Crugnola: “Più spesso il jeans dei pantaloncini, ma vicino al campo da tennis”

di - 27 Novembre 2015

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di Fabio Ferro

foto di Alessandro Nizegorodcew

Classe ’83, Marco Crugnola, che ha un best ranking di 165 in singolo e 118 in doppio, è un ragazzo sorridente e molto disponibile, che guarda al futuro sempre con un piede nel tennis. Oggi gioca la Serie A per il T.C. Prato A.S.D. e si dedica all’organizzazione di eventi e tornei, oltre che di attrezzature e campi per il tennis, con la sua ACE Management. Lo abbiamo incontrato per una intervista a 360°.

Partiamo dalla storia recente. Domenica sei andato in campo per la Serie A e hai portato a casa un doppio importante, giocando contro Simone Bolelli, appena uscito dal Master finale di Londra. Come è andata?

È stata una partita bella, Simone non era al 100%, non poteva esprimere il suo meglio perché passava dal Master di doppio, Indoor e campo veloce, alla Serie A su terra all’aperto, non è facile. In ogni caso noi abbiamo giocato bene, abbiamo tenuto i punti che contavano, ma è lunghissima la stagione. Mi sono divertito, come ogni volta che gioco.

Hai avuto un best ranking da n.118 in questa disciplina. Ci sono spesso polemiche rispetto ai tornei di doppio, tu cosa ne pensi?

Sicuramente il doppio è una disciplina che non viene valorizzata. Eppure gli ascolti del Master finale di Londra sono altissimi e i numeri fanno capire che per il pubblico è interessante. Bisogna valorizzarlo di più, ma non si può pretendere che i singolaristi si catapultino subito a giocare il doppio, con i ritmi che hanno. Quando hai un’attività che ti impegna sempre, che devi gestire nel lungo periodo con calendario e impegni, aumentando l’attività, con il doppio, rischi di perdere partite che non dovresti perdere e soprattutto rischi l’infortunio, se non ti gestisci bene tra attività, risposo e allenamenti.

Mc Enroe, quando era n.1, giocava singolo, doppio e doppio misto. Sarebbe impensabile oggi?

Beh, erano altri tempi e lui era troppo più forte nei primi turni dei tornei, non faceva fatica e poteva consentirsi altro. Ma non si possono paragonare le due, basti pensare alla selezione che imponevano le racchette di legno. Oggi, con la velocità e l’intensità di gioco, giocare 3 ore di singolare e successivamente il doppio, rigiocare il giorno dopo, ad esempio in un slam, è quasi impensabile. Alcuni amici mi facevano notare dicevano che almeno nel calcio c’è il turnover, ma non è possibile fare un paragone nemmeno con il calcio, perché anche se loro fanno una preparazione dura, quella del tennis rischia di essere troppo sacrificata con più discipline da onorare, ed è per questo che sono aumentati gli infortuni, le pause dei giocatori durante l’anno.

Ripercorrendo la tua carriera di singolare hai rimpianti, magari per qualche partita?

Più che la partita singola, ci sono dei periodi in cui avrei voluto fare di più, ma coincidono soprattutto nei due grossi infortuni che ho avuto. Il secondo è stato davvero una sfortuna, una scivolata su un campo in terra rossa, il piede è andato via e mi son fatto male al ginocchio. Uno stop di 9 mesi, che capitava in un buon momento. Però son cose che potevano capitare a chiunque e ovunque. Qualche rimorso ce l’ho se penso, ma sono piccoli rimorsi, avrei potuto fare meglio, ma è inutile guardarsi indietro e rimuginare. Si, avrei potuto vincere qualche match in più, ma avrei potuto anche perderlo, quindi sono sereno.

Dal punto di vista tecnico, se potessi tornare indietro su cosa lavoreresti?

Sempre per il discorso “col senno di poi”, avrei lavorato meglio fisicamente da giovane, ma era molto difficile interpretare il tennis mentre io diventavo professionista. Come attività giovanile ho fatto poco o nulla, non giocavo tornei più alti degli Open, poi cominciai a giocare i Satellite e tornei superiori, ma solo più tardi. Dico solo che tra i 14 e i 20 anni avrei potuto lavorare e costruirmi meglio fisicamente.

Tornando alla Serie A, tu che la giochi, che valenza ha nel panorama tennistico?

