TGF 16 – Il Rapporto Genitore-Coach (Puntata 1)

Lila Simpson
di Alessandro Nizegorodcew
Mi permetto, per la prima volta, di pubblicare un mio articolo nella rubrica Tennis, Genitori & Figli. Oltre al rapporto Genitori-Figli, il connubio più importante e complicato del tennis è certamente quello tra i Genitori e i Maestri. Inutile riassumere le tante discussioni che si sono succedute su Spazio Tennis su questo scottante argomento; più interessante, a mio avviso, leggere e analizzare i pareri di giornalisti, giocatori, addetti ai lavori e soprattutto genitori e allenatori. E allora iniziamo con questa prima puntata (ne seguiranno altre nei prossimi giorni e settimane)…
Raoul Pietrangeli (Direttore Tecnico Circolo Corte dei Conti – Roma): “Se una cosa non ti piace cambiala, se non puoi cambiarla, cambia il tuo atteggiamento. Non lamentarti.” (Maya Angelou – scrittrice e poetessa). “Avrai capito come la penso. Tento altre descrizioni sintetiche: Per me non esiste la ricetta nel rapporto tra genitore e maestro. E’ una dinamica tra due persone che devono avere affinità, obiettivi chiari e comuni, capacità di rispettarsi l’un l’altro. Essendo quasi tutti rapporti a termine, in teoria tutto dovrebbe essere più facile: si lavora insieme finchè c’è reciproca fiducia. Non condivido i maestri che fanno le vittime se abbandonati, dovrebbero essere più “adulti” nell’incassare la delusione. Non condivido i genitori che si lasciano prendere dalla “febbre alta”. Non ne ho visto uno arrivare. Equilibrio. In questo credo.”
Marzio Martelli (Ex Pro, Numero 96 Atp nel 1997): “Difficile.. E lo sai.. Magari avere la ricetta giusta.. Ci son casi di genitori che han determinato il successo dei figli/e (Bruguera, Williams, etc..) altri gli insuccessi.. Non saprei.. di sicuro è oppotuno coinvolgere, saper ascoltare.. Il resto deve essere nel pieno rispetto dei ruoili..
Elvy Intiglietta (Maestra e Madre di Claudia Giovine): “Il mio doppio ruolo mi ha schierato chiaramente a volte dalla parte dei maestri, lì dove c’erano genitori invadenti ed apprensivi, a volte da quella dei genitori, perché purtroppo di maestri che vendono fumo in giro ce n’e’, eccome… Essendo caratterialmente una persona diretta, ho avuto degli scontri, sia con gli uni che con gli altri. Credo comunque che il rapporto tra coach e genitore, in generale, debba essere di collaborazione possibilmente, e di rispetto dei ruoli. Non è sempre facile, perché i genitori tendono a trattare i figli come loro proprietà e non come individui liberi di pensare e di scegliere della propria vita. Bisognerebbe semplicemente aiutarli a crescere nel rispetto di se’ stessi e degli altri e poi, una volta adulti, aiutarli a prendere la giusta decisione, senza prevaricazione. Di errori se ne fanno sempre, ma con gli errori si migliora e si cresce. L’importante e’ non perseverare.”
Stefano Baraldo (Preparatore Atletico di Potito Starace e Giacomo Miccini): “Io ho un ottimo rapporto con i genitori dei ragazzi che si allenano con me! Per evitare fraintendimenti ecc… per me bisogna essere sinceri! non vedo altra soluzione!”
