Rodolfo Lisi, verso una pratica sportiva sicura e duratura

di - 22 Giugno 2016

Rodolfo Lisi

di Paolo Silvestri

Intervistiamo Rodolfo Lisi, uno dei maggiori esperti nell’ampia tipologia delle lesioni legate alla pratica del tennis, dal classico gomito del tennista fino ai molteplici traumi che può provocare il power tennis di oggi. Dopo il diploma ISEF, la Laurea in Scienze motorie e la Laurea magistrale in Scienze e tecniche delle attività motorie preventive e adattative, si è perfezionato in Posturologia e in Cultura sportiva presso l’università di Firenze. Socio della STMS (Society for Tennis Medicine and Science) ha pubblicato sei libri sul tennis: Tennis e scoliosi, Tennis e salute, Tennis e patologie del rachide, Il Tennis e Tennis ed epicondilite (Edizioni Lombardo) e, diponibile nelle librerie proprio in questi giorni, Patologie degli arti inferiori nel tennista (Ed. Aracne- www.aracneeditrice.it). Ha partecipato come relatore in numerose conferenze in Italia e all’Estero, come il Congresso Internazionale di Traumatologia e Riabilitazione Sportiva (“Sport injuries in tennis player: prevention, orthopaedic treatment and rehabilitation”) dove ha chiuso i lavori con un’apprezzata relazione sul rapporto “Tennis e scoliosi”. Collabora da tempo con la rivista specializzata 0-15 Tennis Magazine.

Nell’immaginario collettivo le parole “lesione” e “tennis” conducono inevitabilmente al celebre “gomito del tennista”, ma lo spettro dei possibili traumi è in amplissimo. Nel tuo ultimo libro, appena sfornato, affronti la questione delle patologie degli arti inferiori. Ce ne vuoi parlare?
Ho voluto dedicare il mio ultimo libro alle numerose patologie che affliggono un distretto anatomico, gli arti inferiori appunto, poco preso in considerazione, ma che rappresenta il “motore” in grado di consentire le giocate più spettacolari. Tra i disturbi più comuni si ricordano la fascite plantare e la tendinopatia dell’achilleo. Mi sono addentrato nell’analisi delle possibili cause e, come volevasi dimostrare, l’insorgenza di tali patologie è da ascrivere spesso a errori individuali concernenti l’utilizzo di calzature non idonee, esagerati carichi di lavoro e superficie di gioco. Una parte del libro, poi, è dedicata alla eventuale modifica dello stile di gioco e al trattamento fisico-motorio più adeguato.

Parlando di superfici, il privilegio in questo senso è naturalmente per la terra.
Non vi è alcun dubbio in proposito: la terra rossa è consigliata in quanto consente il cosiddetto “scivolamento controllato”, limitando quindi gli impatti sulle articolazioni e finanche sulla colonna vertebrale. Ma la premessa di cui sopra non vale per i professionisti. L’agonista d’élite sceglie con cura i materiali, possiede un’ottima condizione fisica e, dunque, la possibile insorgenza di disturbi muscolo-tendinei è dovuta alla mole di lavoro in allenamento e in partita.

