Quel pazzo Australian Open del 2002

di - 12 Gennaio 2015

johansson 2002

di Luca Brancher

Milano, primi giorni di gennaio. Una panchina di un parco cittadino, padre e figlio appassionati di tennis sfruttano una giornata di sole per passare qualche ora all’aria aperta. Ricordando come, fino all’anno prima, in quei giorni, l’off-season del tennis fosse già terminata, è facile cadere nella rete dei ricordi, fino a quando il padre trasmette al figlio le emozioni di un torneo Slam che difficilmente potrà dimenticare.

– Ricapitolando: la testa di serie numero 1 aveva la varicella, la numero 3, nonché campione uscente, la mattina del suo esordio accusò dolori al polso a tal punto forti da non potersi prendere il lusso di scendere in campo, la numero 2 vinse i primi due set al primo turno ma poi subì la rimonta da un tennista che in carriera resterà nei 100 per poco più di un biennio, la numero 4 superò il primo ostacolo, ma alla seconda fatica venne dominato da un giocatore qualificato che, al di fuori di quel torneo, mai avrebbe vinto una partita in un torneo dello Slam, mentre la numero 5 perse al quinto set contro un tennista 33enne che di là ad un anno avrebbe appeso la racchetta al chiodo, al secondo turno. Capisci cosa voglio dire?

– Che, al terzo turno, i primi cinque favoriti stando al tabellone erano già comodamente a casa, a guardare in tv chi sarebbe diventato il campione di quel torneo dello Slam. Però stento a credere che quello che tu racconti possa corrispondere al vero. Seguo il tennis da quasi dieci anni, mi sono innamorato della classe di Roger Federer, ho guardato con un occhio di ammirazione il suo più grande avversario, Rafa Nadal, e negli ultimi anni mi sono tolto il cappello davanti alle gesta di Novak Djokovic. Aggiungi a loro Andy Murray e Stan Wawrinka, non riesco proprio ad immaginare come in un torneo dello Slam random, tutti e cinque possano essere fatti fuori prima del weekend della prima settimana. Sembra che tu mi stia parlando di un Wimbledon 2013 all’ennesima potenza, in fatto di sorprese.

– Capisco il tuo stupore, siamo stati abituati, negli ultimi anni, per quanto il 2014 sia stato meno prevedibile, a vedere i big giungere sempre in fondo, già che uno uscisse prima della semifinale era uno choc, ma non è sempre stato così. Sarebbe lunga spiegarti il perché, sono valide tante interpretazioni, chiaramente non sempre i primi della classe sono stati dominanti come lo sono stati negli ultimi dieci anni, ed aggiungici pure che il periodo storico di cui ti voglio raccontare era l’apice del cambiamento, con i vecchi top player pronti ad abdicare e alcuni giovani interessati a prendere i loro posti. Hai presente il modo di dire New Balls? L’avrai letto sicuramente. Bene, è retaggio di una campagna relativa a quegli anni, forse qualcosa prima ad essere onesto, con l’ATP intenzionata a mettere sotto la luce dei riflettori alcuni tra i migliori giovani del periodo. Curioso eh? All’epoca erano così vogliosi di cambiamento, è proprio mutato il giudizio del board nel corso degli anni.

– Ok, ammesso che tu non ti stia inventando tutto, non sviare troppo dalla traccia impostata, parlami di questo Slam delle meraviglie e delle mille sorprese.

D’accordo, mettiti comodo che dobbiamo volare dall’altra parte del mondo e tornare indietro di tredici anni. Dobbiamo precisamente spostarci al 14 gennaio del 2002, quando ebbe inizio l’Australian Open più pazzo di sempre, anzi il torneo dello Slam più clamoroso che l’Era Open ricordi.