Claudio Pistolesi (Coach Internazionale): “Penso che bisogna mettersi nei panni degli uni e degli altri e capire le rispettive paure che nella maggior parte dei casi sono la causa, o da una parte o dall’altra, della sofferenza dei ragazzi. I maestri, giustamente, hanno paura delle interferenze tecniche dei genitori. C’e’ un grosso rischio “Tela di Penelope” cioe’ che il maestro si fa in 4 per trasmettere alcuni valori ai ragazzi e poi, spessissimo, la sera a cena il genitore entra a gamba tesa sul lavoro del maestro presupponendo una competenza tecnica data, la maggior parte delle volte, o dal fatto che giochi lui alivello di club, o è seguace dei vari Commentucci e passa ore ore su internet a leggere numeri e statistiche senza saperli leggere e senza capire che i numeri sono solo una coseguenza del livello di un giocatore, non la causa. Mettendosi nei panni di un genitore, altrettanto giustamente, questi ha una diffidenza giustificata dal fatto che molti maestri vogliono dare “volume” alle loro scuole e purtroppo vige il “intanto questo pijamolo poi se vedra'”. Come forma di difesa dei propri soldi e di tutela del ragazzo che ha diritto ad un servizio adeguato, il genitore cerca, vedi sopra, di “supervisionare il lavoro del maestro”. Non succede cosi’ tutte le volte ma spesso si. Qual è la soluzione? Che quando si comincia un rapporto, il maestro e il genitore facciano un patto da gentiluomini. Il genitore si impegna a fare il genitore (si accerti che il ragazzo/a vada bene a scuola, che mangi e dorma bene, che sia in salute etc.) e questo già è un grande aiuto per il maestro, che a sua volta se non ha le strutture, o la voglia, o la motivazione per seguire BENE l’allievo e dare un servizio all’altezza, lo dica subito con onestà. E’ chiaro che ci sono diverse eccezioni positive per fortuna. E non sempre è così, ma se questa soluzione non funziona allora non resta che separarsi. Un’altra cosa da aggiungere, tecnica, nel caso che comunque maestro e genitore decidono di mettere fine al loro rapporto. La fit, tanto per cambiare, ha messo in piedi un regolamento che penalizza i ragazzi agonisti. Se uno cambia circolo fino a 16 anni non può giocare a squadre per due anni !!!! Questo con l’aggravante dell’aumento della tassa di trasferimento a 120 euro!!! Con il risultato pero’ che uno e’ costretto a rimanere in un circolo dove non vuole o forse non puo’ rimanere (ad esempio se si trasferisce in un altro posto della citta’) pena il non giocare a squadre. Cosi’ i circoli votanti hanno piu’ potere e i singoli ridotti a sudditi con una evidente limitazione della loro liberta’ tennistica. Anche impegnandosi non si vede minimamente il beneficio di un regolamento cosi’ per i ragazzzi e per le famiglie che dovrebbero avere la priorita’ anche se non votano.”
Riccardo Bisti (Giornalista Tennisbest e Tennis Magazine): “Io penso che i genitori debbano incidere il meno possibile nella carriera dei figli. Difficile dare un identikit del genitore perfetto: credo che sia importante infondere sempre fiducia ai figli ed essere presenti ma non oppressivi. L’aspetto che il genitore deve curare con grande attenzione, almeno all’inizio, è la scelta del maestro. Se il figlio denota qualità importanti, è basilare che venga seguito da un buon maestro che abbia stima e fiducia del genitore. Con tali presupposti è più difficile che ci siano screzi. In definitiva, mi fido di più del genitore “buono” che del padre-padrone. Noi conosciamo i Richard Williams e i Mike Agassi, i Walter Bartoli e gli Arsalan Rezai, ma di quanti fallimenti non siamo a conoscenza? I due tennisti più titolati di sempre, Federer e Sampras, hanno due genitori quasi invisibili. E’ solo un caso?”
Stefania Chieppa (Tennista Professionista, Numero 359 nel 2006): “Secondo me il ruolo del genitore è fondamentale; ammetto che non è per niente semplice essere nei loro panni. Perché un genitore deve riuscire a trasmettere al prorpio figlio serenità, positività e soprattutto equilibrio. Inoltre penso sia importante che un genitore abbiamo un buon dialogo con l’allenatore del proprio figlio senza però interferire troppo, perché bisogna dare fiduca al coach che si è scelto e fargli fare il suo lavoro anche se certe cose non si condividono. Ovviamente tutto ciò è possibile se il genitore ha un carattere di un certo tipo, perché se invece si ha di fronte un genitore padrone del proprio figlio di decidere qualsiasi cosa per lui allora in quel caso devono stare al di fuori il più possibile. Insomma non è affatto semplice gestire questo tipo di rapporto, ma l’importante è sapere che non si potrà mai pensare di escludere completamente i genitori.”
