Davide Scala, da Henman ai sogni da coach…

di - 19 giugno 2012


(Davide Scala e il Prof. Salvatore Buzzelli)

di Gianfilippo Maiga

Davide Scala porta con sé il rimpianto di un’incompiuta: una carriera che non ha prodotto i frutti sperati. Questa volta però non c’entrano gravi infortuni, o una testa poco “da tennis” o dei limiti tecnici evidenti. Entra in gioco uno di quegli aspetti imponderabili che costituiscono una delle tante insidie del tennis, l’aver perso senza una ragione apparente il filo del proprio gioco, che aveva dato più prove di essere di prima qualità. Il risultato è che abbiamo un bravo allenatore in più, merce rara, e una mina vagante sui campi di tennis, che siano quelli degli open o quelli della serie A, che a 40 anni è meglio non incrociare.

In un’intervista a Davide Scala è d’obbligo partire dalla pagina in apparenza più gloriosa della sua carriera: l’accesso al terzo turno del torneo di Roma, (venendo dalle qualificazioni) nel 1997, dopo aver battuto un certo Tim Henman. Quel match vedeva Henman al rientro dopo un’operazione al gomito. Molti avevano attribuito a questo fatto la sua sconfitta, ma Henman dopo il primo turno (vittorioso) aveva dichiarato di non risentirne minimamente. Tu cosa ricordi di quella partita e del tuo avversario? Umanamente com’era Henman: simpatico o afflitto dalla tipica alterigia britannica?
I giocatori, in campo, conoscono la verità: in quell’occasione il match è stato vero e non condizionato da malesseri di alcun genere, come ha riconosciuto molto correttamente lo stesso Henman. A riprova di quanto dico, Henman, che di lì a poco avrebbe raggiunto i quarti a Wimbledon, veniva da un match vittorioso contro lo spagnolo Carretero: non certo un signor nessuno, dato che era reduce dalla vittoria al torneo di Amburgo. Inoltre, colgo l’occasione per dire che allora molto si parlò dell’infortunio da cui era reduce Henman, che però si era presentato al torneo guarito e con un po’ di allenamento alle spalle, e pochissimo del fatto che  io venivo a mia volta da venti giorni di inattività totale per infortunio, trascorsi alla Isokinetik di Bologna  a fare fisioterapia e senza passare un secondo con la racchetta in mano. Anzi, ricordo che avevo giocato Roma così, per provare, senza alcuna preparazione,  iscrivendomi all’ultimo alle qualificazioni: a parte Henman, nel primo turno di quali avevo esordito  battendo Kiefer, un giocatore allora emergente, ma già molto forte, (era nei primi cento), al punto da raggiungerequell’anno i quarti a Wimbledon. Il torneo di Roma era iniziato all’insegna dell’infortunio e nello stesso segno è finito: mi sono infatti nuovamente lesionato  contro Draper nell’incontro successivo al match con Henman, e questo ulteriore incidente mi è costato la partecipazione al Roland Garros quell’anno. Quanto ad Henman, ho già fatto cenno alla sua correttezza in quell’occasione, nel riconoscere la mia vittoria. Non lo conoscevo bene come invece mi capitava con altri giocatori più “latini” (spagnoli in primis), ma sembrava molto tipicamente inglese: signorile e riservato, molto amato dai suoi connazionali.

