L’Istinto dell’Oste

di - 17 Maggio 2011


(Nicolas Merzetti – Foto Nizegorodcew)

di Marta Polidori

Viene il momento nella vita di un’adolescente in cui la personalità si definisce. Dato che il gioco proprio di un tennista va di pari passo con la personalità dell’atleta in questione anche quello tocca definirlo, purtroppo spesso si confonde il pargoletto influenzandolo eccessivamente.

È un’età delicata, che va dai dodici ai diciotto per un tennista, in cui ha il diritto di andare per lidi mentali e un giorno essere un giocatore e quello dopo esserne un altro. È un modo come un altro per chiarirsi ed è giusto che sia così, ma niente consente questa maturazione in modo lineare.

È difficile fare uscire il proprio con troppe nozioni al momento sbagliato, il tennis andrebbe spiegato quando ormai la personalità si è definita così da non creare confusione e prima di allora giocato e basta.
Purtroppo noi ragazzi siamo fragili, delicati e ogni cosa che fanno o dicono i grandi rischiamo di non accoglierla come si dovrebbe.

La crescita e la maturazione devono essere spontanee, solo così si riuscirà un giorno ad esprimere se stessi.
La ribellione e tutto ciò che ne consegue nei confronti di allenatori o genitori sono frutto di troppe proibizioni, non dal punto di vista materiale quanto da quello mentale. Un ragazzo, mentre gioca, vorrebbe provare soluzioni diverse non perché sia pazzo, ma per capire finalmente qual è quella giusta per lui e ottenere un risultato degno poiché frutto della sua arte e non di quella di un altro.

So che è difficile farlo, perché il più delle volte non si vuole snaturare ma solo arricchire. Non si può però insegnare tralasciando la parte istintiva o eliminandola completamente, perché è proprio la parte istintiva che ti fa trovare soluzioni incredibili in situazioni diverse o particolarmente ostiche, dove il maestro avrebbe detto semplicemente di lasciar perdere, risparmiare energia e giocare il punto dopo, forse.

Ed è proprio la parte istintiva che, se buona, distingue un campione da uno dei tanti. Logico che questo discorso vale solo per un talentuoso, se il talento non c’è bisogna compensare con un folle studio che permette a chiunque di ottenere risultati con tanto impegno.

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25 commenti

  1. Cara Marta,
    un proverbio cinese afferma: “avrai superato molti degli ostacoli verso il successo quando avrai capito la differenza tra moto e direzione”. La maggior parte dei ragazzi ha bisogno di sbatterci il muso, altri accettano consigli, altri fanno un po ed un po. Alla fine quello che conta è fare esperienza e trovare la propria strada.
    Il proprio istinto è importante in campo fino a quando le risposte agli stimoli sono comunque state automatizzate. Se per istinto intendi “estemporaneità delle soluzioni” o di “improvvisazione”, nella maggior parte dei casi vi si accede come ultimissima alternativa.

  2. Alessandro Nizegorodcew

    Non sono pochi i maestri e coach che alla domanda “cosa guardi in un bambino?” mi abbiano risposto: “come se la cavano nei momenti di difficoltà”.. intendo difficoltà tecniche ovviamente e non mentali.. quando ad esempio devono tirare un passante da 3 metri fuori dal campo, quale scelta adottano, oppure sotto rete.. ecc.. insomma i cosiddetti “numeri”..

  3. Marta Polidori

    Maria,
    certamente ognuno raggiunge la propria maturazione secondo vie del tutto personali, ma ciò che mi premeva dire, riassumendo, è di non eccedere col consigliare, perché un ragazzo non ha ancora sviluppato la capacità critica necessaria a carpire ciò che serve e tralasciare quello che può influenzarlo. In più non può sapere cosa è giusto e cosa no, molti maestri insegnano il tennis per come lo intendono loro e rischiano così di sopprimere la parte istintiva del giocatore. L’istinto da carattere al giocatore, forma la personalità…

  4. Marta,
    il mondo è bello perchè è vario. La competenza di un insegnante è proprio nella sensibilità di comprendere chi ha davanti e metterlo nelle condizioni di apprendere al meglio. Il modo tuo personale di apprendere è diverso da quello dagli altri. Tu, per esempio, hai bisogno di provare e fare tue le cose ed i troppi consigli ti mandano in confusione. Ti garantisco però che ci sono ragazzi che si sentono molto più a loro agio quando le cose gli vengono spiegate per filo e per segno e che se li metti subito a provare vanno in confusione perchè non sanno cosa fare ed hanno bisogno delle istruzioni.
    Ma è nel capire chi ha di fronte che sta la bravura del maestro ed ancora di più nel saper modulare la materia che insegna ad uso e consumo dell’apprendimento del discente.

