Massimo Di Domenico si racconta…

di - 17 Gennaio 2013

Intervista a Massimo Di Domenico

A differenza di molti tra i lettori, per anzianità ho visto giocare, in bianco e nero,  Massimo “Mimì” Di Domenico. Ricordo l’impressione di una palla che scorreva veloce in un tennis non ancora dominato da materiali spaziali e da preparazioni atletiche tali da trasformare il nostro sport da un’arte tecnica in atletica con un attrezzo. Oggi capisco quanto fosse talentuoso, sentita la sua storia. Allora mi sembrava solo un ottimo tennista con la sfiga – questa reale – di essere nato e giocare contemporaneamente a Pietrangeli e Panatta, mica un prospero. Avvicinandomi con più curiosità che in altri casi ai tennisti della mia generazione, ho scoperto anche una persona di grande umanità e generosità, che occorrerebbe, una volta di più, utilizzare nel nostro tennis un po’ a corto di eroi.

Tu appartieni in fondo ancora all’epoca del tennis dei “gesti bianchi”. Rievoca i tuoi esordi e dacci una sensazione del tennis che si giocava allora.
A quell’epoca eravamo un po’ tutti tennisti per caso. A tennis giocavano i signori o i raccattapalle e io, Adriano Panatta (come altri, d’altronde) facevamo parte di questa seconda categoria. Non solo il mio esordio come tennista, ma addirittura quello come raccattapalle è stato a dir poco casuale. Il mio sport era il calcio. Giocavo ragazzino negli Aquilotti della Roma, ma lo facevo più perché mi piaceva lo sport, che perché mi fossi appassionato al calcio in modo specifico. Giocavo terzino, un ruolo allora considerato poco gratificante, da cui i più bravi rifuggivano; mi aveva furbescamente convinto l’allenatore, un grande motivatore, perché ero atletico e correvo bene, e lui aveva bisogno di coprire quel ruolo. Un giorno uno stagnaro vicino a casa mia, (stavo all’epoca in Corso Francia), mi propose di andare con lui ad aiutarlo nel suo lavoro in un circolo di tennis, il Belle Arti. Lì stava giocando in quel momento nientedimeno che il principe Orsini, di nobile casato e notoriamente vicino all’ambiente papalino. In teoria, mi aspettavo, da lui avrebbe dovuto scaturire un atteggiamento austero e inappuntabile. Imparai allora da subito che in un campo di tennis si dimenticano le convenienze sociali e crollano i freni inibitori: l’uomo si mostra per quello che è. Il principe mi invitò a fungere da raccattapalle, attività di cui non avevo la minima idea. Poiché i miei movimenti non erano sempre tempestivi venni sommerso di improperi detti senza metafora, salvo poi ricevere la confessione del nobiluomo che in campo faceva sempre così con tutti e vedermi elargire una generosa mancia. Avevo 14 anni e fui iniziato così. Un mentore importante è stato per me il professor Dalmonte, noto medico sportivo (aveva seguito anche – tra gli altri – Moser). Lo incontrai all’Acquacetosa, dove io mi allenavo a calcio. Mi propose di palleggiare con lui e aderii, purtroppo scoprendo che per abitudine giocava alle 6 del mattino! Comunque il mio vero, unico maestro è stato il muro, unito all’imitazione dei grandi (Pietrangeli in testa) che vedevo giocare nei circoli; i miei sparring i soci di circolo. Questo dice quanto diverso fosse il tennis a quell’epoca. Non parliamo poi del materiale. Sappiamo tutti che allora si giocava con le racchette di legno. Forse non tutti ricordano però che, se si rompeva una corda, si poteva cambiare anche solo quella, non tutta l’incordatura! La racchetta dopo un po’ sembrava un albero di Natale, con corde di tutti i colori. Le palline (bianche) a livello agonistico duravano una partita, non 7 games! Ho giocato il mio primo torneo a 18 anni, beccando un bel 60 60 da tale Del Tomba (oggi noto dietologo noto come … Del Toma). Non dovevo essere così male, perché mi disse che la prossima volta che ci saremmo incontrati avrei vinto, e così accadde dopo un paio di mesi. Passai alla Canottieri Roma, dove ebbi modo di incontrare (e osservare) Pietrangeli e cominciai ad intensificare la mia attività agonistica, fino a vincere i campionati di 3 categoria nel 1965. La federazione si interessò a me e dopo un anno – a 21 anni – passai a Formia. Il mio rapporto con la Federazione era particolare: loro mi coprivano le spese dell’attività, ma io giravo loro i premi vinti e, tirando le somme, si può dire che… ho pagato io la Federazione!