La caduta degli dei.In quegli anni Melbourne Park era il regno di Andre Agassi, il tennista di Las Vegas, ancora 31enne, aveva vinto le ultime due edizioni, 2000 e 2001, superando rispettivamente il russo Evgeny Kafelnikov e il francese Arnaud Clement. In molti, per la verità, immaginano una sua possibile conferma, e le insidie possono venire da due versanti opposti. Il più credibile è costituito da Lleyton Hewitt: prima testa di serie, campione uscente allo U.S. Open, e soprattutto australiano; la voglia di ben figurare in casa è tanta, troppa e concedergli gli onori del pronostico è d’obbligo, ma il primo colpo di scena è dietro l’angolo. A pochi giorni dall’Australian Open trapela la notizia che Lleyton probabilmente non sarà al via, per un motivo bizzarro, ovvero la malattia a cui Richard Morton diede il nome di chickenpox: la varicella! Il ventunenne di Adelaide, campione di precocità, aveva già preso parte a quattro edizioni dello Slam di Melbourne, ma mai si era spinto fino alla seconda settimana: quell’anno sarebbe stato l’obiettivo minimo, anche se l’intenzione è di far esultare l’Australia intera. Al torneo prende comunque parte, ma viene eliminato al primo turno da Alberto Martin, risultato che grida vendetta se pensi che due anni prima lo stesso Hewitt aveva lasciato un solo gioco ad un altro iberico, ma molto più competitivo su queste superfici, Alex Corretja. L’altra minaccia risponde al nome di Pete Sampras: ha sconfitto Agassi nella classica esibizione di Kooyong, è sicuramente assettato di un successo a questo livello, dal momento che non riesce da Wimbledon 2000 a conseguirlo, ma non ha fatto i conti con un tabellone piuttosto sfortunato, che agli ottavi di finale lo avrebbe frapposto al russo Marat Safin: testa di serie numero 8 contro testa di serie numero 9, ma solo sulla carta, in realtà vale molto di più. Più che alla semifinale dello U.S. Open del 2001, questa partita avrebbe ricordato molto più da vicino la finale dell’edizione precedente dello Slam a stelle e strisce, con il russo a disporre di Pistol Pete per due set, prima che la partita si equilibrasse, troppo tardi perché il nome del vincitore potesse cambiare. Ricordati di Marat Safin, perché più avanti lo ritroveremo. I due più grandi avversari di Agassi non possono dunque essere serie minacce, ma la beffa vuole che la mattina del suo primo turno, Andre fa il secondo annuncio a sorpresa: a causa di dolori al polso, sarebbe stato costretto a non difendere il suo titolo, permettendo così al georgiano Irakli Labadze di sfidare Byron Black al posto suo. Non mi piace scendere in certi particolari, ma ti dico che questo ritiro è stato piuttosto chiacchierato, all’epoca, e lo è tuttora: si narra che fosse dovuto ad un test anti-doping fallito. Ad ogni modo, qualunque sia la ragione, Agassi non è della contesa. E gli altri? Gustavo Kuerten, numero 2, non resiste al ritorno di Julien Boutter, francese dal gioco sbarazzino, Yevgeny Kafelnikov, che in Australia era stato campione tre anni prima, non è in grado di avere ragione dello statunitense Alex Kim, mentre Sebastien Grosjean, che è il numero 5 – e la sua posizione in classifica è dovuta soprattutto alla semifinale colta proprio a Melbourne dodici mesi prima, semifinale che poteva facilmente diventare finale peraltro – si è arreso a Pato Clavet. Mai come in questo caso si sarebbe potuto parlare di moria dei favoriti, se consideriamo anche le eliminazioni di Goran Ivanisevic, Andy Roddick, Arnaud Clement – vicecampione in carica – ed Alex Corretja, tutti compresi nel novero delle prime sedici teste di serie e tutti a casa dopo due turni.