  5. Marta Polidori

    Non ho detto di non insegnare, solo di non insegnare schemi di gioco che possano eliminare l’istinto quando ancora non si è formata la personalità. Gli schemi sono per chi non ne ha di propri, se non ne ho insegnameli, ma se ne ho sviluppa i miei e non altri…

  6. Ale,
    un giocatore di tennis si porta dentro al campo quello che è il suo carattere e la sua personalità. Ed è nei momenti importanti in cui il giocatore è chiamato a fare scelte difficili che queste caratteristiche escono fuori. E’ per questo motivo che tanti allenatori fanno attenzione a quei momenti critici. I ragazzini spesso giocano tutti abbastanza bene a tennis ma quello che li differenzia è con che mentalità stanno in campo.

  7. Tex

    Volevo dedicare la recente vittoria di mia figlia di un torneo a Marta, dalle cui testimonianze ho ricavato, come genitore, la forza di non mollare molto piu’ che da altri mille discorsi triti e ritriti di genitori o maestri.
    Ciao Marta!

  8. Bernie

    Il talento è tante cose. Talento è una buona mano, ma talento è anche alzare il livello del proprio gioco nei momenti importanti. Secondo me il secondo talento è ancora più difficile del primo. Se hai un giocatore junior con buona mano, buon fisico, e attitudine a giocare bene nei momenti importanti e più difficili hai un elemento sul quale lavorare per forgiare un potenziale campione. I ragazzi devono essere inquadrati negli schemi di gioco, importanti con la velocità moderna di palla, ma quello con talento (vedi definizione sopra) ci metterà sempre qualcosa di suo.

  9. pulsatilla

    l’assunto di partenza di marta potrebbe riassumersi così: attenzione a non soffocare la creatività dei ragazzini con l’insegnamento di schemi di gioco che potrebbero essere controproducenti.
    E’ giusto, è sbagliato?
    forse i francesi sarebbero d’accordo con Marta, e gli spagnoli no.
    io mi sentirei di porre una domanda a marta: nella tua esperienza quanti maestri hai trovato rispettosi della tua tecnica e della tua creatività?
    Al contrario quanti ne hai trovati ai quali invece non importava niente dei tuoi pensieri e dei tuoi sentimenti e che non esitavano a voler stravolgere il tuo modo di giocare?

  10. farol

    innanzitutto gran bel tema che mi appassiona parecchio. ma proprio tanto tanto, pechè la gestione del talento (qualsiasi esso sia e di qualsivoglia livello) fa la differenza tra emergere e non emergere. ma soprattutto fa la differenza tra il “divertirsi”, cioè il provare sensazioni positive e il non farlo. E’ proprio questo, a parere mio, il punto focale. Il problema maggiore che i nostri ragazzi ci sottopongono nell’allenarli (io non alleno tennis, ma calcio e seguo mio nipote a nuoto) è proprio lo stesso che ci sottopone Marta Polidori: nel momento stesso in cui noi riusciamo a fargli sviluppare schemi di gioco, tecniche che sono INDUBBIAMENTE migliorative del loro bagaglie, loro perdono quel gusto di giocare vivendo la cosa come se li stessimo imbavagliando. E’ ovvio che la parte difficile è questa, cioè migliorare il bagaglio attraverso l’uso della LORO creatività. E’ la stessa difficoltà che incontra un regista quando chiede ad un attore di fare un detemrinato ruolo.Pur con lo stesso identico copione ogni attore avròà la sua intonazione della voce, il suo tipico sguardo ecc ecc. E allora la soluzione (semplice a dirsi, a farsi è un altro paio di mancihe) è quella di fare in modo che attraverso le “sennsazioni positive” dell’atleta si riesca a sviluppare il suo istinto di miglioramento, in modo che sia lui stesso a chiederci ” come posso migliorare su questo aspetto?”. e sia lui stesso a riuscire a trovare attraverso lo sperimentarsi le giuste conclusioni, noi tecnici dobbiamo solo essere bravi ad accompagnarlo nel suo percorso. Mano a mano che vedrà risultati nel suo miglioramento, che è passato quindi attraverso la sua esperienza persnale e non le nostre imposizioni, a quel punto prenderà coscienza di quanto sia importante lavorare sempre su se stessi. insomma la nostra bravura sta nel fargli fare le cose menre pensano di essere loro ad averle decise, un po’ come fanno le nostre mogli ihihihih.In bocca al lupo a tutti 🙂

  11. andrew

    Io sono convinto che ci voglia una cosa sola:

    Il potere dell’anello!!!