Com’era l’ambiente del tennis e com’erano i suoi personaggi?
Nulla a che vedere con il distaccato e esasperato agonismo attuale. Allora, in assenza di strutture come quelle di oggi e di metodiche sperimentate, emergevano i talenti, anche se iniziavano tardi, com’è capitato a me. L’ambiente che ospitava il tennis era ancora quello dei Circoli, non c’erano le Accademie. Per guadagnare ci si arrangiava e anche quello faceva parte del nostro essere professionisti. Ricordo per esempio al Parioli Nastase e Tiriac a 18 anni, non ancora Campioni conclamati, ma sulla buonissima strada per diventarlo. Il Parioli, da sempre un ambiente chic, annoverava fra i suoi soci personaggi della Roma bene: Orsini, il barone Scarfiotti, (famoso automobilista), D’Alessio, ecc. Giocavamo mescolandoci con i soci (ricordo ad esempio una volta in doppio io con Scarfiotti e Nastase con D’Alessio) e ricevevamo un compenso dal nostro compagno di doppio in caso di vittoria. Tiriac, che ne sapeva una più del diavolo, aveva escogitato, pur di non uscire “in bianco”, che ci si rivelasse qual era il compenso in caso di vittoria e si facesse vincere quello dei due che riceveva il compenso più alto, che poi sarebbe stato diviso.  Come si vede, il professionismo di allora aveva aspetti sui generis. Peraltro eravamo tra noi molto vicini. C’era, sì, rivalità sportiva, ma in un clima molto amichevole. Per fare un piccolo esempio, capitava di scaldarsi prima di una partita con l’avversario di turno, cosa che oggi sarebbe impensabile. Tiriac comunque era anche un generoso, non solo un furbo. Quando era direttore agli Internazionali di Roma, sponsor la BMW, decise di offrirmi una macchina che costava più di 100 milioni per soli 30. Io gli dissi che non volevo un auto così grande e comunque costosa, pur ringraziandolo, e allora mi fece avere gratis una vettura più  piccola. Ricordo anche Vilas , Borg e l’indiano Amritraj, famoso doppista, spessissimo in Italia al Fleming, un altro circolo storico romano. Il tennis era un ambiente per certi versi paragonabile a quello attuale della Formula 1. I due mondi non sono certo accostabili per i soldi, che nel tennis circolavano molto poco, ma per un aspetto “glamour”: eravamo pieni di ragazze, e spesso di ragazze famose. Un po’ per l’aura magica del tennista, uno sportivo elegante, un po’ perché non eravamo malaccio, ci capitava di avere molte occasioni di avventura. Non parliamo neanche di Adriano Panatta, donnaiolo impenitente, noto per le sue relazioni con Mita Medici e Loredana Bertè; Cillin Caimo, oggi dentista in USA, aveva avuto una storia con Maria Grazia Buccella, io “pescavo” più tra le modelle e le studentesse, ma nel mio modesto palmarès ho avuto anch’io la mia attrice: ricordo un flirt di un mesetto con Pascale Petit…. Insomma, eravamo una comunità di amici, animati da un certo spirito goliardico e questo valeva anche a livello internazionale. A Gstaad, una volta, venni invitato da Lea Pericoli a disputare il doppio misto con lei. Ci eravamo incontrati da poco ai campionati italiani di doppio (misto), che io avevo vinto in coppia con Beltrame, battendo tra l’altro Lea e Giordano Majoli. Durante l’incontro Lea, che a perdere non ci stava, mi aveva letteralmente coperto di insulti, tanto che avevo ricevuto la solidarietà di Majoli (non te la prendere, tu non sai quanti me ne sono beccati io). Evidentemente però non dovevo esserle dispiaciuto, visto il successivo invito a Gstaad. In quell’occasione, credo che fosse in qualche modo testimonial di una marca d’abbigliamento, riuscì a convincere noi tennisti maschi a sfilare vestiti da donna. Mi viene in mente Newcombe con i suoi baffoni e lo svizzero Werren con le gambe depilate…. In modo diverso, io sono stato vicino in particolare a due personaggi: Panatta e Pietrangeli. Il rapporto con loro era inizialmente diverso. Panatta era di poco più giovane di me, sostanzialmente un coetaneo, con il quale sono cresciuto tennisticamente e non, di fatto da subito un amico. Pietrangeli per me era un mito, una leggenda da rispettare. Paradossalmente nel tempo le cose sono un po’ cambiate: con Adriano ci siamo progressivamente persi di vista, mentre Pietrangeli è via via diventato un carissimo amico, conquistandomi con la sua gentilezza d’animo. Pietrangeli è per molti versi rimasto com’era da ragazzo, un uomo che vive la vita con estrema leggerezza, ma al di là di questo aspetto che qualcuno può giudicare frivolo è veramente una cara persona e non posso parlarne che bene. Emblematico, per un confronto tra i 2, era il rapporto con l’altro sesso. Nicola, che ovviamente aveva molto interesse per le donne, sapeva però apprezzare anche soltanto la loro compagnia, l’apparenza di fronte agli altri di essere circondato dalla bellezza. Per Adriano, più giovane e di una generazione diversa, con un temperamento da vincente, contava molto di più la sostanza di una conquista. Tennisticamente considero Pietrangeli il più grande tennista italiano di tutti i tempi. Ovviamente anche Adriano è stato grandissimo, pur se ha condito le sue  conquiste più fulgide con un pizzico di dramma, di rocambolesco, (le 11 palle match salvate contro Warwick al primo turno a Roma e il miracoloso salvataggio contro Hutka a Parigi)

