Speciale “40 anni di Atp”: il tennis nel mondo


di Sergio Pastena
Quarant’anni. Per gli uomini è una tappa decisiva, il giro di boa, ma qui non si parla di uomini ma dell’Atp (Association of Tennis Professionals), l’associazione nata dietro la spinta di Jack Kramer, recentemente venuto a mancare. Per la precisione il compleanno sarà nel 2012, ma quello appena iniziato è il quarantesimo anno di attività dell’Atp, nata nel 1972. Per celebrare la ricorrenza noi di Spazio Tennis abbiamo pensato di preparare uno speciale servendoci delle statistiche sull’Atp Tour, che si svolge dal 1990 (e che a sua volta ha quindi da poco compiuto vent’anni). Uno speciale che sarà diviso in quattro sezioni: cominceremo a parlare dell’Atp nel mondo, analizzando com’è cambiata la distribuzione dei tornei in una società sempre più globale, parleremo poi dei risultati, partendo dal singolare e dedicando un capitolo ai tornei “minori” e un altro a Masters Series e Grand Slam (che in realtà non fanno capo all’Atp ma non possono essere trascurati ai fini dell’analisi) e, infine, tratteremo del doppio, specialità che da sempre è data per morente ma è ancora viva e combattiva.

Un tennis con gli occhi a mandorla?

“Il tennis ormai è dominato dai soldi”. Questa frase, o altre equivalenti, negli ultimi anni è stata gettonatissima, specialmente tra i direttori dei tornei che si vedevano “degradati”. La convinzione di molti, in effetti, è che il tennis sia sempre più globalizzato, che l’Asia abbia ormai un ruolo fortissimo e che questa sarà la tendenza per il futuro. Non possiamo fare da Nostradamus, quello che però possiamo fare è verificare se la cosa sia vera. Cominciamo ad analizzare quanto peso hanno sulla programmazione i diversi continenti:

A un primo sguardo potrebbe sembrare che i dati diano ragione a chi vede un tennis sempre più con gli occhi a mandorla: in 20 anni i tornei asiatici sono passati dal 6,3% del totale al 12,5%, raddoppiando il proprio peso. Quello che guadagna l’Asia lo perde l’Europa, che nel 2010 ha avuto la metà esatta dei tornei mentre in passato ha sfiorato il 60%. Gli altri continenti sono sostanzialmente stabili con l’eccezione dell’Oceania (l’altra percentuale iniziale, ad ogni modo, era un “residuo” degli anni ’70, nel corso dei quali il tennis aussie pesava molto sul calendario).
La situazione cambia, però, se andiamo a vedere il totale dei tornei disputati:

Un dato salta subito agli occhi: rispetto al 1990 ci sono 15 tornei in meno, rispetto al 1995 addirittura 20. E, sorpresa, negli ultimi quindici anni i tornei asiatici non sono aumentati. In realtà l’esplosione dell’Asia, improvvisa, si è avuta tra il 1992 e il 1993 quando i tornei sono passati da 7 a 12 (massimo storico): all’epoca oltre al mercato cinese e a quello giapponese c’era molto interesse per il sud-est asiatico (un anno addirittura la Malesia ebbe due tornei), mentre col tempo il numero di tornei si è stabilizzato e più che in quantità il continente asiatico è cresciuto in qualità (attualmente l’Asia ha due Atp 500 e un Atp 1000).

Meno tornei: chi paga il conto?
La diminuzione del totale dei tornei ha colpito principalmente l’Europa, che dal 1990 ha perso ben dodici competizioni a fronte delle tre perse da Nord America e Oceania. Insomma, se l’Asia pesa di più è perché non ha perso niente o quasi mentre gli altri continenti hanno dovuto ridurre le proprie pretese: il tennis moderno, sempre più fisico, non consente più calendari da 80 tornei a stagione, specie con i tabelloni affollatissimi che ci sono. I giocatori ormai sono (giustamente) abituati a programmare l’annata in maniera razionale e a concedersi delle pause per non incappare in infortuni. Risolta questa domanda, ne sorge subito un’altra: quali paesi hanno maggiormente pagato la contrazione del calendario? E qui casca l’asino…
Già, se i continenti storici del tennis hanno dovuto sopportare praticamente da soli la riduzione del calendario per non compromettere il nuovo mercato asiatico, quali nazioni hanno ridotto maggiormente i propri tornei? Qualche lettore maggiormente informato sul tema avrà già la risposta, ma prima di guardare il grafico sottostante (che considera le nazioni che nel 1990 avevano almeno quattro tornei) tenete bene a mente che l’Europa ha perso 12 tornei dal 1990.