Tutti pensano all’incontro con Henman come al momento più alto da parte tua. In realtà, guardando tra le pieghe dei tuoi incontri, si può notare come nelle quali dello stesso torneo avevi regolato Kiefer con un eloquente 6/4 6/0, sempre nel `97 nel torneo di Merano avevi infilato una serie di vittorie contro Gaudenzi, Camporese e Sanguinetti , a Washington avevi battuto Patrick Mc Enroe, il fratello” meno buono”, ma certamente un signor giocatore e Kulti a Rotterdam nel `98. Al Roland Garros del `98, 1 turno di quali, avevi perso di misura al terzo contro un tal Safin, allora diciottenne, ma capace di issarsi agli ottavi, (sconfitta al quinto con Pioline), dopo aver fatto fuori Agassi e Kuerten, tanto per gradire. Più di una prestazione di livello e più di un successo di spessore, insomma:  come giudichi allora retrospettivamente la tua carriera, con un best ranking di 113?
Molto chiaramente dico che nutro più di un rimpianto. Posso asserire oggi che il mio tennis valeva più della mia classifica e che avrei potuto serenamente stazionare nei top 50. Quanto dico non è per presunzione, ma partendo dall’ osservazione che allora me la giocavo davvero con tutti. Al limite, ricercavo l’incontro con giocatori di prima fascia, proprio perché mi sentivo competitivo e ho avuto occasione di incrociare la racchetta con più di uno di loro. Nel 1997 avevo raggiunto un soddisfacente grado di maturità: ad un tennis piuttosto completo e, se mi si consente, facile avevo aggiunto finalmente, grazie al mio allenatore Coppo, un adeguata forza mentale, quella che faceva la differenza a quei livelli. Nel biennio 1997-1998, oltre ai risultati sopra indicati,  vorrei ricordare il torneo di Bournemouth (’97) in cui, per non essermi iscritto in tempo, ero partito dalle qualificazioni, e in cui avevo battuto Delaitre e il norvegese Ruud, per poi perdere da Moya, che aveva vinto il torneo. A Bologna, dove allora si giocava un ATP, ebbi la meglio sull’argentino Gumy, prima di perdere al terzo con Lapentti.  A Rotterdam , oltre che Kulti, avevo battuto l’ottimo olandese Van Lottum e poi mi ero inchinato a Rafter, n.2 del mondo, per 6-4 6-4. Non inganni il punteggio in questo caso, però. Rafter è uno dei  giocatori che in carriera mi hanno maggiormente impressionato. Non ho mai visto nessuno che, pur non sapendo colpire la palla a fondocampo, fosse in grado  poi di sorprenderti con improvvise sortite a rete, dove giocava da maestro, controllando l’incontro. In quell’occasione non ebbi mai la sensazione di poter ribaltare il risultato e portare a casa il match, nonostante gli rimanessi vicino nel punteggio. Ero più a mio agio sulla terra che sul sintetico: la mia vittoria di Washington è quindi un buon risultato, perché Patrick Mc Enroe era un eccellente giocatore. C`è poi da ricordare un risvolto divertente di quel match serale. Il campo era a stretto contatto con gli spettatori, che facevano un fracasso d’inferno. Ho poi scoperto anche perché: molti spettatori, in modo del tutto legale, avevano scommesso e il tifo era particolarmente caloroso nel momento in cui la mia vittoria si è profilata, perché le mie quote erano “interessanti”. Uno spettatore venne a fine match a stringermi la mano e a congratularsi perché, grazie a me, aveva a suo dire vinto una bella somma!    Su Merano vorrei spendere qualche parola in più. In quel torneo la sorte ci aveva giocato un tiro davvero mancino. Ho incontrato infatti, uno via l’altro, l’intera squadra di Coppa Davis, nell’imminenza delle convocazioni per l’importante incontro con la Spagna e io ero in lizza per un posto in squadra. In particolare, ero (e lo sono tuttora, intendiamoci), amico di Gaudenzi, mio corregionale. Quando non era in Austria, dove di norma risiedeva , (dato che lavorava con Muster e il coach Leitgeb), eravamo spesso partners in allenamento. Così fu anche tutta la settimana prima di Merano, per poi scoprire che eravamo l’uno contro l’altro in tabellone. Sino ad allora, su 4 incontri con Andrea ne avevo vinti 3 e potevo ben essere considerato la sua bestia nera: quella volta sembrava che il match dovesse andare secondo un copione per una volta diverso, con il sottoscritto vicinissimo alla sconfitta (più o meno 3-5 40-15 e servizio Gaudenzi), quando miracolosamente sono riuscito a ribaltare le sorti dell’incontro, vincendo 7-6 al terzo. Gaudenzi si arrabbiò talmente che se ne andò senza giocare il doppio, che avrebbe dovuto disputare con il tedesco Göllner. Sullo slancio, la stessa sorte subirono Camporese e Sanguinetti. Avrei  perso solo (al terzo) con Santopadre, ma ero snervato dai confronti precedenti, che erano stati ricchi di tensione per  le  implicazioni di cui ho parlato. Purtroppo la buona prova non mi è valsa ugualmente la convocazione per l’incontro con la Spagna. Non venni chiamato perché la scelta fu di giocare sul veloce e io ero decisamente meglio sulla terra. La decisione di giocare sul rapido contro una banda di noti terraioli come gli spagnoli si è come si sa rivelata giusta, devo ammettere, vista la perentoria vittoria azzurra. Fatta questa lunga premessa, dopo questo bel periodo mi sono “involuto”. Paradossalmente la nuova arma di cui mi ero dotato, una forza mentale e di concentrazione che non avevo ad inizio carriera, è diventato un fardello per il mio gioco, i miei colpi. Avevo guadagnato in solidità e perso in brillantezza, ma allora non me ne rendevo conto e nessuno da fuori me lo ha fatto notare: raddoppiavo allora i miei sforzi di concentrazione, ma non ritrovavo il mio gioco. A questo si devono aggiungere vari infortuni, che mi hanno tolto ritmo e frenato nella strada, difficile e lastricata per un tennista, che porta a ritrovare se stessi.

