La brevità non è una virtù

di - 28 Novembre 2014

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di Alessandro Mastroluca

Anno nuovo, tennis nuovo? Anche il passatempo dei re potrebbe finire per soccombere alla moda, alla televisione, al logorio della vita moderna fatta di tempi accelerati e consumi usa e getta. Il 12 gennaio prossimo, infatti, Federer e Hewitt si presteranno a una partita di esibizione senza let al servizio, con punto secco dopo il 40 pari, come nel doppio, e con una formula più corta: il primo che arriva a 4 game vince il set, con tiebreak sul 3-3. Un tentativo fin troppo radicale di piegare la tradizione a presunte preferenze delle tv e degli spettatori più giovani, la fascia più pregiata anche per gli sponsor che ruotano attorno al tennis.

L’idea di accorciare le partite non è nuova, né particolarmente rivoluzionaria. Ma la radicalità di questo mix un po’ kitsch che avvicinerebbe, se mai fosse applicato, i tornei ATP alle esibizioni sui campi multicolori del World Team Tennis, dove già si giocano i set “corti”, o all’Indian Premier Tennis League iniziata oggi con tanto di power-point, il punto che vale doppio, e penalty point per chi supera i 25 secondi tra un punto e l’altro. Eppure è stato proprio il presidente dell’ATP, Chris Kermode, che ha bollato l’IPTL come una serie di “glorificate esibizioni, e niente di più”, sembra voler percorrere la stessa strada.

Un’indicazione piuttosto chiara era arrivata dalla riunione che ha tenuto durante il Masters di Londra, già a partire dalla lista degli invitati al brainstorming. C’erano gli ex giocatori John McEnroe, Mats Wilander, Boris Becker, Carlos Moya, e una serie di figure collaterali al tennis: lo stilista Tommy Hilfiger, il vicepresidente di Saatchi&Saatchi, Robert Senior; c’era Matthew Freud, CEO e fondatore di una grossa agenzia di comunicazione a Londra, e un executive della tv britannica. Il messaggio è evidente: se parli di tennis con chi si occupa di business, saranno le ragioni dei soldi e non quelle dello sport a prevalere. “Il tennis è uno sport semplice: se non ti importa chi vince, non è poi così interessante. È tutta una questione di come lo racconti, di storytelling” ripete Chris Kermode, contento che il pubblico continui a crescere nel circuito ATP e che i ricavi commerciali siano saliti del 200% dal 2009.

“Il tempo ideale di una partita” ha detto, “deve essere intorno alle due ore”, e meglio se si riducono il tempo di attesa per il riscaldamento e i tempi morti all’inizio. Considerazioni che, per chi guarda al futuro, sembrano quasi anacronistiche. Perché la durata imprevedibile di un match era un problema quando il tennis andava sulle tv generaliste, quando la Rai ha eccezionalmente spostato il telegiornale delle 20 perché c’era Panatta al quinto set con Pat Dupré a Wimbledon, o la NBC che ha fatto lo stesso per la prima finale dei Championships che ha trasmesso in diretta. Ora che il tennis però è trasmesso quasi interamente sulle tv satellitari o tematiche, per cui più ore di diretta significano più soldi (più spot pubblicitari con un’audience maggiore), e che la stessa ATP, come la WTA, ha il proprio canale ufficiale in streaming a pagamento, TennisTv, prodotto dalla compagnia inglese Perform, il problema quasi non si pone. Perché buona parte di quel pubblico record che giustamente il presidente considera un vanto è giovane, e il pubblico giovane non guarda solo le partite che durano meno di due ore, guarda i campioni con cui ha empatia, si incuriosisce per le nuove leve che rompono le barriere generazionali, si appassiona alle storie, che durino due o cinque ore.

Il tennis non è nemmeno l’unico sport in cui è diffusa la percezione per cui corto è bello. È il motivo per cui la pallavolo ha introdotto il rally point system nel 1998 e il ping-pong è passato dai set a 21 punti a quelli a 11. Ma il pubblico non è cresciuto, non si è interessato di più perché le partite durano di meno

La storia, dunque, non sembra dalla parte di Kermode. Se perfino Bernie Ecclestone, il patron della Formula 1 che in fatto di innovazioni cervellotiche non è secondo a nessuno, ha fatto marcia indietro sulla regola dei punti doppi all’ultima gara del Mondiale, qualche motivo di riflessione dovrà pur esserci.

Il tennis, poi, ha già tentato di rivoluzionare la storia, e senza successo. Prima con la breve parentesi del round robin nel 2007, poi con la sperimentazione altrettanto breve del no-let nei Challenger. L’introduzione del formato “simil Master”, come ha impeccabilmente raccontato Luca Brancher, nasceva anche, forse soprattutto, da considerazioni economiche, dalla speranza di moltiplicare interesse e spettatori con la prospettiva di vedere i big in campo per almeno tre partite. L’idea impiega poco a naufragare. All’ultima partita del girone a tre, a Las Vegas, Blake è avanti 61 31 su Del Potro, che si ritira per problemi respiratori. Nel girone c’è anche Korolev, che ha battuto Blake e perso da Palito. A norma di regolamento è il russo che deve passare ai quarti. Ma Etienne De Villiers a sorpresa in un primo momento decide di assecondare la volontà degli organizzatori e promuovere Blake perché il match era quasi finito e sarebbe piuttosto certamente finito con il successo degli americani. L’ATP, insomma, per 24 ore cambia le regole che tutti avevano sottoscritto, anche se il giorno dopo fa marcia indietro. Lo smacco, però, mette in discussione la credibilità stessa del meccanismo, abbandonato prima di Miami. Ma chi aveva voluto il round-robin? Etienne De Villiers, Mister Disney. Se si tira troppo la corda, insegna la storia, lo spettacolo non va più avanti. E soprattutto, allora come oggi, prima di prendere la strada della rivoluzione serve prevedere tutte le possibili conseguenze.

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