Jannik Sinner, Simone Vagnozzi, Darren Cahill: un trio che, ormai, è diventato inseparabile agli occhi degli appassionati. Quando si pensa a uno di loro, la mente corre subito agli altri due: la rappresentazione più chiara di un legame diventato solido e iconico con il passare degli anni e il raggiungimento di grandi successi.
Intervistato da La Gazzetta dello Sport, Darren Cahill ha parlato del suo lavoro e del giocatore Jannik Sinner, lasciando però ampio spazio anche alla sua personalità fuori dal campo, descritta come ricca di interessi.
SINNER DA VICINO
“È estremamente curioso. Quando si trova in un gruppo di persone, tutti vogliono sapere qualcosa da lui, ma alla fine trova il modo di ribaltare la situazione e tempestarli di domande, che si tratti di sport o di vita, di come gestire la pressione, delle fidanzate o di qualsiasi altra cosa. Vuole imparare dalle persone che hanno vissuto esperienze che probabilmente lui vivrà in futuro. Vuole essere pronto in anticipo”.
Dopo anni trascorsi fianco a fianco nel circuito, Cahill conosce ormai a fondo anche il lato umano di Sinner: “Penso che non ci siano più sorprese dal punto di vista della personalità, perché passando tanto tempo insieme, a stretto contatto, si impara a conoscersi molto bene, pregi e difetti. Ma nessuno è perfetto… Sinner è cresciuto e maturato molto in questi anni: ora è un giovane adulto che sa gestirsi sempre meglio dentro e fuori dal campo”.
Tuttavia, c’è ancora qualcosa che lo sorprende: “Jannik ha una grande consapevolezza di sé. Sa quale sia il suo posto nel panorama del tennis e nella vita: nel tennis è importante, nella vita di tutti i giorni non così tanto. Ed è normale così, perché pratica uno sport e fa qualcosa che ama, ma ci sono cose più importanti nella vita che colpire una pallina da tennis. E lo sa bene: per questo riesce a essere umile e a tenere i piedi per terra. Penso che questo derivi in gran parte dall’educazione ricevuta dai suoi genitori”.
UNA MACCHINA VINCENTE… MA UMANA
Alla domanda su chi definisca Sinner un “robot”, Cahill ha respinto completamente questa etichetta, raccontando invece un lato molto diverso del numero uno azzurro: “Per niente. C’è una parte di lui che ama il pericolo e che non si vede molto in campo, perché quando è in partita ha questo computer interno che lavora continuamente e c’è una certa sicurezza nel modo in cui gioca. Calcola le probabilità di vincere il punto scegliendo un certo colpo con meno rischio, ed è la caratteristica di un giocatore vincente”.
Poi c’è la versione extra-campo: “Nella vita non è proprio così. Ama le corse automobilistiche, la velocità. Ama l’adrenalina. Ma queste due anime si uniscono in un solo giocatore, incredibilmente professionale: allenamento, alimentazione, riposo, cerca di entrare in campo ogni volta con l’obiettivo di crescere e migliorare. Per questo è un campione“.
Secondo Cahill, è proprio questa mentalità a permettere a Sinner di rialzarsi sempre dopo le sconfitte e trasformare ogni esperienza in crescita: “Ha un talento speciale che possiede e che noi allenatori non possiamo insegnare. È una spinta interiore che lo porta a voler imparare da ogni situazione. Jannik non impara solo dalle sconfitte, ma anche tanto dalle vittorie, perché è fondamentale ‘andare a scuola’ in ogni partita di tennis. Che vinca o perda, guarda tutto attraverso la stessa lente: ‘Come posso migliorare oggi?’. È la sua forza”.
IL RAPPORTO CON VAGNOZZI
Nel corso dell’intervista, il coach australiano ha poi parlato anche del rapporto professionale costruito negli anni con Simone Vagnozzi, il fondamentale altro lato della stessa medaglia: “Simone è il coach principale”, specifica Cahill. “Penso che il motivo per cui il nostro rapporto funzioni così bene sia che i nostri ruoli sono abbastanza definiti, ma si intrecciano in molti modi. Simone e io discutiamo di tutto riguardo a Jannik, sia dal punto di vista tecnico che emotivo”.