Come ci puoi descrivere il tennis a livello internazionale e in Italia in quel periodo?
A rischio di essere irriverente dico che il livello del tennis di punta dei miei tempi era superiore all’attuale. Oggi, quando inizia un torneo del Grande Slam, si sa chi vincerà: uno dei top 4. Sorprese sono molto difficili, per non dire impensabili. Per carità: la preparazione fisica attuale rende il tennis uno sport durissimo a tutti i livelli, ma per quanto riguarda il tennis di assoluta eccellenza il numero di fuoriclasse che giravano sul circuito quando giocavo io oggi non c`è. Fenomeni come quello di Roddick, che è stato numero 1 al mondo pur  con evidenti limiti tecnici, erano difficili da immaginare, perché troppa era la  concorrenza di qualità. Le personalità forti non si contavano, o i giocatori con doti molto al di sopra della media e in grado di vincere un torneo del Grande Slam. Di Rafter ho già parlato. Ricordo di aver avuto occasione a Rotterdam, auspice Sergio Palmieri, di allenarmi con Mc Enroe e Noah. Tecnicamente, almeno per quanto ho potuto constatare, fra i due c’era un abisso. Noah a momenti sembrava non sapesse giocare a tennis, ma era d’altro canto un grandissimo ginnasta, un acrobata e un forzuto capace di spezzare le catene con il petto; Mc Enroe un artista, il tipico capace di non giocare per un mese a tennis e poi ricominciare come se nulla fosse,  ma con un animo da fighter. Durante il nostro palleggio sbagliò una stop volley e spaccò la racchetta per la rabbia. Spuntarla con questi mostri era estremamente difficile. Con Safin ce l’avevo quasi fatta, al Roland Garros’98, dove arrivò agli ottavi, partendo dalle quali. Primo turno di qualificazioni con lui: ero sopra 3-2 al terzo e 15-40 per me sul suo servizio, ma vinse lui 6-4. Si può dire che quell’incontro fu il suo trampolino e di lì non si fermo più. Non lo dico io: un po’ me lo ha detto lui stesso. Dopo quell’incontro la nostra conoscenza e la stima crebbe. Eravamo amici: faceva parte del novero dei  “latini”, pur non essendolo, con cui simpatizzavo. Qualche anno fa, con me già ritirato dall’attività agonistica internazionale, venne a Bologna a farsi curare all’Isokinetik, istituto fisioterapico peraltro a me ben noto. Chiese di me per poter “fare due palle” e ci rincontrammo. Ebbene, fui lui a dirmi, (io non avrei mai osato, anzi pensavo proprio che non se lo ricordasse): ti ricordi di quel nostro incontro al Roland Garros, quando hai quasi vinto? Credo davvero che il livello di allora non sia ripetibile oggi. Federer è un fuoriclasse assoluto, un maestro e sa giocare su tutte le superfici. Eppure io penso che, terra  a parte, Sampras, per fare un nome, sulle altre superfici gli fosse superiore, (e peraltro sulla terra Sampras, che lì passa per un incapace, ha vinto Roma).

Oggi operi come coach. Dicci come sei arrivato alla decisione di allenare e come interpreti questa attività.
In realtà mi è più facile dire come sono arrivato alla decisione di smettere: è stata la nascita di un figlio che mi ha indotto, come si dice, ad appendere la racchetta (del professionista itinerante) al fatidico chiodo. Non ritrovavo il filo del mio gioco e dovevo a questo punto assumermi le responsabilità di questa scelta. Mi ha aiutato anche la circostanza, un po’ casuale, di essere vicino a Enrico Burzi, bolognese come me. Allora 2.3, sembrava indeciso sul da farsi, diviso fra un’attività “domestica” e una internazionale. Avevo voglia di mettere a disposizione le mie competenze e di trarre profitto delle mie esperienze e credo che l’operazione sia stata di successo, visto che Enrico ha intrapreso la carriera tardissimo ( a 24 anni) ed in poco tempo ha raggiunto un ranking al di sopra della 300esima posizione. Oggi, a 31 anni ha raggiunto il suo best ranking (250) ed è ancora pieno di voglia di crescere: porta forse con sé qualche rimpianto, non solo perché ha cominciato tardi, ma anche perché in sette anni gli infortuni lo hanno veramente perseguitato, impedendogli di fatto per molte stagioni di effettuare un’adeguata preparazione. A mia volta, nel seguirlo, ho dovuto limitare le occasioni di accompagnamento per la necessità di disporre di un reddito stabile e adeguato al mantenimento di una famiglia. Sto comunque cercando di creare una struttura, che vedo crescere con grande soddisfazione. Opero al Centro Pallavicini, di Bologna, che è un centro sportivo e non un circolo, ha 3 campi e una grande palestra. Lavoro in modo scientifico e integrato, e insisto su questo aspetto, con il preparatore atletico, il noto prof. Buzzelli (inventore del Senso Buzz, n.d.r.) , volendo con questo significare che gli esercizi che si fanno fuori dal campo sono immediatamente funzionali al lavoro che si fa in campo, come in fondo se si fosse sempre sul campo stesso. Questo modo di lavorare paga, e non solo in termini di risultati tennistici: ora seguiamo Manuel Righi, un diciottenne promettente, che in pochi mesi da 2.7 ha raggiunto i punti di 2.4, una ragazza under 16 e un ragazzo under 14, ma la voce si sta diffondendo e periodicamente vengono da noi ragazzi e ragazze da altre città d’Italia per periodi di stage, incuriositi da questo approccio.