    Quinzi, il novello Frodo di cui kommentucci sarà cantore nonché biografo, ne è dotato. Ahò!! Sto parlando del potere dell’anello!!! Mica i patetici razzetti di Goldrake o il potere sgrassante di Mastro Lindo. Frodo non è neppure un pescatore o un cacciatore. Lui ha il potere dell’anello!!! Esso ci salverà con l’anello!!!

  12. Farol,
    educare la creativita di un atleta (che alimenta la passione) è tanto importante altrettanto quanto l’etica del lavoro e la disciplina. Bisogna trovare sempre il giusto compromesso ascoltando e cercando di capire chi si ha di fronte.

  13. Marta Polidori

    Grazie mille Tex, sono commossa davvero… Non sono una dai lacrimoni facili, ma dire che sono lusingata è dire poco… 🙂

    Pulsatilla,
    io, personalmente, uno solo: mio padre. Anche in accademia mi son trovata bene comunque :-), ma a me è andata di lusso… Ho un gioco che non mi classifica tra le meteore del tennis, ovvero le ragazze che escono a sedici anni per poi perdersi una volta esaurito lo strapotere fisico… Anzi, all’esame del polso sono ancora una quindicenne, per cui non posso strafare e i miei genitori non hanno alcuna intenzione di farmi rovinare il fisico, ho tempo… Ho un gioco che, se portato nel modo corretto, mi farà uscire più tardi e questo i maestri tendono a scartarlo per questioni personali, non credono che renda perché preferirebbero lavorare con un’atleta che nasca in fretta, anche se poi si dovrà fermare, l’importante è che vinca non dove arrivi, come e perché… Non vorrei sbagliarmi, ma credo sia questione di soldi. Si cerca più il modo per guadagnare piuttosto che il piacere nel coltivare una personale attitudine o interesse. O forse la scuola cerca l’atleta vestito su misura, non esiste personalizzazione, di conseguenza se non rispetti la loro visione di gioco te la inculcano 🙂 oppure te ne vai, perché non hai le caratteristiche…

  14. pulsatilla

    Grazie Marta,
    stavolta non hai usato giri di parole e hai descritto ciò che pensavo anch’io. La fama dei maestri, a livello locale, cresce con gli under che vincono, non importa se giocano bene o no. Devono vincere e subito, non importa se con un tipo di gioco che fra 4 o 5 anni sarà inevitabilmente perdente. Crescendo la fama aumenta il numero degli iscritti alla scuola e l’interesse economico alla fine è quello che regola i comportamenti.

  15. nunziovobis

    A proposito di interessi economici, chiedo a voi se sapete qualcosa, nei primi di giugno dovrebbe tenersi una manifestazione in calabria, non so se si tratta della PIA CUP, dove partecipano le squadre under 8 dei circoli credo di tutta italia, sembra che il posto scelto sia un villaggio mediteraneè con 400 posti, ma la richiesta è stata per 800 (visto che i bimbi vengono accompagnati dai genitori);
    a causa di questo molte squadre hanno dovuto rinunciare a partecipare visto assenza dei posti. Tutto questo fatto è una bufala oppure veramente ci sono delle carenze organizzative di questo genere?

  16. farol

    Maria Prosperi,
    sono d’accordo con quanto sostieni, e conoscendo tanti coach so anche che in molti la pensiamo così, un giusto compromesso è la cosa giusta. Ciò che resta difficile è promuovere questo comportamento con i ragazzi facendp in modo che loro la vivano come una crescita. insomma più facile a dirsi che a farsi , senza tralasciare poi le influenze negative dei modelli che questa società proprone. ma entriamo in un discorso assai lungo….grazie della chiacchierata a tutti, vi leggo sempre volentieri

  17. Farol,
    per mia esperienza, la cosa migliore che possa fare un allenatore è dare l’esempio e dare tempo e disponibilità ai propri allievi. Se i ragazzi hanno avuto tempo abbastanza per lavorare con il maestro e per istaurare un dialogo ed una buona comunicazione, questi assorbiranno per osmosi e copieranno i suoi comportamenti.
    Sono anch’io purtroppo consapevole delle varie influenze negative da parte della società ma gioca a favore del maestro il fatto che comunque, per quanto riguarda il tennis, gli allievi/e lo considerino un’autorità e si fidino ed abbiano fiducia di quanto lui/lei propone.