Gli italiani.Sono quattro gli azzurri al via, di cui uno sopravvissuto alle forche caudine delle qualificazioni, Stefano Galvani. Superate queste, il cammino del patavino si è concluso immediatamente per mano di un altro qualificato, il transalpino Jean Francois Bachelot, così come quello di Federico Luzzi, sconfitto da Taylor Dent, e, sicuramente in maniera inattesa, di Davide Sanguinetti, sorpreso dallo stesso qualificato che successivamente eliminerà Evgeny Kafelnikov, Alex Kim. Risultato sorprendente soprattutto col senno di poi, dal momento che lo spezzino avrebbe poi infilato, dopo una rapida parentesi ad Heillbronn, una striscia di tredici vittorie consecutive, che gli sarebbero valse il titolo nel torneo di Milano, superando Ferrero, El Aynaoui, Escude e Federer, ed il challenger di Wroclaw, senza scordare che a marzo sarebbe stata la volta della corona di Delray Beach ai danni di Andy Roddick. Chapeau. L’unico giocatore in grado di superare il primo turno è quindi Andrea Gaudenzi: il faentino è classificato attorno alla cinquantesima posizione della classifica mondiale, è reduce da un’estate 2001 molto positiva, a tal punto da aver rinverdito i fasti di quando si era issato tra i top-20, ma il sogno si era bruscamente interrotto a causa di un infortunio che ne aveva oscurato la parte finale di stagione, e non lo aveva fatto di certo cominciare bene il 2002. Un sorteggio fortunato, contro un vetusto Richard Fromberg, gli concede lo slancio necessario, e quando al secondo turno si trova avanti di due frazioni, la concretizzazione di un terzo turno in un settore di tabellone dove le teste di serie sono cadute fa venire la proverbiale acquolina in bocca. I più grandi risultati Andrea li ha ottenuti sulla polvere rossa, è vero, ma non si destreggia affatto male sul veloce, tanto che tra U.S. Open 2001 e Australian Open 2002 qualcosa in più l’avrebbe effettivamente potuta ottenere: a New York, come detto, fu limitato da un problema fisico, ma al secondo turno si era comunque trovato avanti contro un giocatore del livello di Thomas Johansson, mentre a Melbourne non ha retto al rientro del cecoJiri Novak. Sai perché ti cito questi due giocatori? Perché furono i protagonisti di una delle due semifinali, quella maggiormente a sorpresa.

Tabellone spoglio, soprattutto nella parte bassa. Con tutti quei risultati contro-pronostico, una semifinale di questo tipo è nella logica degli avvenimenti. Il quarto da cui è fuoriuscito Jiri Novak è di certo il meno coperto della storia di questo torneo: a livello di terzo turno, lui, numero 26 del seeding, è l’unica testa di serie rimasta in gara, con in compenso due qualificati in corsa, il già citato Kim e Fernando Gonzalez. Nella sezione di Thomas Johansson (numero 16), che prima di allora aveva al massimo raggiunto i quarti di finale, in due occasioni, agli U.S. Open, fino agli ottavi è in gara Tim Henman, numero 6 della classifica mondiale, che però a quel punto lascia strada a Jonas Bjorkman, non più testa di serie, a causa della sua iper-attività tra doppio e singolo, ma ad un passo dall’atto conclusivo dello U.S. Open del 1997 e soprattutto con un passato di quarto giocatore al mondo; vinto quell’incontro, però, Jonas non è all’altezza del suo avversario nel derby. Ed eccoci dunque a Johansson-Novak, la partita che non ti saresti immaginato solo dieci giorni prima, scrutando il tabellone, l’incontro che si ripeteva nove anni dopo quel primo incrocio nel corso della Coppa Valerio, competizione giovanile a squadre, quando tutto è potenza, e buona parte di quella potenza non sarà mai atto. Cento mesi dopo, uno contro l’altro, per una finale Slam che probabilmente mai avrebbero pensato sarebbe stata nel loro destino, non tanto a sedici anni, ma neppure a venticinque. La partita è equilibrata, entrambi sanno che questo treno non passerà più, per cui è naturale che la palma del favorito passi dall’uno all’altro in rapida successione: lo svedese chiude il primo al tie-break, ma non colleziona alcun gioco nel secondo e finisce sotto di un set, prima di iniziare una rimonta coronata col 6-4 della frazione conclusiva. Due anni dopo Magnus Norman, ultimo svedese presente in una finale Slam (Roland Garros 2000), a dieci anni di distanza dall’ultima gemma di un suo connazionale (Stefan Edberg, Us Open 1992), Thomas Johansson fa sventolare quella bandiera capace di fare Grande Slam nel 1988, grazie ad Edberg e soprattutto a Mats Wilander. E qui i destini s’incrociano, e pullulano le curiosità, dal momento che Wilander, in quei giorni, ed ancora per poco ad essere onesto, segue, anche se non sul posto, il futuro avversario in finale, in un atto conclusivo sull’asse Russia-Svezia come esattamente accadeva tre anni prima. All’epoca fu Thomas Enqvist ad incrociare, senza fortuna, Evgeny Kafelnikov, questa volta Johansson partiva con gli sfavori del pronostico contro Marat Safin.