Cosa pensi del movimento tennistico italiano?quali pensi siano le differenze fra l’allenarsi in Italia per un professionista e, per esempio, altre realtà oggi conclamate, come la Spagna, dove molti tennisti italiani si recano?
In generale in Italia le competenze non sono così diffuse e sfruttate. Anzi, se devo dire, c`è un po’ di confusione. In molti ci fregiamo dello stesso titolo di maestro, ma con esperienze e backgrounds ben diversi, anche se il diploma è lo stesso. E l’esperienza di livello non basta se no si rischia di inventarsi un mestiere. Occorre studiare, conoscere, per es., i principi della biomeccanica, proprio perché il lavoro atletico possa essere funzionale al tennis. E poi occorre un metodo, che sia patrimonio di una scuola tennistica e non il colpo di genio del singolo. Ecco perché non ci sono due italiani che giocano nello stesso modo, mentre gli spagnoli hanno un’impronta chiarissima. Per parte mia, nella speranza e nell’attesa che ciò avvenga , cerco di essere rigoroso nel coniugare qualità, scienza e intensità, tre elementi non derogabili e evito come la peste l’improvvisazione.

Sei sempre attivo tennisticamente? È passione, voglia di essere competitivo o desiderio di mantenere la forma fisica?
Oggi, se possibile, gioco meglio di una volta, specie perché ora sono libero dai miei fantasmi. Tutto quadra: lucidità tattica e  aspetti tecnici. Peccato che l’anagrafe sia spietata. Ma non poi così tanto. Se si pensa che non posso allenarmi molto, ma riesco ancora a quarant’anni a disputare competitivamente una serie A (con il Rovereto) e qualche open (recentemente ho battuto in una finale Marrai, 25 anni e 300 al mondo), non mi posso proprio lamentare….

Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Senz’altro, in primis, quello di essere un coach itinerante. Enrico vorrebbe avermi sempre al suo fianco e io ci andrei molto volentieri. Poiché oggi questo mi è solo parzialmente possibile, il mio sogno è che la reputazione della mia struttura continui a diffondersi, così come sta già accadendo, e cresca al punto di permettermi di fondare una mia Accademia, in  grado di aiutare i giovani a prepararsi e ad affrontare il professionismo

© riproduzione riservata

45 commenti

  1. Andrea Capponi

    Una delle migliori interviste da me lette,tutti gli sport compresi,nonostante fosse lunga avrei preferito che fosse lunghissima.Spero di vederlo seguire qualche pro in un prossimo futuro

  2. cataflic

    mi ricordo Davide dal vivo e nel suo momento buono in effetti avrebbe potuto togliersi qualche soddisfazione in più.
    Comunque spero che anche lui possa costruire una struttura che aiuti i tanti talenti vaganti a crescere come dei veri professionisti.

  3. Agatone

    Alcune affermazioni sono forse un po’ opinabili. Che vent’anni fa fossero tutti così più forti mi sembra poco credibile, sembra quasi un modo per riabilitare se stessi. Però magari mi sbaglio io

  4. La più grande soddisfazione per un allenatore è vedere che al di là dell’ottenimento di risultati, sia stato capace di far germogliare in un suo allievo la stessa passione che lo ha animato nel suo percorso sportivo e nel raggiungimento dei suoi obiettivi professionali.
    Per me, con Davide è andata così e ne sono orgoglioso.
    La mia vera carriera di preparatore atletico è iniziata nell’82 proprio con lui appena decenne ed è stata la mia prima sfida nel mondo del tennis in cui la preparazione fisica non era ancora contemplata come per fortuna avviene oggi: nessuno credeva in Davide, e quasi ero irriso per quel mio ostinato piglio e dedizione nei suoi confronti. Con lui ho provato, sperimentato e consolidato metodi di lavoro, diciamo che è stata la mia cavia, ma alla fine mi ha ripagato con grandissime soddisfazioni, non ultima quella di essere attualmente al mio fianco nel progetto che ho fortemente voluto, del “Centro Tecnico per l’Allenamento Ottimale” a Bologna, nello splendido contesto di Villa Pallavicini.
    Di Davide ho sempre apprezzato l’allegria del suo carattere, l’umiltà e lo spirito di abnegazione al lavoro, cosa che continua a contraddistinguere il suo operato. La stessa mia passione la rivedo in lui quando allena, attento ai particolari e curioso nei riguardi degli approcci possibili, sempre pronto a confrontarsi con me su argomenti scientifici o ad ascoltare un mio intervento tecnico da cui spesso scaturiscono nuove idee metodologiche. Anche grazie a questa sua sete di approfondimento e la capacità di mettersi in discussione per voler dare un’impronta tecnica significativa ed efficace al suo lavoro di Maestro di Tennis, stiamo tirando su con notevole soddisfazione i nostri allievi, a partire da Enrico Burzi (250 ATP) fino a Manuel Righi, uno dei migliori U18 italiani .
    Mi auguro per Davide una carriera sfavillante da Coach Internazionale, tassello questo che completerebbe il suo percorso professionale e ripagherebbe le sue grandi qualità tecniche ed umane.

  5. Lucabigon

    Ma Righi non gioca tornei ITF e ha 18 anni suonati…è davvero uno dei migliori U18 italiani?

  6. oliver

    L’ho visto “mangiarsi” Di Giovanni (2.3) 61 61, Bianchini (2.3) 61 62, Serena (2.3) 46 62 61, perdere da Simoni (2.1) 75 al terzo dopo 3h e 40min, atleticamente so che e’ di un’altra categoria, ma frequenta la scuola statale ed e’ appena stato promosso in quinta superiore con quasi la media dell’8, si allena solo 2 ore e mezza al giorno.5 giorni a settimana e come dice una persona a lui molto vicino… “La strada e’ lunga e il paradiso puo’ attendere” . Del resto quelli della fit per lui non hanno tirato fuori neanche un ghello nonostante sia 2.4 come quelli sponsorizza e che gia’ fanno i professionisti.

