ATP Challenger San Benedetto del Tronto, trionfo per Matteo Berrettini

di - 24 luglio 2017
Matteo Berrettini, foto Adelchi Fioriti

Il tennis non è meno fisico del rugby, non è meno muscolare della pallanuoto, non è meno diretta del pugilato, non è meno intelligente della vela, né meno geniale degli scacchi, non è meno di nessun altro sport. Anzi, è molto di più, perché dentro c’è tutto: gambe e pancia, cuore e fegato, polpastrelli e polsi, caviglie e alluci, e poi responsabilità, coscienza di sé e del mondo circostante, strategia, coraggio e una voglia illimitata, bollente.

E Matteo Berrettini da Roma, allenato da Vincenzo Santopadre e seguito dal progetto Over 18 FIT diretto da Umberto Rianna, sta interpretando il tennis moderno in modo affascinante. Finale di San Benedetto. Un Challenger, potrebbe essere il primo Challenger vinto da Matteo. Punteggio 6-3 5-4. Manca un solo game. Nella testa del tennista mille pensieri. Adrenalina che sale e scende, incontrollabile. Ma la palla ce l’ha lui. Appena fornita dal raccattapalle. Manca un solo game. La pallina è più pesante, chiunque viva il tennis sa che subire il break ora cambierebbe il vento. L’inerzia del match. Per questo la pallina pesa ancora di più.  Ma batte Matteo. Sa che se serve a suo modo, per Djere, il suo avversario, un serbo indomabile, non c’è scampo. Deve sparare una bomba a mano, uno frustata dentro o fuori, una fucilata o deve cercare un angolo? Deve servire piatto o kick? Più opzioni ha il cervello, più può confondersi. Parte una bomba, Djere non contiene la risposta di diritto. 15-0. Respiro, fiducia, 8 rimbalzi della pallina prima di servire, e parte un’altra bomba che il serbo non controlla, stavolta di rovescio. 30-0. Ancora un’altra granata, esplode. 40-0. Un’ultima battuta come Dio comanda ed è fatta. Djere però stavolta la legge bene, risponde e Matteo tira fuori un diritto, in cui c’è tutta la tensione e una energia accumulata ed incanalata nel modo sbagliato. Ok, ancora una chance. Stesso copione. 40-30. Serve un maledetto punto. Uno solo. Una battuta dall’alto dei cieli, dal suo metro e 95 cm di altezza, e non basta un uomo di buona volontà come Djere, ma neanche un santo, per separarlo dal primo titolo. Palleggio. E’ un preliminare, un preludio, stavolta più palleggi, ben 12 per cercare la massima concentrazione. Lancia la palla con la mano sinistra, piede sinistro avanti, massimo caricamento, massima energia ed esplode. Servizio quasi vincente, Djere risponde corto, Matteo si lancia in avanti, con il diritto già aperto, già innescato, come un arco sta per scoccare la sua freccia ma… Foult! L’arbitro di sedia chiama la prima di servizio fuori, appena fuori. Era fatta. C’è da ricominciare. C’ una seconda di servizio da scegliere. Altri dubbi. I fantasmi della mente del tennista qui se la ridono, è il loro momento. Sono più forti di te, o credono di esserlo. Se ci credi anche tu sei finito. Ma se non li ascolti, se fingi di non vederli, se inganni te stesso e la tua mente, puoi farcela. Matteo questo lo sa fare. Di solito però. E adesso? Adesso che può vincere il suo primo Challenger? Non c’è tempo per pensare, più velocemente delle altre occasioni, lancia la sua palla, la seconda di servizio, è un po’ timida ma precisa, Djere risponde benino, qualche fantasma ora si è spostato nella sua testa, i due scambiano ad un ritmo medio, entrambi in apnea indotta da una tensione enorme. Entrambi però sono professionisti e sanno che il respiro è fondamentale e quindi respirano ritmicamente ancora una volta ingannando se stessi, forzandosi. Sbaglia per primo il serbo di rovescio.

E’ fatta. Una scarica elettrica percorre il corpo di Matteo, una scarica fortissima ma che dura un istante. C’è da guardare il proprio angolo, festeggiare con loro e dare la mano all’avversario. C’è un’altra scarica elettrica che percorre un altro uomo. E’ Luca, il papà, sempre sorridente, lo abbiamo visto tutta la settimana allenarsi un po’ anche lui, ci abbiamo parlato un pochino e abbiamo compreso quanti sacrifici fatti, spesso col sorriso tra le labbra, a volte con una smorfia di fatica, in tutti questi anni. C’è molto della famiglia in questo trionfo di Matteo. C’è molto di Luca, il papà, oltre che di Vincenzo Santopadre, il suo allenatore, e del progetto Over 18 Fit, a volte criticato in malafede ma osannato poi. Vedrete, qualora ci dovesse essere occasione di salire sul carro dei vincitori. E Matteo è un buon carro. E ora tutti a Cortina ma non in vacanza.

Finale

Berrettini b. [4/SE] L. Djere 6-3 6-4

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