Tennis Usa: Quale Futuro? – I Parte

Qui di seguito vi proponiamo un bellissimo viaggio del nostro Sergio Pastena, alla scoperta del tennis statunitense, analizzandone le difficoltà, gli obiettivi e le speranze. Il lavoro è diviso in due parti. In questa prima parte, Sergio ha messo insieme i più forti tennisti Usa nati sul finire degli anni ’80, mentre nella seconda parte (che uscirà domani), avrete la possibilità di leggere chi sono i prospetti più interessanti nati dopo il 1990. Buona lettura… e dite la vostra anche voi!
Donald Young
(Donald Young)

di Sergio Pastena
Quando mercoledì, per la seconda volta di fila, Stanislas Wawrinka è venuto a rete sul match point mettendo a nudo le enormi difficoltà di Querrey a imbastire passanti decenti, gli spettatori di Flushing Meadows hanno dovuto assistere a un film già visto: gli americani tutti fuori prima dei quarti di finale. Era successo già l’anno scorso, quando addirittura c’era un solo americano agli ottavi, Isner, è successo ancora quest’anno. La situazione del tennis stelle e strisce non è buona, e la cosa è sotto gli occhi di tutti: la momentanea uscita di Roddick dai Top Ten quest’anno ha creato una situazione inedita nell’era open, una classifica senza nessun americano nei primi dieci.
L’analisi del malato è rapida e indolore: la generazione di mezzo, quella del triennio 84-86, praticamente non c’è stata. Analizzando i Top 100 americani l’unico di quegli anni che troviamo è Isner, classe 1985, che è un Roddick in tono minore, non certo un campione. Poi c’è il buon Andy che regge la baracca, ma ha 28 anni: il suo allenatore Stefanki ha recentemente dichiarato che è a quell’età che inizia il meglio per un tennista, ma probabilmente solo lui la pensa così. Quindi troviamo Fish, Dent e, leggermente fuori dai 100, Ginepri e Blake: tutti tra i 27 e i 30 anni, con storie diverse (dall’indolente Mardy allo sfortunatissimo Taylor) ma con una cosa in comune, quella di non avere certo dieci anni di carriera davanti.
Insomma, gli unici giovani made in Usa che troviamo nei 100 sono Sam Querrey, il più precoce, già 6 titoli in tasca e progressi continui. Anche Querrey, però, pare avere un limite: è un bombardiere, ed ha davanti a sè altri esemplari di quel tipo (vedi Del Potro) che sembrano avere qualche cartuccia in più. Allora proviamo a guardare al resto, a tutti i giovani che si affacciano dietro i big attuali e puntano a sostituirli, per cercare di capire se quella degli Stati Uniti è una crisi provvisoria o un’involuzione che rischia di fargli fare la fine dell’Australia o della Svezia, movimenti con trascorsi gloriosi, pochi campioni (Hewitt e Soderling) e il futuro nelle mani di pochissimi giovani (Tomic e Berta). Partiamo dalla classe 1987, prendendo ovviamente in esame solo quelli che hanno già combinato qualcosa: se a 23 anni ancora non hai fatto niente difficilmente lo farai in futuro, è lì che inizia la fase centrale della carriera di un tennista, quella durante la quale si deve togliere le maggiori soddisfazioni (per capirci, ci risparmieremo un Alex Kuznetsov che fa ancora le qualificazioni dei Challenger).
Cominciamo da Ryan Sweeting, ovvero uno dei tanti “trapiantati”. Se Il Kazakistan i giocatori li compra, gli States non ne hanno bisogno: dai tempi di Lendl e della Navratilova tanti sono passati sotto la bandiera a stelle e strisce. Pensiamo ad Haas, che pure ha fatto il salto molto tardi, o al caso recente dell’argentino Collarini, di cui parleremo. Sweeting è delle Bahamas, per cui ha giocato in Davis ad inizio carriera, e già nel 2006 si è messo in evidenza agli Us Open, mettendo in difficoltà Olivier Rochus al secondo turno dopo aver beneficiato del ritiro di Coria. L’anno prima, sempre a New York, aveva vinto il titolo juniores superando Chardy. Grandi mezzi fisici (è alto 1.95) e un campionario discreto di colpi: ottimo diritto, servizio potente, rovescio bimane principalmente difensivo con qualche variazione in slice. Tenuta mentale decisamente insufficiente, anche per quello fino ad ora non è mai entrato nei primi 100: con Sweeting spesso è un festival di lamentele, racchette rotte e scleri di vario tipo. I top 100, però, li vale decisamente, anche perché a dispetto della stazza imponente non sembra avere i problemi di mobilità che limitano colleghi più blasonati come Querrey ed Isner: il footwork è decente, ma c’è tanto da lavorare. Pochi i risultati: qualche ottavo Atp, più una finale in doppio.