Roberto Bontempi (Giornalista Tennis.it): “Parlo anche da insegnante scolastico, visto che la situazione è MOLTO simile… Non bisogna mai perdere di vista, a mio avviso, che entrambi, genitori e coach, cooperano alla crescita complessiva dell’uomo che c’è dietro il tennista. La distinzione dei ruoli è fondamentale in questa prospettiva purché si abbia questo backgound comune che è fondamentale. Quindi i genitori devono fare i genitori e i maestri devono fare i maestri inviando, però, gli stessi messaggi ai ragazzi, e non mi riferisco al dritto e rovescio (che devono insegnare i maestri) ma soprattutto rispetto alla visione dello sport come scuola di vita e ai valori complessivi che lo sport DEVE veicolare. L’ideale sarebbe dunque un rapporto di fiducia e collaborazione tra persone che cooperano allo stesso obiettivo: la crescita del ragazzo.”
Fabio Colangelo (Ex Pro, Best Ranking 415 Atp in Singolo e 154 in Doppio, Giornalista Spazio Tennis e Tennis Italiano, Allenatore di Tennis): “Io ti rispondo che a mio avviso non c’è un comportamento standard da seguire. Dipende dalla personalità di ognuno. Coach, genitore e bambino. Non c’è una formula precisa! Il genitore in giovane eta’ e’ sicuramente fondamentale per il ragazzino, un punto di riferimento importantissimo. E a me maestro piace vedere se il genitore e’ appassionato e ci tiene. Io per ora non ho riscontrato questo tipo di problema, ma l’unica cosa che mi scoccerebbe sarebbe vedere il genitore che entra in campo tecnico e di programmazione o cose comunque di competenza del maestro. Se ci sono domande e un confronto di idee ben venga, ma se tu mi affidi tuo figlio e poi intervieni senza chiedermi un parere, allora no. Se tu chiami un imbianchino, gli dici che lavoro vorresti, poi non ti metti lì a dirgli come fare…se no fallo tu! Giusto? Poi non capisco quei maestri che dicono che i genitori devono essere invisibili. Non mi piace neanche quello! Fiducia e rispetto dei ruoli sono fondamentali. E anche il ragazzo se vede che c’è un bel rapporto tra 2 figure così importanti può solo beneficiarne!”
Pietro Nicolodi (Telecronista Sky Sport): “Sono per la totale abolizione dei genitori dal mondo dello sport. Devono servire per supportare, per dare morale e non devono assolutamente impelagarsi in situazioni tecniche. Parlo da genitore di due giocatori di hockey che come unico compito hanno quello di divertirsi.”
Gianluca Galeazzi (Giornalista Super Tennis): “Ho sempre amato quei genitori discreti che si tengono in disparte, che non si sentono protagonisti alle prime vittorie del figliolo. Ho ancora alla mente un padre che alla vittoria del figlio alla coppa delle province a castel di sangro, mi portò con se’ a vedere, su un altro campo, un altro ragazzino e mi disse: “Questo siciliano gioca meglio di mio figlio!!”. Non voglio che si arrivi persino a questo ma credo che il ruolo di un genitore sia decisivo. Perché per educazione non si intende solo educare un figlio verso il prossimo, ma incurcargli la giusta mentalità, mantenerlo con i piedi per terra, fargli capire che solo attraverso un percorso lungo e tortuoso si possono raggiungere delle mete. Un ragazzino assimila inconsciamente tutti gli atteggiamenti e i modi di fare della sua famiglia. Per quanto rigurda il rapporto tra genitori e coach, credo che nel momento in cui un padre e una madre decidano che quell’allenatore possa andare bene, debbano lasciargli carta bianca, devono dargli fiducia, senza essere invadenti. Poi nel momento in cui le cose dovessero andare male per svariato tempo allora insieme al figlio si valuteranno nuove prospettive.”
Fabio Lavazza (Coach Bob Brett Academy): “La mia esperienza è più che altro legata al rapporto con i genitori di ragazzi che si avvicinano al professionismo, quindi ragazzi di alto livello, tra i primissimi d’Italia. Guarda posso farti due esempi: un ragazzo che a 14 anni era tra i primi 4 in Italia ora si trova tra i primi cento giocatori del mondo grazie, oltre che al talento, agli investimenti fatti dal padre che ha praticamente fatto da sponsor al figlio affidandolo alle cure di un giovane ma esperto coach che lo ha portato tra i migliori del mondo della sua età. Il ruolo del padre in questo caso è stato l’ideale, poiché ha dato all’allentore piena fiducia e tutto il sostegno che necessita un piccolo team di lavoro. Altra situazione e’ quella in cui il padre di una giocatrice che ha tutte le carte per poter arrivare si dedica in maniera ossessiva alla crescita tennistica della stessa, pur non avendo mai preso in mano una racchetta, né avendo un passato da sportivo amatoriale. Viaggia con lei, non ascolta i consigli degli allenatori per le scelte di programmazione e commette un errore dietro l’altro a livello gestionale. A mio avviso il percorso giusto da seguire è quello di dare fiducia agli allenatori, ovviamente sapendo scegliere quelli preparati e motivati.”