La chiave del successo, per la coppia italo-australiana, è la complementarietà: “Lui cerca di imparare da me in alcune aree e io sto imparando da lui in molte altre, perché ha un occhio tecnico incredibile, migliore del mio. Riesce a vedere aspetti tecnici del gioco che pochissimi allenatori riescono a cogliere. E li vede molto presto, molto chiaramente. Ma soprattutto riesce a trasferirli al giocatore in modo che possa capirli e metterli in pratica“.
Cahill ha quindi sottolineato quale sia, a suo avviso, il più grande punto di forza del tecnico marchigiano: “Simone è stato straordinario nei piccoli cambiamenti apportati al gioco di Jan. Il servizio è l’esempio più evidente e i dati confermano il lavoro che loro due hanno fatto su questo colpo, ormai uno dei migliori del circuito. Simone è un allenatore speciale. Sa scegliere il momento giusto per trasmettere un messaggio a Jannik: sa quando vuole sentire qualcosa e quando invece bisogna lasciarlo risolvere da solo i problemi. Simone è la voce“.
Sul soprannome di “poliziotto cattivo” attribuito a Vagnozzi, l’australiano ha risposto con ironia, spiegando poi l’equilibrio che esiste all’interno del team. “Ma no (ride). Lui è quello che deve dare i messaggi nei momenti di pressione, quindi sì, quello può essere più difficile rispetto al mio ruolo. Io devo prendermi cura della cultura della squadra e assicurarmi che tutti comunichino bene. Ognuno di noi conosce il proprio ruolo e l’obiettivo a cui stiamo lavorando. Penso che sia questa la nostra forza, e quello che dà a Sinner una grande serenità“.
SINNER ALLA GUIDA DEL TENNIS ITALIANO
Cahill si è poi soffermato anche sulla pressione che accompagna Sinner in Italia, diventato ormai uno degli sportivi più seguiti del Paese. “Lui sta vivendo il sogno che aveva fin da bambino ed è maturo oltre la sua età anche perché il tennis ti fa crescere in fretta. Devi gestire sponsor, tifosi, media. Impari presto che devi sapere di cosa stai parlando, capire i problemi e affrontarli nel modo giusto”.
Le responsabilità sono tante e le aspettative molto alte, ma è una posizione che Sinner ricopre con orgoglio: “Il tennis è uno sport che ti espone a molte pressioni in giovane età. Ma la responsabilità di essere il numero uno del mondo è bellissima. Lui gestisce molto bene anche il fatto di essere così amato e seguito in Italia. Ne è molto orgoglioso“.
IL FUTURO IN PANCHINA
Sul futuro, invece, il tecnico australiano non ha voluto sbilanciarsi troppo, pur lasciando aperta la porta a una possibile permanenza nel team: “Vediamo… Non pensavo che avrei allenato Jannik nel 2026 e invece sono qua. Per il momento nessuna scommessa, il mio obiettivo è fare il miglior lavoro possibile per Sinner e il team quest’anno. Poi parleremo a fine stagione, come abbiamo fatto l’anno scorso, e decideremo, con la massima serenità“. Una certezza, però, Cahill l’ha confermata senza esitazioni: “Assolutamente sì. Jannik sarà il mio ultimo giocatore al cento per cento“.
I VALORI DA TRASMETTERE
Infine, l’allenatore australiano ha spiegato quale sarebbe la sua più grande soddisfazione guardando indietro al percorso condiviso con Sinner: “Per me non si tratta davvero di titoli. I trofei e i record sono fantastici ed è per questo che giochiamo”, afferma Cahill. “La mia idea del coaching è che alla fine del percorso, chi hai seguito sia una persona migliore. È una questione di cultura, di come si trattano gli altri, del rispetto verso i colleghi, verso il personale dei ristoranti, gli autisti, i raccattapalle, gli arbitri. Quindi, per me, se tra cinque o dieci anni, quando io non sarò più con Sinner, lo vedrò ancora giocare dando tutto sé stesso e mostrando rispetto per chiunque lo circondi, questo mi renderà felice. Perché se tutto diventa solo una questione di titoli, perdi il senso di ciò che fai. E Jannik quello che fa nel tennis, lo fa per amore“.