Parla di te come tennista e della tua carriera, che è sfociata anche in alcune apparizioni in Coppa Davis.
Pur essendo totalmente autodidatta, ero molto completo. Sapevo fare tutto, e piuttosto bene, quindi non mi trovavo in particolare difficoltà in nessuna parte del campo. Uno dei miei punti di forza era la mobilità. Un giorno Nastase mi disse, tra il serio e il faceto, che noi 2 eravamo… i tennisti migliori al mondo. Si riferiva alla pubblicazione di una rivista specializzata americana, che in uno studio aveva calcolato che i tennisti in effetti dotati della migliore capacità al mondo negli spostamenti eravamo io e lui. Avevo anche una buona prima di servizio e una certa lucidità di gioco. Ero infine, credo, un ottimo giocatore di doppio, che disputavo volentieri e con successo con compagni importanti: Panatta, Pietrangeli, Di Matteo, per fare dei nomi. Sono stato compagno di Panatta in moltissimi tornei, oItre alla  Coppa Davis, e si può dire che abbia passato il testimone a Bertolucci. Il mio problema era una grandissima emotività, che a volte mi faceva perdere tutte le mie qualità e mi gettava in un buio profondo durante i match. Che avessi buone doti si può vedere dai  numerosi successi che sono riuscito a conseguire in singoli incontri. In Svizzera, dove giocavo spesso, mi era capitato di giungere al terzo turno a Gstaad, battendo il forte Sturdza e Ray Moore, prima di piegarmi a quell’antipatico di Tom Okker. Lo spocchioso olandese era sotto 41 nel primo set e aveva sottolineato quasi ogni mio punto con smorfie di disgusto. Come purtroppo spesso mi capitava (e poi bisogna ammettere che Okker era pur sempre molto bravo), ho perso concentrazione e, complice una crescita del suo gioco, ho perso 75 64.  Al mio massimo livello valevo intorno alla 30a posizione mondiale, anche se allora era difficile stilare classifiche precise. Quelle ufficiali esistevano quando mi sono ritirato: ero intorno alla 90a posizione, ma avevo 37 anni! La mia attività era essenzialmente associata alla terra e alla bella stagione, poiché la terra era l’unica superficie a noi conosciuta e campi coperti non ce n’erano. Per me quindi erano molto più importanti, per fare un esempio, Roma e il Roland Garros di Wimbledon. Proprio a Parigi nel 1970 ho ottenuto quello che considero il miglior risultato della mia carriera: avevo superato i turni di qualificazione e sono riuscito a passare 2 turni del tabellone principale, piegandomi solo al terzo turno in 4 set al grande Roy Emerson. Si tenga conto che allora anche le qualificazioni si disputavano al meglio dei 5 set e non c’era ancora il tie break. IL RG non è stato il solo Slam cui ho partecipato, naturalmente. Un episodio che ricordo volentieri riguarda gli Australian Open. Anche in quella occasione avevo passato le qualificazioni ed ero al secondo turno, quando il tabellone mi aveva opposto a Rod Laver che, manco a dirlo, vinse il torneo. Per dire l’atmosfera che c’era tra i giocatori, Laver si rivolse a me prima dell’incontro nel tunnel che portava al campo. Mi parlò in inglese e non capii molto, ma abbastanza per rendermi conto che, nonostante stessimo per incontrarci, mi stava dando il benvenuto, visto che era la prima volta che mi vedeva e mi stava incoraggiando prima di affacciarci sul centrale. Persi l’incontro ma Laver mi diede una grande soddisfazione, perché mi chiese di allenarlo per i restanti giorni dello Slam e lo fece davanti ai miei compagni e connazionali. Aderii naturalmente con entusiasmo… Se devo mettere un ricordo sopra gli altri, metto però la Coppa Davis e le Olimpiadi. In Coppa Davis, (dove contava l’onore, perchè non ci davano neppure le racchette) ho giocato contro la Bulgaria (chi ricorda i fratelli Pampulov?), la Jugoslavia, che ci rubò letteralmente l’incontro di doppio (ma allora in Davis era così, con gli arbitri locali) e la Cecoslovacchia di Kodes. L’incontro con questi ultimi è quello che suscita i miei maggiori rimpianti. Capitano Sirola. Nella giornata d’esordio avevo perso 64 al quinto set con Kodes, mentre Panatta aveva battuto Kukal. Non avrei dovuto giocare il doppio, ma Panatta mi chiamò a mezzanotte, dicendo che preferiva giocare con me che con Marzano, detto “il barone”, napoletano geniale, ma molto, molto imprevedibile. Giocammo e vincemmo. A questo punto mi toccava il singolare contro Kukal, cruciale dato che il punto di Adriano contro Kodes era a rischio (e infatti perse). Avevo vinto il primo set 97 e Kukal fu colto da crampi quando eravamo sul 65 per lui nel secondo. Stavo giocando bene e consideravo l’incontro alla mia portata. Per regolamento a Kukal sarebbero spettati pochi minuti: Sirola decise invece di dargli tutto il tempo e Kukal ricomparse dopo 20’! Persi 97 al quarto anche perché io ero un istintivo e la peggior cosa era per me avere il tempo di pensare e rendermi conto della situazione. Non l’ho mai perdonata ad Orlando. Le Olimpiadi sono per me un’esperienza indimenticabile. Ho giocato a Città del Messico nel 1968 e fui un po’ sfortunato, perché in altura durante il singolo contro un messicano non particolarmente forte cominciai a perdere sangue dal naso e finii con il perdere al terzo. L’ambiente, così speciale, e l’emozione di rappresentare il Paese in quel contesto rimangono comunque un ricordo indelebile.