Jesse Levine
(Jesse Levine – Foto Nizegorodcew)
A proposito di quella finale, raggiunta nel 2009 ad Houston, Sweeting era in coppia con Jesse Levine, altro 1987 su cui si punta abbastanza. Levine nel 2008 era arrivato al numero 94 delle classifiche, poi si è un po’ spento. Anche lui nato all’estero (in Canada) ma americano tennisticamente, due anni fa era stato protagonista di buoni exploit: secondo turno a Wimbledon (portando Melzer al quinto), un turno passato anche a Toronto e, soprattutto, quarti di finale a New Haven partendo dalle qualificazioni. Un anno di “pausa” e nel 2009 di nuovo protagonista sui prati inglesi: terzo turno facendo fuori Safin al primo e impegnando Wawrinka, quarti a Newport e secondo turno agli Us Open, eliminato da Cilic con un punteggio da manicomio (6-4 6-2 0-6 3-6 0-6). E poi ancora nei Challenger, con la classifica che scende fino al numero 165 attuale. Levine è un tennista completamente differente da Sweeting, a cominciare dalla stazza: 1.75 di altezza, leggerino e, ovviamente, molto veloce. Il timing sulla risposta è ottimo, riesce a giocare d’anticipo e non disdegna di venire a rete. Rovescio bimane ma tutt’altro che disprezzabile, diritto pulito, il suo principale limite pare riguardare la consistenza dei colpi: non che ci vada leggero, ma la sua palla è fatalmente meno pesante rispetto a quella degli armadi del circuito. Piccola nota: è anche un po’ “sfigato”, dovette rinunciare alla fine dei campionati juniores Usa contro Young per via di un’intossicazione alimentare.
Ma veniamo a quelli che si sono messi in luce in questi Us Open, partendo proprio dal più “anziano”. Tim Smyczek, anche lui 23 anni, al primo turno aveva il brasiliano Bellucci. Ad essere onesti non ha dato mai l’impressione di poterlo impensierire seriamente, eppure ha sprecato abbastanza e almeno un set avrebbe potuto vincerlo con un po’ più di concretezza. In ritardo rispetto ai coetanei (è entrato da poco nei 200), dopo anni passati a navigare a vista nei Challenger quest’anno sta provando a fare sul serio. Ha vinto la sua prima gara in un main draw Atp a Los Angeles, contro Gabashvili, e nel secondo turno si è tolto lo sfizio di strappare un set ad Andy Murray. A Toronto nelle qualificazioni ha battuto anche Golubev. Non cercate in lui le stimmate del campione, onestamente sembra non averle anche a causa di un fisico che non lo aiuta (anche lui è 1.75), ma può diventare senza dubbio un buon tennista di seconda fascia, a patto di non impantanarsi di nuovo nei Challenger.
Dopo questi 23enni che lentamente avanzano, c’è un altro discreto buco che dovrebbe preoccupare non poco gli americani. La vendemmia nel biennio 1988-89 è stata molto magra e il solo giocatore su cui si continua a puntare forte, anzi fortissimo, è Donald Young. L’avremo sentito ripetere mille volte: Young è il futuro degli Usa. D’altro canto questo ragazzo sembrava un predestinato fin dal 2005, quando ha vinto gli Australian Open juniores ad appena 15 anni sorprendendo tutti. Si è ripetuto, sempre da junior, nel 2007 a Wimbledon e ad inizio 2008 è entrato nei 100 ed ha passato tre turni a Memphis ed Indian Wells. Pareva proprio che stesse arrivando, insomma, un best ranking al 77 a 18 anni non è roba da poco. E invece no: anche lui si è incagliato nei Challenger scivolando addirittura oltre la duecentesima posizione. Da qualche tempo sembra essersi ripreso, è tornato nei 100 e, considerando che ha 21 anni appena fatti, ha ancora margini di manovra. Ora, però, Young è intrappolato in un limbo pericoloso dal quale deve uscire alla svelta: il rischio è quello di diventare troppo presto un giocatore con un brillante avvenire dietro le spalle. I colpi ci sono tutti: struttura fisica non gigantesca ma solida, mancino, grandissima mobilità e, soprattutto, diritto e rovescio di alto livello. In genere il limite di molti americani, anche vincenti (vedi Roddick e il rovescio) è quello di avere un solo fondamentale molto forte, Young invece pare completo (eccezion fatta per il gioco a rete, decisamente da rivedere). Riuscirà a passare dalle belle speranze ai risultati concreti?

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