  7. pibla

    Ottima intervista, sempre seguito con interesse Scala, in bocca al lupo per la nuova carriera!

  8. darione

    Questo Scala l’ho visto giocare, un buon giocatore, sicuramente ha raccoto meno di quanto seminato, purtroppo anche questo è il tennis. Mi piace la sua personalità, magari certi giocatori italiani ce l’avessero……

  9. Monet

    la personalità che dici ce l’ha a 40 anni,l’avesse avuta a 20 sarebbe entrato nei 100………

  10. pulsatilla

    Davide Scala,
    se ci leggi, ci puoi gentilmente spiegare quanto ha inciso Coppo sulla maturazione della tua “forza mentale” e come ha fatto?

    grazie

  11. gianfilippo maiga

    @ pulsatilla

    proverò a informare davide. in questi giorni lavora sul campo a bologna e la sera va a pinarella dai suoi, dove non ha il pc. nell’intervista però, se posso dare io qualche ragguaglio, ha proprio insistito sul fatto che la forza mentale, la capacità di concentrazione in primis ma anche di essere meno tesi in certi momenti siano stati il maggior valore aggiunto datogli dalla esperienza con coppo. se ho inteso bene, però, d’altro canto proprio questa tensione costante verso una maggiore applicazione e concentrazione, a giudizio di davide, sono se non all’origine, quanto meno parallele a una sua involuzione nel gioco, della quale lui non è stato consapevole e di cui nessuno da fuori lo ha informato. effettivamente questo mi sembra un’esperienza importante da approfondire. gli chiederò di intervenire direttamente

  12. Olivia

    Davide é un gande coach; é in grado di trasmettere carica e motivazione. Ha un’ottima conoscenza in campo tecnico, ma soprattutto in campo psicologico. Quando parlo con lui mi sento pienamente capita; grazie alla sua esperienza di giocatore coglie al volo le mie problematiche ed é in grado di aiutarmi a focalizzare il problema dove forse io da sola non riuscirei.

    Grazie Davide!

  13. Paolo Benelli

    “Molto chiaramente dico che nutro più di un rimpianto.”

    … a 14 anni giocava splendidamente sulla riga di fondo, dopo Riano giocava splendidamente a 2 metri dalla riga di fondo…

  14. skeil

    rispondo a pulsatilla…
    come tu puoi immaginare l’aspetto mentale e’ fondamentale a livello professionistico ma ti garantisco che lo è a tutti i livelli…nel mio caso ti posso dire che per me è stato importante Coppo perchè mi ha insegnato a gestire i pensieri,cosa significa essere concentrati e in che modo soprattutto ci si concentra…prima di allora la parola concentrazione era per me un concetto astratto ,me la sentivo pronunciare ma come si raggiungesse e cosa in pratica significasse credo di non averlo mai saputo…questo e’ stato un passo fondamentale per me,ho capito che solo essendo puliti mentalmente possiamo essere coinvolti al 100% in ciò che stiamo facendo e rendere in campo per quello che è il nostro valore oggettivo….

  15. skeil

    Agatone…
    noi non ci conosciamo ma ti garantisco che non ho nessuna necessità di riabilitarmi anche perche’ sinceramente nn saprei agli occhi di chi in fin dei conti lo dovrei fare…. è mia opinione che nn ci sia modo migliore per me di riabilitarmi che stando a contatto,lavorando e confrontandomi giorno dopo giorno con i miei allievi…detto questo il mio ero un personalissimo parere e assolutamente discutibile ma derivante da un semplice pensiero….oggi durante un grande slam salvo rarissime eccezioni tipo infortuni sappiamo che il torneo lo vincerà uno dei magnifici tre….vent’anni fa ti faccio qualche nome c’erano oltre a sampras il miglior agassi,becker,edberg,courier,stich,ivanisevic,muster,rafter ,bruguera,corretja,costa,korda,moya e potrei andare avanti…..quindi i risultati di sampras a mio modo di vedere hanno un peso specifico un po’ diverso,tutto qui…cio’ nn toglie che federer sia un fenomeno ma a mio parere i suoi fantastici record sono anche figli di un periodo di cambio della guardia,dubito che coi giocatori di vent’anni fa hewitt o roddick sarebbero arrivati a numero uno….

  16. skeil

    caro Monet…
    non e’ sempre tutto proprio come appare certo è che l’esperienza per chi la sa sfruttare è un bene prezioso…bisognerebbe nascere gia vecchi:-)…..

  17. Maurizio

    “prima di allora la parola concentrazione era per me un concetto astratto ,me la sentivo pronunciare ma come si raggiungesse e cosa in pratica significasse credo di non averlo mai saputo…”

    Ai ragazzi non bisognerebbe mai parlare di concentrazione, è una parola molto generica, un miraggio irraggiungibile, è più corretto parlare di attenzione, che è il passaggio appena precedente, mediante questo arriva in automatico la concentrazione.