Marat, alla fine il favorito. Come se la spina fosse stata riattaccata. Marat Safin, moscovita dal talento sconfinato e dal fascino altrettanto innegabile, si era issato agli onori della cronaca nel corso dell’anno 2000, quando da discreto talento era esploso come big star del circuito, chiudendo l’anno col botto, il primo titolo Slam colto dopo una finale-esecuzione operata nei confronti di Sua Maestà Pete Sampras. Chiuso l’anno 2000 alla seconda posizione, a pochi punti dal brasiliano Gustavo Kuerten, in molti erano pronti a giurare che il russo sarebbe stato il futuro numero 1, soltanto la variabile temporale era da decretare. In verità il 2001, l’anno della conferma, si trasformò presto in un calvario per i continui problemi alla schiena che non gli hanno mai permesso di esprimersi come avrebbe potuto, facendolo uscire addirittura dalla top ten. Non è dunque possibile inserirlo con sicurezza nel novero dei favoriti, ma strada facendo la curiosità aumenta e, dopo le belle prestazioni nei tre primi turni, la vittoria perpetrata ai danni di Sampras lo pone sotto una luce diversa, ma comunque chiara, decisa: è lui quello da battere, se si vuole alzare il trofeo australe. Un altro nome spendibile, l’unico alla sua altezza, è quello del tedesco Tommy Haas, nella sua prima versione, quella che si sarebbe spinta in quell’anno fino alla seconda piazza mondiale. Già semifinalista nel 1999, il tedesco non ha un tabellone esattamente facile, visto che già al terzo match deve recuperare uno svantaggio di 2 set a 1 contro il veterano Todd Martin, ma soprattutto al quarto turno se la vede davvero brutta contro un ventenne svizzero, che porta il nome di Roger Federer. In effetti, oltre a Sampras-Safin, l’unico altro ottavo in cui a sfidarsi sono i giocatori che secondo classifica sarebbero dovuti arrivare a quel livello del torneo sono proprio Tommy e Roger, coi bookmakers che propendono per il più anziano tra i due. In un certo senso questo incontro risulta, nelle condizioni, molto simile a quello che si sarebbe verificato sette anni più tardi a Parigi, ma a parti chiaramente invertite. Se ricordi, l’indomani della clamorosa eliminazione di Rafa Nadal a Bois de Boulogne, Federer scese in campo consapevole che quell’edizione della manifestazione parigina sarebbe stata “ora o mai più”, un’occasione troppa ghiotta per apporre il suo nome nell’albo d’oro più insperato. Dall’altra parte della rete si trovava un agguerrito Tommy Haas, pronto a sfruttare gli eventuali lapsus dell’elvetico e, per quanto la gente possa pensare che per il modo in cui giochi tu sia disumano, è inevitabile pensare a questo non irrilevante particolare; infatti lo svizzero, quel giorno, appariva imballato, tanto da arrivare a due punti dalla sconfitta, prima di cominciare la rimonta che lo avrebbe portato ad interrompere l’egemonia mallorquina. A Melbourne Haas respira un’aria particolare e sperare, ogni giorno che passa, è lecito, ma non ha però fatto i conti con la voglia di emergere del baby-Federer, che così come accaduto con Sampras a Wimbledon nel 2001, ingaggia una battaglia di ottimo livello, colpo su colpo, che sembra incanalarsi verso una vittoria al quinto parziale, e così sarebbe stato se non avesse fallito il colpo del k.o., proprio in occasione dell’unico match-point a propria disposizione, prima di capitolare per 8-6. E dopo Martin e Federer, tocca a Rios, il bizzarro cileno che nel corso del terzo turno ha saputo regalare una delle gemme che meglio rivelano il suo talento.