Sì, il power tennis di oggi sottopone il fisico dei giocatori a uno stress tremendo, ma si è potenziato nel contempo il lavoro di preparazione fisica e di prevenzione. C’è secondo te un equilibrio fra questi due poli? In sostanza: erano più soggetti a lesioni i giocatori degli anni settanta- ottanta o quelli attuali?
È noto come al giorno d’oggi si siano migliorate le conoscenze in termini di preparazione fisica e performance. Tuttavia, e mi riferisco al tennis professionistico, il calendario abbonda di eventi e tornei; basti pensare al passaggio da terra rossa a erba che avviene in poco tempo senza la necessaria e graduale “presa di coscienza” del diverso manto di gioco. Ciò può contribuire all’insorgenza di infortuni. Mi spiego meglio, ricorrendo ad un esempio: dopo la terra rossa del Roland Garros si passa subito all’erba di Stoccarda, del Queen’s e di Halle. A Parigi, il giocatore, dopo aver spiccato un salto ritorna a terra: il cervello del soggetto inconsciamente prevede una certa resistenza del terreno e il sistema nervoso pre-carica quei muscoli e tendini meglio adatti alla circostanza. Sull’erba, dopo poco tempo, quello stesso giocatore effettua un salto simile al precedente. Ma la previsione stavolta è errata: non più terra rossa ma erba, ovvero strato molto più cedevole. L’equilibrio agonisti/antagonisti può sbilanciarsi con la conseguenza che il carico finisce con il gravare su di una caviglia instabile in cui facilmente possono prodursi distorsioni, lesioni legamentose e fratture. È solo un caso l’elevato numero di infortuni e ritiri proprio in questo periodo tra tornei su terra rossa europei, Parigi e Stoccarda, Queen’s e Halle? Medesime considerazioni ovviamente vanno fatte nel passaggio “erba-cemento”, “cemento-terra rossa”, ecc. Nel passato vi erano meno tornei anche se, rispetto ad oggi, la cultura della preparazione fisica in vista – e a latere – della gara stessa era poco diffusa. Basta rivedere qualche foto del recente passato: giocatori con masse muscolari imponenti da un solo lato del corpo, con conseguente elevazione della spalla omolaterale che in molti – anche tra gli addetti ai lavori – pensavano (erroneamente) trattarsi di “scoliosi”.

Molto interessante… e a tutti verrà in mente la sproporzione incredibile nelle braccia di Vilas… Comunque, anche i materiali hanno subito un’evoluzione notevolissima e possono essere degli alleati utili per la prevenzione. Nel tuo libro dedichi per esempio un capitolo all’importanza capitale delle scarpe.
La scelta della calzatura è estremamente importante: scelta che non dovrà seguire la moda del momento, ma riferirsi alla comodità e alla funzionalità. Ciò è ancor più importante nel giovane tennista in cui il piede, in crescita, si modella sulle afferenze propriocettive.

Scusa, ma che cosa si intende con “afferenze propriocettive”?
Sono dei recettori, presenti nell’organismo, che captano informazioni, le quali poi vengono rielaborate dal cervello, stabilendo ad esempio se un muscolo deve allungarsi o un’articolazione muoversi nello spazio.

Tornando alle scarpe, che caratteristiche vanno tenute presenti?
Esistono numerosi modelli: la parte retrostante deve assicurare un’adeguata rigidità impedendo così al tallone di scivolare sulla suola mentre la parte interna (intersuola) è progettata per ammortizzare gli shock, favorendo al contempo flessibilità e stabilità. Scegliere con cura anche il battistrada, differente in base alla superficie di gioco. Insomma, una buona scarpa – se idrorepellente, traspirante e progettata in concorde relazione empirica alle sollecitazioni meccaniche – protegge il piede evitando finanche abrasioni e lesioni.

Credo comunque che il problema di fondo sia scegliere materiali adatti alle proprie caratteristiche. Penso al tipico esempio del giocatore di circolo che si compra, per dire, la racchetta di Federer, magari incordata con un monofilamento a una tensione alta, il che lo porterà a giocare peggio e soprattutto a farsi male…
Effettivamente emulare il proprio idolo tennistico significa, spesso, andare incontro a performance mediocri e, soprattutto, sovraccaricare muscoli e tendini fino a determinarne la lesione. Un tipico esempio è l’epicondilite e l’epitrocleite: scelta errata di racchette e corde provocano infiammazione sui tendini che si inseriscono su epicondilo ed epitroclea (gomito), con limitazione funzionale e dolore. Il “gomito del tennista”, poi, è una delle patologie più difficili da trattare, spesso recalcitrante alla guarigione.

I destinatari ideali dei tuoi libri sono i professionisti o i dilettanti? Lo dico perché forse i più vulnerabili sono proprio questi ultimi, per limiti tecnici e per mancanza di precauzioni minime, come anche solo un buon riscaldamento preliminare.
I miei lavori – tranne il primo, “Tennis e scoliosi”, più tecnico-scientifico che divulgativo – sono pensati ed ideati per l’esercito di tennisti dilettanti e semiprofessionisti, i quali non possono disporre, purtroppo, di una équipe di supporto (fisioterapista, dietista, ecc.) come i più blasonati colleghi professionisti. Mi riprometto, ogni volta che scrivo un libro, di soddisfare le aspettative di quei tennisti in cerca di una pratica sportiva sicura e duratura.