  18. pulsatilla

    Skeil,
    sono completamente d’accordo con te.
    Prima di te, da qualche altra “vecchia gloria” avevo già sentito dire che Coppo aveva cambiato il suo “sistema mentale”. Hai voglia di raccontarci qualcosa sul suo metodo?
    penso che farà parte del tuo bagaglio culturale, per noi genitori è importante sapere che esiste un maestro capace di lavorare sul mentale con grande efficacia.
    auguri per la tua attività e grazie

  19. Agatone

    Grazie della risposta! Sono un semplice appassionato e sui siti tennistici le discussione sull’omologazione delle superfici e del gioco dei campioni e sul più forte di sempre etc, insomma tipici discorsi da bar dello sport vanno avanti da anni. Che un protagonista abbia un’idea così precisa è interessante. Potrei ribattere che Nadal a Bruguera, Corretja, Costa e Muster secondo me se li mangia a colazione o che Federer a vent’anni ha battuto Sampras a Wimbledon, lo stesso Sampras che l’anno dopo ha vinto il suo ultimo UsOpen. Però insomma, si potrebbe andare avanti a discutere all’infinito. Certo è che fino a dieci anni fa la diversità di stile dei giocatori rendeva il tennis più bello da vedere. E io rimpiango i grandi volleatori e vedere sei ore di Nadal-Djokovic in Australia proprio non ce l’ho fatta….

  20. Antonio Russo

    Ho girato mezzo mondo, cercando di capire i vari metodi di allenamenti e tra le esperienze tennistiche, che sono riuscito a proporre a mia figlia, ho avuto l’opportunità vivere 5 giorni con Davide Scala e il prof. Buzzelli presso il Centro Tecnico per l’allenamento ottimale di Bologna. Vi assicuro che dietro ogni seduta di allenamento C’E’ UN PROGETTO che viene proposto con la giusta dialettica a secondo della specifiche dell’allievo. Vengono proposte anche momenti di competizione che successivamente vengono analizzati. La mente nel tennis è fondamentale e si evolve secondo ciò’ che gli viene proposto. Molte volte, IN ALTRE SEDI viene proposto poco o niente, i ragazzi o sono dei FENOMENI o vanno allo sbaraglio, e poi arrivano errori nei momenti importanti e su palle che apparentemente sono semplici. Dietro ogni successo, anche il più piccolo, c’e’ sempre LAVORO E UN PROGETTO SERIO, a 360° TECNICO, FISICO e MENTALE. A BOLOGNA c’e’ una OPPORTUNITA CERTA.

  21. Frisella

    Caro monet….
    Non credo si tratti di personalità maturata a 40 anni…e mi viene in mente un esempio per razionalizzare quello che penso…Davide i quarti a Roma gli ha giocati con uno stiramento,e sai perché??? Perche voleva vincerlo quel match!!!anche con una gamba sola..non è personalità questa?altri giocatori invece,sono addirittura, arrivati ai quarti di tornei ancor piu prestigiosi e hanno dato forfait!!!
    Posso assicurarti che C’è dell’altro…e forse lo sai meglio di me…
    Credo che la carriera di Davide sia stata inficiata da problemi fisici che sicuramente hanno influenzato anche le scelte successive.
    La cosa più amara è che queste dinamiche sono accadute quando iniziava a giocare il suo miglior tennis e aveva iniziato la ‘scalata’ al ranking ATP….sono sicuro che come coach ha un futuro ricco di soddisfazioni…

  22. Frisella

    Caro monet….
    Non credo si tratti di personalità maturata a 40 anni.Davide i quarti a Roma gli ha giocati con uno stiramento,e sai perché??? Perche voleva vincerlo quel match!!!anche con una gamba sola..non è personalità questa?altri giocatori invece,sono addirittura, arrivati ai quarti di tornei ancor piu prestigiosi e hanno dato forfait!!!
    Posso assicurarti che C’è dell’altro…e forse lo sai meglio di me…
    Credo che la carriera di Davide sia stata inficiata da problemi fisici che sicuramente hanno influenzato anche le scelte successive.
    La cosa più amara è che queste dinamiIche sono accadute quando iniziava a giocare il suo miglior tennis e aveva iniziato la ‘scalata’ al ranking ATP….sono sicuro che come coach ha un futuro ricco di soddisfazioni…

  23. Alessandro Nizegorodcew

    @Frisella
    Fognini, perché è di lui che stai parlando, si è fatto male durante il match e l’ha concluso vincendolo. Poi è stato fermo 40 giorni (quindi si era fatto piuttosto male muscolarmente), nessuno al mondo avrebbe potuto giocare .. Un conto è a caldo un conto a freddo dopo due giorni.. Lungi da me mettermi a fare l’avvocato difensore di Fognini, però in questo caso il tuo commento è, credo, piuttosto fuori luogo

  24. Monet

    frisella caro..
    se sapessi quanti match ha giocato mio figlio che non doveva giocare….riguardo agli infortuni,2 rotture di polso,1 menisco in davis,quello dell anno scorso a RG,quello a fine anno frattura del piede e fascite plantare….possono bastare,sai pechè la lista non è finita,oltre a questi seri ,ci sono poi quelli più leggeri,ma per non farlo giocare contro dioko,l0anno scorso abbiamo dovuto legarlo…….