Enrico Sellan (Direttore Sportivo R70 – Roma): “Il discorso, come avrai ben capito, è molto delicato. Credo innanzitutto che, come in affari amorosi, ogni storia è a sè; è difficile, quindi, generalizzare. Ogni persona, genitore, figlio, tennista, coach o maestro che sia, è diverso da tutti gli altri. Detto questo, e provando a rispondere alla tua domanda, io ho l’idea che il genitore deve assolutamente essere presente, non parlo di allenamenti, ma di eventi agonistici, gioendo dei successi, ma non drammatizzando le sconfitte. Parlando di atleti agonisti evoluti, il rapporto di coach e genitore deve essere di estrema fiducia, anche perché ,altrimenti, il giocatore se ne accorgerebbe presto e verrebbe meno il rapporto di fiducia con tra coach e atleta, conditio sine qua non per un rapporto lavorativo. Non penso ci siano delle regole da seguire, se non quelle del buon senso. Penso, però, che il maestro/coach debba avere la libertà e la tranquillità per poter lavorare bene, e che altresì il genitore debba essere coinvolto dal maestro/coach sulle attività e decisioni prese riguardanti l’atleta, in modo da poter costituire una linea comune nella gestione dello stesso. In linea di massima spero di aver risposto ai tuoi quesiti, considerando che si potrebbe parlare sull’argomento per giorni e giorni. Ti aggiungo una piccola nota, a livello femminile sono molto più presenti i genitori rispetto a quello maschile. In effetti, nel circuito Wta, è molto facile incontrare, anche a livello altissimo, giocatrici che girano con coach e genitore; fino, purtroppo, ai casi di Capriati, Pierce, Bartoli, ecc che ci fanno quasi rabbrividire. Però, estraniandosi dal rapporto umano, sicuramente deplorevole, e andando su quello squisitamente sportivo, chi ci dice che se il genitore non fosse stato un tiranno, la ragazza non avrebbe smesso di giocare alle prime difficoltà incontrate e non sarebbe mai arrivata fra le prime del mondo? per contraltare, però, quanti sono i genitori/coach/tiranni di atlete che non sono mai diventate professioniste, ed hanno avuto, quindi, una vita rovinata? Domande purtroppo che rimarrano senza risposta….”
Roberto Commentucci (Giornalista e Consulente Fit): “Non esistono formule universali, ma credo che sia imprescindibile l’instaurazione e il mantenimento della massima fiducia reciproca, per poter avviare e sostenere un progetto a lungo termine, che è poi l’unico approccio corretto. Il genitore, anche non tennista, oggi è per il maestro un interlocutore molto più informato di qualche anno fa. La crescita del grado medio di scolarizzazione e la rete Internet consentono a molte persone di costruirsi un bagaglio teorico spesso molto solido sulle problematiche dell’apprendimento del tennis. Per il maestro, quindi, è fondamentale evitare di chiudersi nell’autoreferenzialità: non può dire “faccio così e basta”, ma deve essere paziente (anche molto paziente) e spiegare sempre con chiarezza il perché e il percome delle sue scelte. Per molti maestri è una sfida complicata, per altri invece un punto di forza (e purtroppo ce ne sono alcuni più bravi nell’ “automarketing” che sul campo…). Il genitore, da parte sua, deve essere bravo a non andare oltre il suo ruolo: deve parlare con il maestro sempre quando il ragazzo non è presente, non deve manifestare mai dubbi sul maestro in presenza del ragazzo, eccetera. Per il ragazzo, il maestro deve essere una sorta di semiDio, deve esprimere il massimo dell’autorevolezza. Se il papà ne mina – anche involontariamente – l’autorità, allora la colaborazione è destinata a fallire, perché il ragazzo tenderà a non seguire fino in fondo il suo coach. E infine, bisogna che il genitore resista alla tentazione di mettere bocca negli aspetti tecnici. L’ultima parola spetta al maestro. Se non si è convinti della bontà delle scelte del maestro, allora non ci sono i presupposti per andare avanti, ed è meglio cambiare.”

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