E allora che cosa consiglieresti a un non professionista per prevenire le lesioni?
Dopo un’accurata scelta dei materiali (racchetta e corde), il tennista è tenuto ad impostare un adeguato piano di allenamento al di fuori della competizione vera e propria, soffermandosi su tutti i distretti del corpo. Esercizi di mobilità articolare, di rafforzamento muscolare con piccoli pesi, corsa leggera – di breve duratura – anche dopo la partita (defaticamento). Durante la gara, idratazione continua. Bere molto, a piccoli sorsi. In caso di partita che si protrae per molte ore in un clima caldo-umido, può risultare utile assumere bevande con sali minerali. Particolare attenzione anche alla dieta, ben equilibrata e ricca in frutta e verdura. Se nel corso del match il tennista accusa un dolore, anche lieve, è imperativo fermarsi e sottoporsi alle dovute cure: continuare a giocare potrebbe peggiorare il quadro clinico, con conseguente allontanamento dai campo di gioco per molto tempo.

Lo stretching, così di moda qualche anno fa, è stato ultimamente messo sotto accusa. Tu che cosa ne pensi?
Uno studio di settore ha rilevato come lo stretching non prevenga gli infortuni, ma io non sono del tutto d’accordo con gli estensori della citata ricerca. L’allungamento muscolare, all’interno di una più ampia e diversificata sessione di allenamento (che include attività propriocettive, ad esempio), ed eseguito correttamente, rientra a pieno titolo in un programma di prevenzione e di riabilitazione tout court.

Ancora a proposito di mode: adesso molti, soprattutto i giocatori già “maturi”, prendono questi integratori a base di collagene. Tu pensi che servano a qualcosa?
Male non fanno, e a qualcosa servono. Ma non sono la panacea per tutti i mali. L’integratore va assunto sotto stretto controllo medico e, solo in caso di carenza di quella sostanza nell’organismo, assumerla a dosi adeguate al proprio fisico e alla tipologia di attività. Concordo nella supplementazione in caso di tennisti professionisti dove i carichi di lavoro sono enormi e il tempo di recupero fra una partita e l’altra è molto ristretta. Non capisco invece quei tennisti amatoriali, praticanti il tennis un paio di volte a settimana, che assumono dosi smisurate di creatina (per fare un esempio…).

Un mio caro amico, maestro di tennis, sostiene che nel dolore c’è una componente psicologica, cioè un valore mentale che fa acuire o diminure la sensazione del dolore. Che ne dici?
Assolutamente d’accordo. L’aspetto mentale, la stessa ansia ad esempio, può amplificare un disturbo muscolo-tendineo.

Molti genitori sono ancora legati all’idea che il tennis sia uno sport asimmetrico e che pertanto possa creare dei problemi, come la scoliosi, a cui tra l’altro hai dedicato un libro. Mito o realtà?
Ultimamente il gruppo di ricerca ISICO ha svolto uno studio dove si evince come il tennis non possa assolutamente determinare l’insorgenza di una scoliosi. Peccato che gli stessi ricercatori non hanno citato l’unica opera esistente al mondo su detto argomento, ovvero il mio “Tennis e scoliosi, stato dell’arte”, datato 2007 (ma siamo in Italia, purtroppo…). Nel libro, dove ho raccolto gli studi più significativi, avevo rimarcato come la pratica del tennis non possa essere correlata allo sviluppo della scoliosi. Tuttavia, sempre nel libro, ricordavo come siano indispensabili ulteriori studi sui ragazzi portatori di corsetto che praticano tennis agonistico. Questo è l’interrogativo da porsi. E non basta l’esempio di James Blake (già numero 4 al mondo), che ha dovuto convivere con un corsetto per tante ore al giorno praticando nel contempo il tennis agonistico. Sono necessari ulteriori approfondimenti (una rondine non fa primavera…). Detto questo, tennis e scoliosi possono convivere usando l’accortezza di svolgere, durante la sessione atletica, esercizi di compensazione e, soprattutto nei primi anni, evitare carichi di lavoro rilevanti.