Altra battaglia, altra vittoria per il 24enne di Amburgo, ed è semifinale. Ed ora tocca proprio a Marat Safin. La semifinale nobile, quella che avrebbe dovuto decretare il vincitore del torneo, prima ancora della finale.

Un match a due fasi. Il russo arriva in semifinale sicuramente più riposato, a maggior ragione dopo il ritiro nel corso del primo set del quarto di finale del suo avversario, Wayne Ferreira. Da una parte il favorito, più fresco, dall’altra un giocatore, sicuramente più affaticato, ma la cui fiducia è cresciuta esponenzialmente nell’ultima settimana. Due tennisti in grado di esprimere un ottimo tennis, consapevoli che in finale, in ogni caso, avrebbero avuto un incontro più abbordabile. Le perplessità attorno a Safin, però, aumentano col passare dei minuti, non sembra fisicamente apposto, perde la prima frazione, va sotto di un break nel secondo, chiama il fisioterapista, sfrutta un imprevedibile calo di Haas per pareggiare i conti, ma poi nel terzo il tedesco non si distrae più. Avanti di un set, le quotazioni sono tutte dalla sua, a maggior ragione quando Safin raggiunge lo stadio di frustrazione tale da trasformarsi in “spacca-racchette”. Affinché la contesa si equilibri ci vorrebbe un avvenimento forte, che puntualmente si verifica: arriva la pioggia! In Australia la Rod Laver Arena è già dotata di tetto, ma tra una procedura e l’altra – all’epoca non erano nemmeno rapidi come ora – passa diverso tempo, quasi un’ora, fino al momento in cui i giocatori possono ripresentarsi in campo e procedere con la fase di riscaldamento. Indovina un po’? Al rientro Safin sembra un altro giocatore, non più lento, non più timoroso, vince 27 dei primi 38 punti e si aggiudica il quarto set per 6-0. A questo punto è Haas ad andare fuori di testa, perché non si capacita di cosa possa essere accaduto, in quel lasso temporale, ma ormai l’inerzia è tutta dalla parte del russo: in finale, contro Johansson, toccherà a lui. A fine match, però, persistono i dubbi, perché quelle prime tre frazioni, se il nativo amburghese non avesse avuto quel momento di distrazione, sarebbero potute essere letali. Il moscovita minimizza e sostiene che quella pausa gli è semplicemente servita per mettere un po’ di chiarezza nel suo tennis, ad esempio capire come fosse necessario fare qualche passo indietro in risposta, unitamente ad un bel massaggio per tonificare i muscoli. Siamo sicuri? Non è che quella lentezza fosse frutto di qualcosa di più della semplice pigrizia?