Nella tua lunga carriera hai dovuto affrontare il passaggio dal tennis con le racchette di legno a quello con le prime racchette “di metallo”. Come ti sei trovato?
Malissimo in  verità. Non ci ho capito niente da subito. Quando mi sono reso conto che con le mie adorate Maxima non mi sarebbe proprio più stato possibile giocare, ho provato di tutto: le Spalding, delle racchette con un’improbabile nome da marca di motocicletta (Yamaha) e per finire, su consiglio di Adriano, mi sono adattato alle Wip. Con quell’attrezzo il mio tennis era diverso, involuto. Comunque, per mia fortuna, ero in fine di carriera. La decisione di smettere è giunta un giorno in cui, disputando a Padova un torneo poi vinto, mentre giocavo uno spettatore mi aveva apostrofato chiamandomi nonno e invitandomi a fare largo ai giovani. Entrato negli spogliatoi mi ero guardato allo specchio e avevo visto effettivamente il viso di quello che mi sembrava un vecchio. Quel giorno, a 38 anni, ho capito che era il momento di smettere.

Cosa dici della tua esperienza come allenatore e quali sono i tuoi rapporti con la Federazione? Cosa pensi del tennis italiano? Sono stato per 17 anni a Latina, responsabile del tennis femminile. Ho avuto la fortuna di poter formare e seguire una generazione di forti tenniste: Grande, Ferrando,Reggi, Garrone, Garbin, Farina, Lubiani, Bentivoglio, ecc sono passate da Latina o ci si sono allenate in permanenza. Così si è potuta preparare anche la generazione di Francesca Schiavone. Sono stati anni in cui si sono ottenuti risultati importanti. Alla base di questo successo ci sono diversi fattori: la continuità, innanzitutto. Io sono rimasto tanti anni in un posto dove il turnover di allenatori era quasi imbarazzante. Io vivevo Latina e il rapporto con le ragazze quotidianamente. Per citare un caso, Sirola che mi aveva preceduto veniva a Latina due volte la settimana. Difficilmente si sarebbe potuto ottenere risultati in questo modo, al di là del modo di fare obiettivamente un po’ ruvido di Orlando, non particolarmente adatto alle ragazze. Il tennis femminile era stato fino a quel momento decisamente negletto rispetto a quello maschile e io credo di aver contribuito a dargli un risalto differente. Un secondo fattore era a mio parere l’approccio verso il tennis femminile e le ragazze. Il mio punto di riferimento a questo proposito è stato l’esempio di Belardinelli, che aveva allenato me e la generazione dei Panatta e Bertolucci. Prima ancora che un  tecnico in senso stretto, Mario Belardinelli era uno psicologo e un formatore. Ha contribuito in modo determinante a fare di me un uomo, a farmi maturare. Agonisticamente, inoltre, aveva il pregio di farti sentire forte, di infonderti sicurezza sottolineando i tuoi pregi, piuttosto che mettendo l’accento sui tuoi difetti. Ho voluto seguire questo insegnamento e cercare di capire le ragazze umanamente, prima ancora che tecnicamente. Personalmente, credo che la componente umana nel lavoro di un allenatore sia fondamentale. Io vado d’accordo più o meno con tutti e cerco di avere un approccio “empatico” verso le persone. Senza di questo i rischi di non riuscire aumentano considerevolmente. Per fare un esempio, e senza che