Io sento tante discussioni, anche nei forum, di appassionati che la vorrebbero cambiare, ma la serie A è una cosa diversa rispetto agli impegni da singolarista e bisogna vederla in maniera diversa dalle competizioni individuali. Non è una questione di vanto per il circolo che gareggia o solo il prestigio di partecipare, queste competizioni fanno bene al movimento e devono essere valorizzata. Basta vedere i campionati svizzero, tedesco e francese, che offrono tanto al pubblico, portando tanti beniamini del panorama tennistico a giocare in scenari in cui il tennis arriva raramente. Domenica c’erano 500 persone in tribuna a vedere Melzer-Bolelli. Non era un ATP, era la serie A italiana. Ci sono delle circostanze in cui il tennis arriva in posti dove normalmente non arriva e tutto ciò migliora l’immagine dello sport e lo valorizza, insieme alle strutture e agli atleti.

Oggi sei l’amministratore di ACE Management e ti dedichi a fornire servizi ai Club, come è nata questa idea?

Durante il mio ultimo infortunio, ho cominciato a pensare a cosa avrei potuto fare nel tennis, una volta uscito dalle competizioni. È nata questa idea di creare una società che potesse fornire un aiuto ai circoli a 360 gradi, dai servizi ed eventi alla realizzazione di strutture come i campi. Girando molto per tornei e club, ho fatto una certa esperienza. Soprattutto mi piace e l’anno prossimo abbiamo diversi tornei internazionali da organizzare. Ripeto, mi piace, mi sento a mio agio, è il mio mondo e non è affatto male, anzi. Ho stretto rapporti commerciali con 5 aziende diverse, questo mi ha portato a creare un team di lavoro che mi consente di fornire la realizzazione di un campo, piuttosto che materiale tecnico come le macchine incordatrici o l’organizzazione di un evento, come un torneo.

Secondo te, cosa manca ai giovani talenti di oggi per avvicinarsi o stare nella Top 10?

Premesso che il livello dei primissimi è stellare, inavvicinabile, i giovani che hanno chiuso un anno verso i top 10 hanno fatto un salto di qualità enorme, ma poi hanno pagato gli sforzi e non sono riusciti a stare lì per confermare il livello. Penso a Dimitrov e ci metto anche Cilic. L’unico che ha chiuso dentro i 10 è Nishikori, che riesce a dar fastidio a tanti con il suo gioco, ma fisicamente sta pagando tantissimo con gli infortuni. Finché i primi non caleranno fisicamente, la vedo molto dura per i giovani talenti.

Visto che sei un ambasciatore del rovescio ad una mano, cosa pensi di questo colpo rispetto ai tempi moderni?

Io sono pienamente convinto che il rovescio a due mani aiuti molto di più, sui movimenti rapidi e sulla risposta. Il rovescio ad una mano ti dà più soluzioni, con l’angolo, col back, con l’inventiva in generale. Ma a livello tecnico il due mani aiuta ad adattarsi alle necessità, mentre il rovescio a una è più difficile per spazi e per esecuzioni necessarie. Con il livello di tennis che c’è oggi, se hai un minimo di problema ad impostare il colpo o di movimento, con il rovescio monomane sei tagliato fuori. I primissimi al mondo, infatti, hanno capacità straordinarie di coordinazione e di ricerca degli spazi, questo fa del loro rovescio, un colpo assolutamente fuori dal comune.

Data la tua esperienza, hai mai pensato di fare il coach?

Me lo stanno chiedendo veramente in tanti, ma, in questo momento, non è una priorità. Non chiudo le porte perché nella vita non si può mai sapere, ma sto cercando di mettere la testa a posto, nel senso di famiglia. Sono fidanzato da più di 10 anni e mi piacerebbe andare avanti anche con la famiglia, cosa che non potrei fare se dovessi star fuori per tante settimane all’anno. La famiglia è una cosa a cui tengo in maniera particolare ed ora è questa la mia priorità.

Di fatto, però, rimani nel tennis con un piede nel campo da tennis.

Sarebbe stupido abbandonarlo, è il mio mondo ci sono cresciuto, non è che mi scoccia, è un bel mondo. Oggi più spesso metto il jeans che il pantaloncino, ma sono sempre con un piede nel campo e mi piace.

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