Gilles lo scalzo e le sue opere pie

di - 16 Marzo 2012

di Sergio Pastena

Gilles Simon non ha più scarpe. Le ha mangiate.

Sì, perché altro non sarà rimasto da fare al francese dopo aver perso il quarto di finale contro Isner, disputato in serale dopo che Djokovic aveva portato a termine senza troppe sofferenze il suo compitino contro Almagro. Per inciso: chi si aspettava la partita più brutta della storia del tennis sarà rimasto deluso. E’ stata solo la penultima, superando di pochissimo Ventura-Ramirez Hidalgo di Bucarest 2009.

Ad ogni modo, chiariamo subito i motivi dell’affermazione iniziale:

 

–        Perdere contro Isner è umano: è capitato a Federer e contro di lui han rischiato grosso sia Djokovic che Nadal (sulla terra, per giunta)

–        Perdere contro Isner con l’americano che ha giocato per due set servendo malissimo, con l’aggravante di essersi fatto rimontare da 2-1 e servizio a 3-6 nel primo parziale, è un’impresa francamente difficile anche per un 2.8

 

Esagerazione? No, statistica: Isner in carriera ha l’11% di break alla risposta, numero che include anche i break “di frustrazione” concessi dagli avversari che, ceduta la battuta, si concentravano direttamente sul set successivo. Insomma, per farti uccellare così devi fare tanti errori e Simon, sceso in campo con la lucidità di Sandra Milo durante lo scherzo di Ciro, ha fatto l’impossibile per gettare via il primo set. Un esempio per tutti, quello che ha originato il controbreak di Long John: l’americano gioca una “palla lunga” (perchè mi rifiuto di definire palla corta un drop shot che atterra quasi sulla riga della battuta) e Simon, a campo aperto e con Isner fermo, spara fuori. E poi un campionario di rovesci in rete e diritti lunghi, condito da frequenti martellamenti alla tempia come a dire “Oggi son rimasto a Nizza”. Tutto mentre l’americano, come suo solito, aggrediva ogni palla giocabile fidando nelle statistiche ma commettendo tantissimi errori.

E Isner? Malissimo anche lui: per due set ha tenuto una percentuale di conversione sulle prime del 65%, che per lui è praticamente zero, mettendo lo stesso numero di aces di Simon e commettendo tre sanguinosissimi doppi falli, due dei quali hanno consegnato in mano al francese il secondo parziale. Sì, perché nel secondo set addirittura Isner ha perso una prima di servizio su due e, col servizio che non girava, stentava a salvarsi anche con le sue famose “seconde a mò di prima”. Aggiungendo a ciò i 21 errori di diritto (21!) compiuti nell’arco dei primi quindici games, si può capire come Simon, pur senza strafare, si sia portato a casa il secondo set con un 6-1 facile facile, recuperando per ben due volte da 15-40 sulla battuta dell’americano.

Nel terzo set è accaduto l’imponderabile: Isner ha ritrovato il servizio e Simon ha capito che era lì per colpire la palla con la racchetta. Il risultato è stato un maggior equilibrio ai servizi anche se si è giocato molto meno a tennis, cosa che ha elevato notevolmente la resa estetica del match. Solo un passaggio a vuoto per parte: Simon che ha annullato una palla break, con la complicità di un giudice di linea che non gli ha chiamato un doppio fallo abbastanza evidente; Isner, complice una palla corta talmente corta da non toccare la rete neanche sul secondo rimbalzo, si è trovato a gestire un delicatissimo deuce sul 2-1 per il francese. A parte ciò, si è arrivati abbastanza sciolti fino al 6-5 per Long John e qui si è compiuto lo psicodramma: Gilles che ha commesso due errori gravissimi e Isner ha finalmente beccato due risposte vincenti di diritto, dopo che in precedenza aveva abbattuto tutta la prima fila del pubblico portando a 30 il numero di errori da quel lato. Game, set, match.

L’americano, come suo solito, ha giocato una gran partita dal punto di vista mentale: la vittoria, a scanso di equivoci, è stata meritatissima. E il sottoscritto tifava persino per lui, perché uno che perde il primo set in quel modo non può accedere a una semifinale di un Masters Series, per una questione di pubblica morale. Isner, con questa vittoria, accorcia ancora le distanze dal decimo posto: al prossimo turno c’è Djokovic e la sua corsa dovrebbe fermarsi qui, ma per il tennis americano resta una buona notizia. Quella meno buona è che, guardando i punti da difendere a Miami, l’obiettivo più probabile del sorpasso di Long John è quel Mardy Fish che, da inizio 2012, ancora non ha dato segnali di vita nel circuito.

Riuscirà il giraffone di Greensboro a diventare il Top Ten più scarso della storia?

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