  18. Luca (Ben)

    Complimenti scrivi davvero bene! e in più ho trovato il tuo articolo molto….profondo…il concetto di “crescita spontanea” sai da chi deriva? dal mitico Jean Jacques Rousseau;il pedagogista ,secondo me , per eccelenza. Infatti, lui diceva che “L’insegnamento dev’essere successivo alla crescita”.
    L’insegnante non deve imporre, ma, deve seguire lo sviluppo dell’adolescente e successivamente, insegnargli ciò ,alla quale è più portato o comunque ciò che piace a lui.
    E questo concetto è valido per qualsiasi cosa!

  19. Marta Polidori

    Grazie Ben! Sono rimasta piacevolmente colpita dal tuo intervento… Ed anche un po’ sorpresa 😉

  20. Luca,
    insegnamento e crescita devono essere contemporanei. Non può considerarsi la crescita prima e l’insegnamento poi. Come non può considerarsi l’insegnamento prima e la crescita dopo. Per il semplice fatto che le strutture cerebrali e fisiche di una persona si sviluppano parallelamente ed in modo integrato. Il concetto moderno di insegnamento in rispetto delle fasi sensibili, tecniche, tattiche e mentali è basato su questo principio. Lo so, rispettarle non è semplice ed il lavoro del maestro è un lavoro minuzioso, certosino, attento. Un lavoro sporco; ma qualcuno pure lo deve fare……. 😉

  21. nicoxia

    Marta ti chiedo scusa in anticipo,ma tu ti alleni da un po in un accademia da te più volte elogiata,quindi vuol dire che ti trovi bene ed hai risolto i tuoi problemi,ma quando racconti queste cose la tua amarezza non sembra superata.
    Maria dici secondo me tutte cose giuste,ma dai per scontato che tutti conoscano le tempistiche.
    Mi spiego ci sono situazioni che alcuni maestri si ostinano a voler trasmettere ad alcuni suoi allievi quando non sono ancora in grado di recepirle per fattori biologici di crescita del cervello,il peggio è che pensano che l’allievo non sia in grado di recepirlo perchè poco talentuoso.
    C’è una lezione apposta nel corso di istruttore di primo grado che spiega tutta l’evoluzione nel corso degli anni,ma dall’attenzione che c’era nella lezione e nel sentir parlare i maestri in generale si deduce che in pochi ne siano a conoscenza.

  22. Nico,
    continuo a sostenere che quella del maestro e dell’insegnante, in senso lato, è una vocazione. Richiede altruismo, capacità di ascolto, capacità di comunicazione e tanta voglia di ricerca, aggiornamento e sperimentazione. Una mentalità ed un’attitudine al lavoro che caratterizza i professionisti nella maggior parte dei settori lavorativi perchè amano, si dedicano e credono in quello che fanno. E’ l’esatta antinomia della “casta”, del maestro abulico mestierante che sta al corso per prendere il pezzo di carta per poi poter organizzare lezioni ai circoli e tirare a campare. Ognuno, ovviamente, è libero di poter fare le proprie scelte e vivere la propria vita come meglio crede.
    Il vero dramma è quando ragazzi con buone capacità ed intesioni agonistiche serie cadono nelle mani dei mestieranti, il che, in un quadro abbastanza desolante come il tennis italiano, è una beffa ed un danno doppio.

  23. Marta Polidori

    nicoxia,
    la mia amarezza non discende dall’esperienza in accademia, ho avuto altri allenatori e ho visto molti circoli e maestri insegnare. Mi baso non sempre su esperienze personali, ma spesso, e soprattutto, su ciò che vedo capitare attorno a me… E sì, l’amarezza non passa con gli anni, passerà quando vedrò il sistema cambiare cioé mai. Non mi reputo di certo ne all’altezza ne abbastanza per far aprire gli occhi a chi per convenienza non vuole aprirli… Continuerò a convivere in silenzio con la mia amarezza 🙂

  24. nicoxia

    Marta io guarderei avanti,non voltarti indietro ora da quanto hai espresso hai risolto il tuo problema non amareggiarti per gli altri sei giovane pensa alla tua crescita,se sarai positiva sarai parte integrante del cambiamento del sistema,ma se parti col pensiero che sei già sicura che non cambierà mai,di possibilità che tu possà lasciare un segno ce ne sono poche.
    Io sono convinto che i cambiamenti avvengono con i buoni esempi non con le buone parole, se ognuno di noi facesse la sua parte qualcosa secondo me cambierebbe.
    Ma se continuiamo solo a lamentarci del sistema…….

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