  25. pulsatilla

    Chi arriva a certi livelli la personalità ce la deve avere per forza.
    Il punto non è se ne abbia più Fabio o più Davide.
    Il post 16 spiega molte cose.
    Gestire i pensieri.
    Cosa significa?
    Per Davide è stato importante?
    Se lo è stato, allora è stato determinante il suo incontro con Coppo all’epoca.
    E in tal caso si torna sempre al solito punto: bisogna avere sempre la fortuna di incontrare la persona giusta, sennò puoi avere talento, fisico etc..ma non si va lo stesso da nessuna parte.

  26. Monet

    sia chiara una cosa,odio i confronti con fabio qualora io scriva qualsiasi cosa ,facendo cosi credo scriverò sempre meno. a me piace discutere di qualsiasi cosa,ma se ogni volta che scrivo vengo attaccato su mio figlio…passo e chiudo!!
    fulvio

  27. Maurizio

    Monet, lo sai bene che non è così, purtroppo succede ma è un caso raro. Hai iniziato a scrivere che Fabio non era ancora nei 100, ci sono state tante discussioni ma nel 98% dei casi ti abbiamo considerato come uno di noi e non come il padre di Fabio, anche se questo fatto ti dà certamente autorevolezza.

  28. Frisella

    Quello che intendevo dire era proprio quello che dice pulsatilla…’chi arriva a certi livelli la personalità ce la deve avere per forza’…e non la si può dubitare,caro monet!!!
    Mi spiace che l’abbia presa come qualcosa di personale,ti assicuro che non era il mio obbiettivo e non volevo fare confronti…Fabio è un grande tennista e continuerà a far bene…sono sicuro!!
    Quello che cercavo di spiegare nella mia risposta è che ci sono tanti fattori che possono influenzare le prestazioni e la carriera di un professionista,basta poco a rallentare ‘una macchina’ che deve sempre essere perfetta…ma la personalità è la struttura portante di un giocatore….

    In bocca al lupo per Fabio a cui auguro i migliori successi.

  29. Monet

    no problem frisella,sai sull’argomento del RG 2011 nella tua stessa maniera si era espresso un creto braccobaldo,non vorrei che sotto smentite spoglie,si celasse il suo…clone!!

  30. Agatone

    Però dall’intervista viene fuori una cosa diversa che non mi pare celebri il lavoro sulla psicologia nel tennis, anzi, invece mi pare una critica all’eccessiva razionalizazione, che impediva la creatività. Cioè, fino a un certo punto giocava in modo brillante ma senza grande saldezza mentale e poi è arrivata la saldezza mentale ma il gioco invece di migliorare è peggiorato

  31. Enrico Burzi

    Grande merito a Davide e al prof.Buzzelli per i risultati raggiunti in cosi breve tempo e consolidato negli anni. Di staff cosi’ qualificati e competenti per quello che conosco e mi raccontano, in Italia non se ne trovano facilmente. Peccato per me non aver iniziato prima, ma sono certo che aver incontrato insieme la loro professionalita’ e grande passione, e’ stata una bella fortuna. Tralasciando il prof Buzzelli che di certo non ha bisogno dei miei elogi per essere presentato , vorrei spendere due parole sinncere su Davide Scala, magari più’ famoso come ex giocatore di buon livello internazionale, ma ancora sconosciuto ai più’ come coach. La sua sensibilita’ umana e la sua estrema competenza dovuta anche alla sua grande esperenza ne fanno un GRANDE COACH a 360 gradi. Davide e’ sempre in empatia con i suoi allievi ed e’ sempre capace di trovare le soluzioni tecniche adeguate alle loro necessita’. Il suo metodo e’ efficace e’ so che nulla e’ lasciato all’improvvisazione. Studia e approfondisce culturalmente le metodologie di allenamento e spesso lo vedo confrontarsi e discutere costruttivamente col Prof. ed i risultati di questo lavoro in concerto si sono resi evidenti immediatamente non solo con me . Mi auguro che possa avere più’ tempo per seguirmi anche nei tornei’ la sua presenza mi aiuta, e comunque mi auguro che anche altri giocatori di buone speranze si rivolgano a lui per crescere nella loro carriera.

  32. Sono d’accordo con Monet.
    Sono arciconvinto che Fabio avrebbe giocato contro Djoko anche zoppicando e consapevole che non sarebbe stata la cosa giusta. Quando arrivi a certi livelli sei comunque un cavallo di razza, e i cavalli di razza si nutrono di competitività e di confronto. Forse alcuni atteggiamenti un po’ “scazzati” di Fabio a volte fanno credere che non ce la metta tutta…niente di più sbagliato! Ognuno ha il proprio carattere e il proprio modo di esternare le emozioni. Alcuni sono più “funzionali”, altri meno, ma questo lo sanno bene anche Fabio e il padre, che secondo me a volte lo strangolerebbe il suo figliolo 🙂
    Il mio sport era diverso: non ero io a poter scegliere se gareggiare o meno, e se il centro medico non rilasciava il nulla osta non c’era un cazzo da fare! Una volta ho ribaltato una scrivania, per un’autorizzazione negata…pur sapendo che le regole son regole e che non sarei mai stato in grado di gareggiare in sicurezza. Non credo esista un atleta di alto livello al mondo che rinunci ad una competizione a cuor leggero…

  33. Alessandro Nizegorodcew

    Grazie Enrico per il commento e in bocca al lupo per la seconda parte del 2012.. speriamo di poter tifare per te a New York!