Svelato il mistero. Su 12 tornei in meno che ci sono in Europa ben 6 li ha persi l’Italia. La Germania si è limitata a cedere tre eventi (ma ha ancora la World Team Cup, che non rientra nel conto come la Davis) mentre la Francia era a 6 tornei e tanti sono rimasti. Ma andiamo ancora oltre: nel conto del 1990 manca il torneo di San Marino, che ufficialmente era straniero ma, in buona sostanza, era considerato tra i tornei “italiani”. Fanno 7 tornei persi su 12 in meno a livello europeo: in pratica abbiamo pagato più della metà del conto, qualcosa l’hanno offerto i tedeschi (che però han fatto tuoni e fulmini) ed in più è scomparso qualche torneo marginale come l’Open di Grecia, nazione che sta al tennis come il Congo allo snowboard.

La situazione italiana
Ci sono sempre meno tornei Atp, è vero, ma l’Italia in compenso ha una situazione da fare invidia a livello di Challenger: ne abbiamo tantissimi, probabilmente persino troppi. Questi dati sono particolarmente utili per andare a capire la situazione che ci si presenterà quando parleremo del rendimento delle varie nazioni nei tornei. Nel 1990 avevamo il Masters Series di Roma e inoltre Milano, Bologna, Firenze, Genova, Sanremo, San Marino e Palermo. Per qualche anno ai tornei che uscivamo ne subentravano altri, poi sono caduti uno ad uno e dopo che anche Palermo è stata esclusa dal calendario è rimasta soltanto Roma.
Le storie delle defezioni sono diverse tra loro: tornei cassati per fare posto ad altri (come Firenze, sostituita da Oporto), altri che hanno subito spostamenti di sede (quello di Genova, organizzato dalla Hypo Group, prima si teneva a Bari e poi si è trasferito a St.Polten in Austria), altri ancora “mordi e fuggi” (Sanremo è stato disputato solo nel 1990). Alcuni adducono problematiche economiche, ma la cosa lascia perplessi: con tutti i Challenger che organizziamo (alcuni molto vicini tra loro) se sommiamo i montepremi ci rendiamo conto che per organizzare tornei di tennis in Italia si spendono abbastanza soldi. Nel 2010, ad esempio, se ne sono andati 1.267.000 euro di montepremi Challenger, praticamente 3,5 tornei Atp 250, senza considerare che un evento buono al posto di qualche evento minore porterebbe notevoli economie di spesa. I motivi, quindi, sembrano essere altri. Certamente è un problema di peso politico, derivato anche dalla mancanza di risultati che ha fatto passare questo sport un po’ in secondo piano. Non è un caso che dopo la vittoria della Schiavone a Parigi tutti abbiano detto che era un successo che avrebbe portato linfa al movimento.
Le conseguenze invece sono facilmente analizzabili: l’Italia produce tantissimi giocatori di seconda fascia e pochi di prima. E’ merito o colpa dei Challenger, a seconda dei punti di vista: tanti atleti giocano tutti quelli che ci sono in Italia e la cosa è comprensibile, visto che le spese vengono a ridursi di molto e si riesce a vivere di tennis. A livello Atp, però, abbiamo serie difficoltà: se non ci sono tornei italiani non ci sono neanche wild card e un giocatore di Challenger raramente rischia di giocare le qualificazioni di tornei maggiori sapendo che potrebbe ritrovarsi a spendere tanto senza ottenere nulla. Giocando solo Challenger, però, i nostri atleti difficilmente collezionano i punti necessari ad entrare in qualche main draw dell’Atp Tour e il gioco è fatto. Roma, peraltro, è un Atp 1000 e molti atleti italiani di primo piano hanno bisogno delle wild card (che a volte vanno anche ai nobili decaduti, come nei casi di Safin e Ancic nel 2008), per cui i giovani e i comprimari debbono accontentarsi di passare per le forche caudine delle qualificazioni, che nei tornei maggiori hanno però un livello abbastanza elevato.
Dati su cui riflettere, senza dubbio. Parliamone insieme nei commenti.

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