Stefano Massari (mental coach): “Sinner? Ottima gestione delle emozioni”

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Jannik Sinner - Foto Dubreuil Corinne/ABACA /IPA

Le sconfitte fanno parte del percorso e anche i grandi campioni dello sport (e non solo) hanno perso per arrivare sul tetto del mondo. Da Federer a Djokovic o Nadal, da Sinner ad Alcaraz, ognuno di loro ha assaporato l’amaro gusto dell’insuccesso. Ma è proprio da lì, tante volte, che poi nascono le storie di rinascita e di redenzione, che affascinano gli appassionati più di qualsiasi altra cosa. E proprio l’accettazione della sconfitta è stato il tema che il direttore di Spazio Tennis, Alessandro Nizegorodcew, ha affrontato nell’intervista a Stefano Massari, il mental coach per anni al seguito di Matteo Berrettini e oggi alla guida del fratello, Jacopo, oltre che di Luca Van Assche, Stefano Napolitano e tanti altri.

L’accettazione della sconfitta

Il primo passaggio fondamentale su cui Massari pone l’attenzione è sull’istante stesso in cui si realizza di aver perso: “Mi piace porre l’attenzione su un momento ancora precedente alla reazione: l’istante in cui si vive la sconfitta. Spesso, soprattutto a livello giovanile, dopo una perdita si dice ai ragazzi: “Non devi essere triste, non devi arrabbiarti”. È come se rabbia e delusione fossero emozioni sbagliate. In realtà la reazione all’insuccesso parte proprio dall’attraversare quelle emozioni. La sconfitta fa male, certo. Addolora. Ma non fa male alla salute. I grandi campioni sono quelli che sanno perdere nel senso profondo del termine: sanno attraversare le emozioni negative e proprio per questo poi riescono a vincere più degli altri”.

Le qualità di Sinner e Alcaraz

E la sensazione è che Sinner e Alcaraz, in questo processo di accettazione, riescano meglio di chiunque altro: Sinner è circondato da persone sagge. Simone Vagnozzi, per esempio, sa vivere le sconfitte e sa lasciarle vivere anche a lui. Le sconfitte di Sinner fanno bene anche al movimento tennistico italiano. Intorno a lui si era creato il mito del superuomo, di quello che non perde mai. Ma sono illusioni. Lui per primo sa che può perdere. E questo lo rende forte. Dentro quel suo “Prima o poi perdo pure io” c’è un concetto fondamentale: so perdere. Ed è proprio questo che lo rende molto solido. Alcaraz è campione anche perché si permette di vivere come sente. Forse cambierà nel tempo, ma lo farà perché lo sentirà dentro, non perché deve aderire a un modello. L’autenticità è la chiave”.

Da non sottovalutare, poi, è il rischio di chiudersi in se stessi, dimenticando ciò che fa stare bene. Avere una valvola di sfogo è fondamentale per non rimanere intrappolati. E come per Carlos c’è il golf, per Jannik lo sci: “Sono molto d’accordo con la sua scelta. Se chiudi un atleta in una campana di vetro, prima o poi quella campana esplode. È fondamentale coltivare, fin da giovani, momenti in cui ci si riconosce. Per un bambino è il gioco, per un adolescente può essere la musica, per un adulto altro ancora. È una ricerca di sé stessi che spesso viene trascurata. Ricordiamoci che la maggioranza degli atleti non diventerà campione. Se dedichi tutto solo alla vittoria e poi non vinci, cosa rimane? Per questo è importante che nella ricerca del successo ci sia anche gioia quotidiana”.

E non ha dubbi su quale sia l’arma più forte dell’altoatesino: “Non lo conosco personalmente, quindi posso solo osservare da fuori. Ma ho l’impressione che abbia un rapporto particolare con le emozioni. Le vive, ma in modo diverso rispetto a molti di noi. Questo gli permette di stare dentro i momenti drammatici con una lucidità speciale. Penso ai tre match point a Parigi, al quinto set, alla rimonta. Anche quando perde, resta lì. Questa è una qualità enorme.”

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