“Quanti anni hai?” – “Due Coric e mezzo”

di - 22 Maggio 2015

measure time

Ci sono tanti modi di misurare gli anni. C’è chi, banalmente, usa gli anni stessi come se ci fosse una profonda differenza tra averne 32 e 33. Chi li misura per stagioni: adolescenza, maturità, terza età e via dicendo. C’è chi li misura per invecchiamento fisico e chi per obiettivi raggiunti, pericolosissimi perché soggettivi (almeno se a 50 anni sembri Novello Novelli e vivi coi genitori).

Io gli anni li misuro in tennisti: a voi è mai capitato?

Credo che molti della generazione A.F. (Avanti Federer) possano capirmi: realizzare di essere più vecchi di lui, anche se di poco, ha un effetto potenzialmente devastante, che io amo chiamare “effetto Zerocalcare” dalla vignetta sotto.

zerocalcare

Se poi a ciò aggiungi che Federer nel 2005, quando ha tagliato i capelli, sembrava già suo nonno, la frittata è fatta. Ma come e perché si misura il tempo in tennisti? Innanzi tutto questo sport bisogna amarlo proprio tanto. Ma siamo qui per questo, no? E poi, una volta che la vita ruota intorno al tennis, ci sono varie stagioni, direi almeno cinque livelli.

Livello 1 – Questo giocava quando non ero nato!

CarattiNon è detto che lo si viva effettivamente, anche se ritorni come quello di McEnroe in doppio con Bjorkman nel 2006 tirano dentro nel calderone anche chi ha visto la prima partita a quasi trent’anni.

A me capitò per la prima volta nel Febbraio del 1991, leggendo una cronaca del leggendario match tra Cristiano Caratti e Ivan Lendl a Milano nella quale si faceva notare che il ceco aveva giocato il primo Slam quando Carattino aveva otto anni e io ero ancora allo stato “Caro, se facciamo un figlio come lo chiamiamo?”. Io di anni all’epoca ne avevo undici, quindi non è che mi sconvolgesse tanto, specie perché si legava a un ricordo positivo.

O almeno, positivo fino al momento in cui il bieco Volkov infranse il sogno di portare a casa il torneo.

Livello 2 – Bello, questo ha la mia età!

FerreroIl più positivo, perché più che il tempo che passa segnala la tua entrata nel mondo degli adulti. In realtà a me capitò col calcio, quando lessi di un portiere sedicenne entrato in un’amichevole estiva del Brescia, ma nel tennis senza dubbio lo lego al buon Juan Carlos Ferrero, due anni più di me e vincitore del primo torneo nel 1999.

Quando vedi che un tuo coetaneo vince qualcosa tu, neo-iscritto di belle speranze all’università, entro dieci secondi pensi “Oh, stiamo arrivando e vi facciamo il culo”.

Livello 3 – Oh, questo ha la mia età!

FedererCome il livello due, ma con meno enfasi. Cominciano i confronti e l’adattamento alla necessità di adattarsi. Cinque o sei anni dopo riguardi Roger Federer e ti rendi conto che, anche se tu il tuo l’hai fatto, quello va fottutamente più veloce e ha già sei Slam in bacheca.

Una constatazione ancora carica di speranza: hai tempo per prendere i tuoi Slam, in teoria potresti persino fare ancora il tennista e il fatto che questa cosa sia vera solo nella tua testa non conta. Inutile dire che a questo livello l’effetto Zerocalcare è massimo.

Livello 4 – Cazzo, questo ha la mia età!

RoddickCambia ancora l’esclamazione iniziale: è quando ti accorgi che uno della tua età o meno nun gliela fa più e inizi a sentirti fuori tempo massimo. A me, pensate, è capitato con Andy Roddick che mi dà due anni di paga: quando nel 2012 l’ho visto farsi sventrare da Mahut sulla terra rossa, che è tipo come perdere sui cento stile libero contro una poiana, ho pensato “Beh, forse non farò il tennista nella vita”.

Tuttavia hai ancora buoni esempi e quando il buon Roger poco dopo si va a riprendere Wimbledon pensi che in fondo quel mazzolatore che si è distrutto una spalla a forza di roteare servizi non fa testo.

Livello 5 – Questo è più vecchio di me!

McEnroeCi sto arrivando, se non considero i doppisti manca davvero poco. Capita quando ti rendi conto che scorrendo la Top 100 non ne trovi più uno competitivo che sia più vecchio di te. E realizzi con sorpresa che forse davvero uno Slam non lo vincerai mai.

E magari, visto che i tennisti “sani e con tecnica” sono quelli che durano di più, ti consoli guardando un Tommy Haas a ridosso della Top Ten a 36 anni e pensando “Toh, che qualità la mia generazione”.

Stai pietosamente rimuovendo il fatto che pochi mesi dopo è nato Beto Martin, ma lo fai a fin di bene. Passi vecchi, ma vecchi e scarsi proprio no!

Livello… boh!

Ce ne saranno ancora di livelli: andranno dal “Quando mi sono diplomato questo non era ancora nato” passando per “Questo è più giovane di mio figlio” fino al “Ouch, son più vecchio del suo coach”. Sono tanti, tanti quanti sono i passi che facciamo nella vita. L’ultima ad occhio dovrebbe essere “Caffo, quesfo è nafo dopo che mi è cafcato l’ultimo denfe”.

Qualcuno potrebbe trovare questa scala triste ma non lo è, anzi è l’esatto contrario: si tratta solo del viaggio verso la consapevolezza di un’umanità che forse ha preso troppo alla lettera il concetto di “volere è potere”, che preso alla lettera è una minchiata abnorme. O almeno, chi pensa che non lo sia è pregato di allenarsi un paio di mesi e poi andare a fare il mazzo a Bolt. Non è triste, no, perché dietro i sogni di gloria abbozzati di un adolescente si nascondono altri sogni, che magari sono un pelo meno ambiziosi ma hanno il grandissimo pregio di essere reali. Li tocchi, li vivi, li senti. E capisci che anche se non vincerai mai uno Slam, la vita in fondo è appena cominciata.

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