questo suoni critico verso di lui, tra i tennisti della mia generazione quello con il carattere un po’ più distante, un po’ meno aperto verso gli altri è Corrado Barazzutti, con il quale peraltro io – a differenza di qualcun altro – ho un rapporto normale. Corrado ha avviato in passato a Latina un college e un circolo a Pomezia, ma mi risulta che entrambe le iniziative non abbiano avuto seguito e forse dietro c`è la sua indole. Io non trascuro naturalmente l’aspetto tecnico: le tenniste devono oggi sempre più avviarsi verso un gioco piatto, per stare alla pari con le competitors internazionali, ma sento ancora troppo spesso in giro un invito alle rotazioni e, perché no, a tenere la palla ben alta sopra la rete come mezzo e tattica per diminuire gli errori e non prendere rischi, con la conseguenza di tarpare le ali anche a tenniste dotate. La mia preoccupazione per il futuro del tennis femminile è grande: non vedo il necessario ricambio generazionale. D’altronde, una Latina non c`è più. Mi spiacque molto quando io (e di Maso) dovemmo lasciare, per nessun altra ragione che un cambiamento a livello dirigenziale. Trascinammo l’esperienza ancora per qualche tempo, perché Vittorio Magnelli, il mio successore, si scoprì a quel tempo molto malato, (oggi per fortuna ben ristabilito), ma poi ci ritirammo. Il paradosso è che, anche se io non ho mai litigato con la Federazione Italiana, (ho dovuto recuperare per le vie legali quanto mi spettava, ma non mi sono mai profilato come un oppositore a prescindere da questo episodio), apparentemente sono estraneo alla nuova gestione. Come altri campioni della mia generazione (Reggi, Panatta, che almeno però erano fieri oppositori) non sono stato invitato ai festeggiamenti del centenario della Federazione. Sinceramente, la cosa mi è dispiaciuta molto. Questa storia ha portato con sé qualche strascico: per anni non ho pensato di riprendere il mio mestiere. Ho collaborato più volte con l’organizzazione degli Internazionali di Roma, ma non ho allenato. Ora me ne è tornata la voglia: alleno Diletta Mancinelli, una bimba di 10 anni che intendo portare a diventare da grande una tennista. Lo farò seguendo la mia filosofia, sfruttando le esperienze maturate e ragionando con una testa diversa, mi si consenta, da quella che troppo spesso pensa in Italia. Forse perché nelle mie vene scorre anche sangue straniero, (mio padre è un soldato americano morto in Italia alla fine della guerra), vorrei discostarmi dal nostro abituale provincialismo e, per fare un esempio, aprirmi alla collaborazione con altri tecnici, cosa che da noi è un vero e proprio tabù. Quanto al tennis italiano, per chiudere con una nota ottimistica, la speranza di un nuovo eroe c`è ed è a mio parere Quinzi. So che lo dicono in molti e che non lo scopro io, ma vorrei dire che il mio pronostico, sì, non un semplice auspicio, non si basa sul suo tennis o sui suoi risultati, pur significativi, ma sulla maturità che ho letto nelle sue parole, su come questo ragazzo così giovane mi sembra interpreti lo sport nei suoi comportamenti anche fuori dal campo. Forse la lunga attesa degli appassionati italiani sta per terminare.

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