A proposito: secondo te qual è l’età giusta per iniziare a giocare a tennis?
Oggigiorno, purtroppo, si tende ad iniziare precocemente l’attività tennistica senza le dovute conoscenze in materia di biomeccanica, fisiologia e di psicologia dello sport. Io, ma parlo per me ovviamente, inizierei il più tardi possibile l’attività prettamente agonistica (12-13 anni), indirizzando il ragazzo verso una graduale partecipazione alla competizione senza grandi obiettivi altisonanti, spesso irraggiungibili. Va poi ricordato come l’avvicinamento prematuro a una specifica disciplina come il tennis potrebbe determinare in taluni soggetti l’abbandono e il rifiuto ad un’età ancora giovane. Il problema è che i maestri, supportati dai genitori (o viceversa), desiderano “il Campione a tutti i costi”.

Sappiamo bene che purtroppo è proprio così. E tu come ti sei avvicinato al mondo del tennis? È un interesse esclusivamente professionale o anche una passione?
La passione per il tennis è iniziata verso la metà degli anni ’80, quando mio padre mi portò da un maestro di tennis, con la speranza (allora) di vedermi trasformato in un campione. Fin dall’inizio mi piacque quell’attività caratterizzata dalla sfida “uno contro uno”, da solo contro il tuo avversario. Ciò rispecchia la mia indole, spesso solitaria. Non mi sono mai piaciuti i giochi di squadra anche se giocavo sporadicamente al calcio a 5 nelle vesti di portiere. Furono poi le gesta dell’elegante tennista svedese Edberg ad alimentare quella passione mai sopita.

Quali sono i giocatore e le giocatrici che più ami?
Il giocatore che preferisco in assoluto è Nadal (la sua determinazione in campo è davvero encomiabile) ma sono attratto anche dalle gesta di Federer (vedi anche la sua tecnica di gioco che ricorda, talvolta, quella del mio idolo da ragazzo, lo svedese Stefan Edberg). Tra le donne, Monica Seles, Jana Novotna, Martina Navratilova e, tra le giocatrici in attività, Francesca Schiavone e Garbiñe Muguruza.

E tu a continui a giocare a tennis? A che livello?
Ho giocato a tennis per circa quindici anni, raggiungendo livelli mediocri. Il mio lato debole era l’aspetto mentale: se fossi stato seguito da qualche specialista, come il Dott. Umberto Longoni, forse avrei potuto aspirare a traguardi più soddisfacenti. Attualmente, pratico il tennis un paio di volte a settimane senza velleità agonistiche.

Allora dicci la verità: fai sempre una sessione completa di riscaldamento prima di giocare e magari una di strecthing dopo, o… predichi bene razzoli male?
Anch’io, in verità, prima di iniziare una sessione di allenamento, sono preso dalla foga di colpire la pallina senza un adeguato riscaldamento generale. Purtroppo non è cosa buona e giusta. Sarebbe auspicabile sempre una leggera corsa intorno al campo accompagnata da esercizi di allungamento muscolare e di mobilità articolare. Risultano sufficienti circa 10-15 minuti di preparazione muscolare per evitare fastidiosi disturbi che potrebbero compromettere anzitempo l’attività tennistica.

Oltre alle tue pubblicazioni scientifiche, scrivi anche su testate tennistiche come 0-15 Tennis Magazine. Che cosa ci racconti di questa tua attività giornalistica?
Sono grato all’amico Marco Mazzoni che mi ha dato la possibilità di poter collaborare con una testata così interessante e ben fatta quale il magazine 0-15. Collaboro, poi, con altre riviste inerenti la salute e lo sport. Poco tempo fa, sulla rivista Sport & Medicina, è apparso il primo dossier in Italia dedicato a tutte le patologie del tennista, a cura del sottoscritto, del Dott. Cigni e del Dott. Rodano.

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