leggi, forse per questo è uno degli aspetti più affascinanti del nostro sport. Non si segue nessuna logica sicuramente non quella dei risultati, che almeno a livello teorico dovrebbero essere (quasi) sempre il fine ultimo. Sviluppare la consapevolezza di non aver ancora fatto nulla, dopo aver ottenuto traguardi oggettivamente straordinari, diventa una sfida logorante, specialmente se non va tutto subito come preventivato. “Se diventi numero 1 ITF under 18 in pochissimi lo notano, forse giusto i tennisti e gli addetti ai lavori. Nel 2018, appena raggiunta la vetta, andai a giocare la trasferta australiana e nella mia testa pensavo a ciò che accadeva sugli spalti e volevo impressionare il pubblico – racconta Skatov nell’intervista -. Nella realtà dei fatti a guardare i match junior, specialmente negli slam, ci sono principalmente coach e figure del mondo del tennis, ma io volevo lasciare il segno e questo pensiero mi condizionava”. Nel suo racconto Skatov, attualmente numero 230 ATP, parla di un vero e proprio processo che lo ha gradualmente portato a credere di nuovo nelle sue capacità. Nell’ultimo mese il kazako è passato dalla qualificazione al main draw dell’Australian Open, primo slam della sua carriera, alle sconfitte nei primi turni delle qualificazioni dei Challenger di Cherbourg e Forlì 4. Questa contrapposizione è l’essenza del paradosso che nel tennis non è poi tale. Non ci si può fare nulla, bisogna solo accettarlo.

L’INTERVISTA DI SPORTFACE

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