Trionfo a sorpresa.Fino al 2004 la finale dell’Australian Open non si è disputata nella sessione serale di Melbourne, ovvero nella mattinata europea, bensì nel pomeriggio, per cui chi fosse stato interessato avrebbe dovuto mettere la sveglia nel cuore della notte per potersi gustare lo spettacolo. C’era ancora Sky a coprire lo Slam, ed era tradizione che il match conclusivo, commentato da Tommasi e Clerici – te li ricorderai di certo – fosse introdotto dai due celeberrimi cronisti sulle note di Bongo Bongo Bongo, un motivo risalente agli anni ’40, da loro stessi intonato. Alla discesa in campo, Marat Safin sorride alla telecamera e fa il gesto della vittoria, Thomas è più contenuto, lo sguardo è basso, da buon scandinavo non lascia trapelare alcuna emozione. Neanche il tempo di comprendere quale dei due approcci possa essere il migliore, che è subito chiaro come la maggiore qualità di Safin ha un peso sull’economia dell’incontro: break all’esordio, la strada è tracciata. Le sei palle break concesse, ma non sfruttate, allo svedese nella prima frazione dovrebbero essere un campanello d’allarme, ma le parti sono talmente squilibrate che questo particolare non viene notato, e il russo, con un altro break, si aggiudica la prima partita, 6-3. Johansson, però, non molla un centimetro, nonostante non superi il metro e ottanta serve bene, è molto preciso e, soprattutto col rovescio, tiene bene lo scambio: quando conferma il break di vantaggio per il 3-1, nel secondo set, qualche certezza comincia a sfaldarsi. Lo svedese prende fiducia, il russo comincia a fare i conti con un atroce dubbio “E’ così certo, come dicono tutti, che sia io a vincere?”. Probabilmente sì, ma dovrebbero convincersene, lui e Thomas. Johansson pareggia i conti, ci si aspetta che Safin riprenda in mano la partita, ma non accade, lo svedese non trema, non si nasconde più, prende un altro break di vantaggio, mentre Marat è disperato, scuote la testa, guarda la sua tribuna – che nel corso del torneo aveva fatto discutere perché frequentata da bellissime ragazze, chiamate Marat’s Angels o Safinettes, ed il fatto che in quei giorni si fosse celebrato il suo 22esimo compleanno può essere una traccia sul motivo delle sue cattive condizioni atletiche…. Non sa cosa fare, uno dei tennisti più talentuosi della sua generazione non sa come uscire dai precisi schemi di Johansson. La sorpresa si va via via concretizzando, fino al 7-4 del tie break del quarto set che sancisce l’ultima iscrizione svedese nell’albo d’oro di uno Slam. Si scoprirà poi che Safin, in quel match, aveva un dolore al ginocchio, ma non è sufficiente per svilire la più grande sorpresa, quella del giocatore destinato ad essere sconfitto in finale, e venire ricordato, se ricordato, come tale – come Baghdatis, come Gonzalez, come Soderling, per dire qualcuno – che riesce a sovvertire il pronostico. Certo avere dall’altra parte un cavallo pazzo come Marat è stato un vantaggio, ma non si vince mai uno Slam per caso, mai.

– Ci credi ora?

– Certo, fu un avvenimento molto particolare, chissà quanti dibattiti in rete?

– All’epoca non c’era una diffusione di Internet tale da giustificare un battage come quello odierno, gli sproloqui da social network tra tifosi dei big non potevano chiaramente esserci, ma fu un torneo di grandissima importanza. Vinse un outsider, e diede il là ad una stagione di forte impatto, conclusa dal trionfo d’addio di Sampras a New York, anche se del suo ritiro avremmo saputo soltanto un anno più tardi

– Certo che deve essere stato divertente, mi è rimasto impresso il cammino di Tommy Haas: da un lato poteva essere già fuori agli ottavi, ed alla fine, senza la pioggia in semifinale, probabilmente avrebbe potuto meritatamente apporre anche lui il suo nome nell’albo d’oro.

– E’ il tennis, ragazzo, ed è per questo che ci piace tanto, no?

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