Globalizzazione ‘na sega

di - 31 Luglio 2015
Globalizzazione tennis
di Sergio Pastena

Tecnicamente non è un record, ma è come se lo fosse: con l’entrata nei Top 100 del moldavo Albot e del georgiano Basilashvili sono 42 le nazioni rappresentante nella prima pagina del ranking Atp. Il primato precedente era 43 e non è stato eguagliato solo perché Bedene ha cambiato nazionalità. In punta di diritto, anche se il caso è differente, se Brown fosse rimasto giamaicano ora ci sarebbero 44 nazioni diverse con un tennista nei primi cento.

Per farci un’idea del significato del dato, si pensi che fino alla metà degli anni ’80 erano circa 25 le nazioni rappresentate, per arrivare alle 30 si sono dovuti aspettare una decina d’anni e il dato è rimasto stabile fino al 2010, quando a fine anno c’erano 34 nazioni. Poi il salto: quasi dieci in più nel giro di cinque anni.

“Bene! – direte voi – É la globalizzazione che avanza!”. Al tempo.

Il dato va interpretato considerando che nel 1985 non c’erano ancora stati nè il crollo del comunismo nè la guerra nei Balcani. Il ranking di fine anno, per dire, contava Unione Sovietica, Yugoslavia e Cecoslovacchia. Tre nazioni. Ora quegli stessi territori esprimono: Russia, Ucraina, Kazakistan, Moldavia, Georgia, Lituania, Lettonia, Uzbekistan, Croazia, Serbia, Bosnia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Fanno tredici, e giusto perché Bedene si è improvvisamente scoperto più simile a Mister Flanagan che a uno sloveno.

Tradotto: oltre metà di quell’aumento di 17 nazioni nei primi cento è spiegabile con questioni connesse a divisioni territoriali. Vediamo il resto dando un occhio al grafico seguente.

Top 100 Atp

Come vedete nel 1985 c’era una supremazia del Centro-Nord America (NAM) per via degli Stati Uniti, mentre l’Europa era la seconda forza. Sul podio c’era il Sud America, con una vasta pattuglia argentina e altri buoni interpreti come Gomez, e a seguire l’Australia, altra nazione di grande tradizione. L’Asia era rappresentata principalmente dall’India, mentre l’Africa non c’era. Europa e Americhe occupavano il 90% dei Top 100.

E oggi? Oggi rappresentano l’87%, con buona pace della globalizzazione. L’Asia è in un momento buono, ma neanche troppo: per il grafico abbiamo preso la ripartizione della Davis e Istomin ricade lì in quanto uzbeko. Il resto è Giappone, unica nazione con buoni progressi, una Corea dal roseo futuro e Taipei con il solito Lu. Insomma, il tennis ruota attorno alle stesse nazioni di trent’anni fa: mancano gli indiani impantanati nei Challenger, il boom del Sud-Est asiatico è acqua passata. E i paesi del Golfo? Beh, lì gli investimenti nel tennis servono solo ad allestire spettacoli privati per pochi ricchi.

In Africa peggio che andar di notte: continua a muoversi solo sugli estremi, da un lato il Sudafrica e dall’altro il Maghreb, che peraltro non è più come ai tempi di El Aynaoui. Africa nera, zero: non basta distribuire qualche Future in giro per sperare in uno sviluppo del tennis e i pochi giocatori promettenti  (vedi Ndayishimiye) sono scommesse dal futuro solo presunto per il fatto di aver fatto una comparsata nei Top 50 del ranking Itf juniores. Un po’ pochino.

Altra possibile zona di sviluppo sarebbe l’America centrale, ma il Messico non sforna un tennista dai tempi di Lavalle e, a parte le eccezioni alla Estrella, spesso quelli di talento si “accontentano” del sistema NCAA. E sempre sia lodato quel sistema, sia chiaro, perché comunque sforna qualche buon giocatore e consente a dei ragazzi di studiare e praticare la propria passione, magari garantendosi un futuro da coach. Per fare sul serio, però, bisogna buttarsi verso l’incerto e non tutti hanno il coraggio di farlo: la differenza tra un Darian King e un Joe Cadogan, alla fine, è tutta qui.

Per il resto, le nazioni in più che ritroviamo nel ranking al netto della frantumazione post-comunista e degli inconsistenti progressi afro-asiatici, vengono tutte dall’Europa, nonostante la penisola scandinava al momento, Jarkkosauro a parte, sia in crisi nera. Sono in arrivo gli Ymer, Lindell e dopo anche Rudd, ma pure loro rappresentano un esempio di una Scandinavia nella quale gli indigeni pensano solo allo sci: due ragazzi di famiglia immigrata, un nativo brasiliano e un norvegese Doc, ma figlio d’arte. Basta fallire un colpo (vedi i fratelli Kontinen) e la tua nazione scompare.

Un affollato campo di Uppsala

Un affollato campo di Uppsala

Nel resto d’Europa è un misto di movimenti che hanno lavorato bene come quello portoghese e, soprattutto, quello polacco, oltre che di eccezioni sempre meno eccezionali, se è vero che anche il “povero” Cipro di Baghdatis sta sfornando un decentissimo Chrysochos e il microscopico Principato di Monaco dopo Lisnard e Balleret ha un Arneodo che in Davis ha appena accoppato Ouahab (in fondo, a Monte Carlo, oltre a giocare a tennis che c’è da fare?). E via dicendo, tra una Bulgaria che sforna un Dimitrov e singoli random come Muller in Lussemburgo e Ilhan in Turchia.

Chiuderei proprio parlando dei turchi, che sono la dimostrazione di come lavorando qualcosa si possa cavar sangue anche dalle rape. Il nuovo Ilhan non si vede, ma un Ilkel “da Challenger” già è stato prodotto. Merito dell’incalcolabile numero di Futures organizzati, che hanno permesso agli indigeni di migliorare enormemente. Perché l’esperienza conta. Ne volete un esempio? Lo stagionato Baris Erguden nel 2012 vantava circa l’80% di sconfitte a livello Futures e aveva già ventisei anni. Ora, a ventinove, è reduce dalla migliore annata della carriera, il saldo vittorie è in positivo, ha sfiorato la Top 500 e collezionato scalpi non disprezzabili come quelli di Setkic e Marie. É come se un giocatore di Prima Categoria diventasse una solida riserva in serie B nel finale di carriera.

Il problema è programmare e, con tutta la buona volontà, i programmi globali portati avanti fino a questo momento pochi frutti hanno dato salvo un aumento notevole di nazioni rappresentate nei Top 500. Cosa inutile visto che, una volta lasciati liberi di camminare, i giocatori non sono ancora in grado di mantenersi da soli. Insomma, un tennis sempre locale, solo con un make-up più globale.

Almeno negli anni ’80 non c’era un continente che si prendeva il 70% dei migliori…

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