  34. skeil

    …..in realta’ nn intendevo far passare il concetto che la forza mentale limiti la creatività,nel modo più assoluto…anzi,è stato proprio per la grande importanza che le ho riconosciuto che sono inconsciamente involuto non prestando la dovuta importanza agli aspetti tecnicii….per diventare un giocatore completo e duraturo,nn una meteora,bisogna curare sempre simultaneamente tutti gli aspetti senza tralasciarne nessuno….mentale,tecnico,tattico strategico e fisico

  35. skeil

    ciao pulsatilla….
    il sistema mentale nn è poi così complicato una volta accettati i suoi meccanismi…parti dal presupposto che se pensi ad una cosa nn puoi pensarne un’altra,in questo caso la tua attenzione è rivolta a cio’ che hai scelto…ma è anche vero che talvolta indipendentemente dalla nostra volonta’ subentrano dei pensieri che ci distolgono da ciò che stiamo facendo e ne condizionano la prestazione…. il giocatore forte di mente nn è quello che nn ha mai questi tipi di chiamiamoli vuoti,ma quello che ci impiega minor tempo a ripristinare la situazione attentiva ottimale…questo è il concetto,per quanto riguarda il metodo per raggiungerla e altri aspetti il discorso è interessante ma diventerebbe lungo…….

  36. il bomber

    L’intervista a Davide Scala e’ sicuramente una delle piu’ belle e complete che abbia mai letto . Ora bisogna anche celebrare la capacita’ di Davide come insegnante di tennis perche’ lo vedo lavorare praticamente quotidianamente e posso dire che oltre alla passione per questo sport abbina anche delle capacita’ non indifferenti.Non lavora con l’orologio come fanno molti allenatori di circoli o accademie (come fossero impiegati statali, tanto lo stipendio lo prendono lo stesso)ma non esce dal campo finche’ quello su cui sta’ lavorando non e’ ben chiaro all’atleta con una professionalita’ incredibile e comunque con la competenza di chi e’ stato un pro di ottimo livello. In piu’ aggiungiamo il valore aggiunto in piu’ del Prof. Buzzelli vero n.1 dei preparatori atletici d’Italia

  37. Pulsatilla,
    ma vuoi avere sempre la pappa bella e pronta!!!!! Nella pubblicazione ci sono 22 pagine dedicate alla concentrazione!!! Se avessi voglia di documentarti un po potresti toglierti lo sfizio di sapere cosa si intende per attenzione, concentrazione e focus, la differenza tra i giocatori a concentrazione associata e quella dissociata, i diversi tipi di concentrazione, interna ed esterna, ampia e stretta, attiva e passiva, la legge del 7 piu’ o meno 2, lo stimolo di orientamento etc………

  38. Skeil,
    la creativita’ e’ uno dei punti di maggior rilievo della forza mentale perche’ attraverso di essa si crea il riequilibrio della dominanza degli emisferi, necessaria al funzionamento ottimale del loop cibernetico cervello-corpo.

  39. Domenico

    Dall’intervista si capisce bene la carriera tennistica da professionista di Davide.
    Ci tengo ad evidenziare la sua dote di Maestro e quando dico Maestro mi riferisco alla sua naturale capacità di trasmettere in maniera facile ed immediata concetti tecnici, schemi tattici, aspetti mentali.
    A Bologna c’è veramente una coppia di professionisti micidiale: il Prof Salvatore Buzzelli ha dedicato la sua vita alla preparazione fisica specifica per il tennis ed è veramente “super”.
    Davide è veramente nato per insegnare, è il Maestro che fa veramente la differenza.
    Ho già portato mio figlio diverse volte a Bologna.
    Sono veramente felice di aver trovato un “Porto sicuro” dove ormeggiare saldamente per il futuro la mia per adesso “piccola nave”

  40. Jimmy Connors

    Beh a questo punto lasciatemi dire due cosine:Davide Scala e’ stato un buon giocatore (dico solamente buono perche’ allora se parliamo di Cane’ e Camporese,cosa dobbiamo dire?)che sicuramente ha “speso” molto piu’ di quello che ha raccolto,ma ci ha provato e qualche risultato lo ha anche ottenuto.Questo per quanto riguarda l’aspetto agonistico individuale,o meglio ancora il suo saldo agonistico.Per quanto riguarda invece l’aspetto professionale della sua nuova avventura da coach devo dire che ne sento parlare solamente bene,e la presenza nello staff di Buazzelli e’ una assoluta garanzia.Non mi voglio dilungare,ma Davide mi dicono essere veramente bravo e serio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *