I Luoghi Comuni – III Parte

di - 19 Ottobre 2012

 

di Lorenzo Falco (preparatore fisico di II grado FIT)

Cari appassionati lettori di Spazio Tennis, dopo una pausa di alcuni mesi, personalmente trascorsi a collaborare attivamente alla preparazione fisica specifica di tennisti e a curare l’organizzazione di attività per centri sportivi, riprende il dibattito sui temi collegati all’allenamento sportivo complementare alla pratica del tennis.

Tra gli articoli precedenti, di cui vi invito a rileggere i contenuti, ho dedicato spazio ai luoghi comuni, in due contributi separati.

L’organizzazione dell’allenamento sportivo, la scelta dei mezzi e la distribuzione dei carichi, nella maggior parte dei casi, seguono regole consuetudinarie. Tecnici dalla formazione mai aggiornata, giocatori trasformati rapidamente in allenatori sportivi non hanno mai beneficiato delle soluzioni offerte dall’applicazione di consolidati apporti scientifici a supporto dell’allenamento sportivo.

L’articolo che segue vuole risolvere semplici questioni, anche se in forma schematica e mai completa poichè si tratta di un articolo da non appesantire con noiose spiegazioni teoriche, spesso poco spendibili da chi legge. Nelle settimane precedenti ho ricevuto molte lettere private, in cui i mittenti domandavano risposta in merito a questioni centrali sull’allenamento sportivo e sulla strutturazione della preparazione fisica per se stessi o per i loro figli o per i loro allievi. Questo contributo è l’occasione per trovare una risposta pubblica ai loro quesiti.

Claudio da Milano scrive: “Gentile Lorenzo, mio figlio si chiama Andrea e ha 13 anni. Per motivi di famiglia ci siamo spostati da un anno, in un altro circolo sportivo in cui Andrea gioca a tennis, per cinque ore alla settimana. […] Nel centro sportivo in cui giocava prima, i maestri che lo seguivano, in accordo con il preparatore, gli facevano svolgere la preparazione fisica prima di praticare il tennis, per un’ora circa, insieme ad un gruppo di sei allievi, non di pari età, purtroppo. Alle mie richieste sull’opportunità di svolgere questo allenamento prima di un allenamento in campo, lo staff mi ha detto che sarebbe stato meglio svolgerla prima ma non mi ha mai fornito motivazioni precise. […] Nel centro in cui sono ora, il maestro, peraltro molto disponibile, mi ha detto che Andrea svolgerà la preparazione fisica insieme ai compagni di allenamento, dopo la sessione di tennis. Andrea giocherà a tennis dunque dalle 15 alle 17 e poi svolgerà l’allenamento fisico dalle 17 alle 18. Alla luce di quello che ti ho scritto, ti chiedo di fornirmi una semplice risposta alla mia domanda: è meglio fare prima tennis e poi preparazione atletica, o il contrario? Perchè i maestri, lo staff e i preparatori non hanno saputo darmi risposta in merito alle loro scelte? Noto, peraltro, che i tempi dichiarati di un’ora da dedicare all’allenamento atletico, spesso si risolvono in durate minori, con lunghe pause e poco rendimento. Ti ringrazio anticipatamente della risposta. Claudio. “

Gentile Claudio, la domanda che poni non è di semplice risposta. L’argomento che hai toccato è centrale nella creazione dell’offerta didattica delle scuole tennis sul territorio nazionale. Esaminiamo il problema e cerchiamo una soluzione alle tue richieste.

Le scuole tennis, nella maggior parte dei casi, prendono le iscrizioni per la partecipazione in orari pomeridiani. Gli organizzatori devono accontentare molti allievi e molti genitori, venendo incontro il più possibile alle richieste, anche le più impraticabili. Chi ha il rientro a scuola, chi ha il corso di nuoto, chi deve studiare, chi ha i genitori che non possono accompagnarlo, etc. Chi realizza i gruppi deve necessariamente costruire i gruppi in base alle preferenze di ciascuno, pena la perdita di iscritti e il conseguente calo di lavoro per lo staff e per la struttura. Superato il problema organizzativo dettato dalla motivazioni personali, si affaccia il ben più intricato rebus sulla creazione motivante dei gruppi di allenamento. Se tuo figlio palleggia bene, ha necessità di progredire, giocando con nuovi stimoli, deve necessariamente avere compagni di allenamento adeguati al suo livello di gioco. Purtroppo, magari, nell’orario in cui tuo figlio è disponibile, i ragazzi che stimolerebbero il suo gioco, non possono partecipare all’attività. La conseguenza è che lui dovrà necessariamente palleggiare e allenarsi con un gruppo che probabilmente è di livello inferiore, causandogli un calo di motivazione e molta frustrazione. In tal modo, in un’età in cui è necessario costruire e accrescere le motivazioni, si arresta invece l’entusiasmo, generando l’anticamera dell’abbandono. Spesso poi, per contenere i costi di gestione e di personale, gli organizzatori creano gruppi numerosi nello stesso campo, pena la perdita di efficacia e di ritmo dell’allenamento proposto. L’allenatore è costretto dunque a proporre esercitazioni spesso standard, che non mascherino eccessivamente la disomogeneità dei livelli del gruppo di allenamento. E’ sufficiente che in un gruppo di allenamento, un solo componente sia incostante (svogliato, meno brillante, ritardatario, poco motivato e poco motivante, nervoso) e tutto il gruppo può affondare nell’inefficienza, trascinando spesso anche l’allenatore.

In una situazione come quella appena descritta, come si colloca la strutturazione della preparazione fisica? La risposta ora è semplice: è una diretta conseguenza dell’organizzazione dell’attività tennistica. Se tuo figlio Andrea prima la svolgeva precedentemente rispetto al tennis e ora contrariamente, significa semplicemente che i gruppi di allenamento creati hanno esigenze di orario e di spazio differenti. Se i ragazzi del gruppo possono arrivare soltanto ad un certo orario, oppure non possono rimanere oltre un certo orario, non è detto che svolgano la sessione fisica prima o dopo il tennis.

Dunque, dall’analisi di una situazione molto comune, è d’obbligo affermare che, nella maggior parte dei casi, la scelta di anticipare o di posticipare la preparazione fisica rispetto al tennis, segue prevalentemente logiche organizzative e non realmente sportive e allenanti.

E’ meglio giocare prima a tennis e poi fare la preparazione fisica o viceversa? Dipende da quello che si fa e da come comunicano i settori tecnici dello staff. Non esiste una regola generale ma ci sono alcune regole che possono guidare nella scelta. Se il gruppo è collettivo, mal assortito e il preparatore non ha la personalità di scegliere esercizi allenanti, in accordo con un valido lavoro svolto sul campo da tennis, l’allenamento prettamente fisico è insufficiente e dunque scegliere di anticiparlo o di posticiparlo è indifferente.

Se invece il gruppo è motivante e il preparatore è un allenatore ben intregrato nel lavoro dello staff, allora, per la scelta dei mezzi di allenamento e della corretta scansione si posso osservare indicazioni elementari, poco indicative però per un lavoro personalizzato.

Prima della sessione di tennis è necessario un lavoro di attivazione specifico e progressivo. Al termine è fondamentale svolgere un defaticamento muscolare e un lavoro posturale selettivo.

L’allenamento della forza, ben eseguito, può creare un affaticamento precoce e portare ad un calo della lucidità. Nelle ore successive, ovvero quando si sente marcatamente l’effetto ritardato di tale allenamento, sarebbero da limitare e dunque da dosare sapientemente gli esercizi estenuanti sul ritmo di palleggio che richiedono molta attenzione e un buon grado di freschezza mentale e coordinativa.

Tutte le altre tipologie di allenamento possono adeguatamente concatenarsi, a patto che il preparatore o l’allenatore sappiano le conseguenze positive (leggasi: effetti dell’allenamento a breve e a medio termine) che desiderano ottenere.

In conclusione – e con la risposta che ti ho dato non sono stato certamente completo, per limiti di spazio e perchè non riesco a personalizzare – chiedersi se la preparazione fisica ha più effetto se svolta precedentemente o in seguito al lavoro in campo, è subordinato alla valutazione degli aspetti organizzativi (gruppo motivante, numero di allievi per campo, numero di allievi con il preparatore) della struttura che ospita gli allenamenti e alla qualità del raccordo tra i componenti dello staff. Se tutto è adeguatamente programmato e ognuno conosce ciò che fa svolgere e gli effetti che l’allenamento proposto è in grado di creare, i cambiamenti non tardano ad arrivare.

Carlo da Napoli: “Ciao Lorenzo. Ho letto molti dei tuoi articoli pubblicati su Spazio Tennis. Io sono uno studente universitario in una facoltà non direttamente collegata con lo studio di base per l’allenamento sportivo. Gioco a tennis da alcuni anni. Nel mio circolo, il mio responsabile mi ha chiesto di seguire alcuni giovani allievi sia per la parte tennistica sia per quella atletica. Quando svolgono gli esercizi, mi trovo sempre di fronte ad un dubbio: ma quante serie e quante ripetizioni devo fare svolgere? Quanto recupero tra gli esercizi e quanti per ogni allenamento? Per darti maggiori informazioni posso dirti che gli allievi che seguo hanno tra i 13 e i 14 anni e giocano tre volte alla settimana per un’ora e mezza con un’ora di preparazione fisica. Grazie. Un saluto. Carlo”.

Gentile Carlo, la tua richiesta si riferisce ad un problema molto comune, anche tra gli allenatori più esperti. Quando si progetta un allenamento ci si pongono degli obiettivi a breve e medio termine, nell’ottica di proseguire una programmazione anche nel lungo termine. I parametri su cui personalizzare l’allenamento sono molti: quali mezzi scegliere; come collegarli tra loro, con finalità allenanti; quale intensità preferire; quanti esercizi svolgere; quanto recupero effettuare; quante sessioni svolgere prima di modificare il programma. Nel corso della pratica degli allenamenti possono esserci alcuni stop, magari di pochi giorni, a causa di un lieve infortunio o di un’ indisposizione per febbre o malattia. Come riprendere? L’effetto allenante si mantiene o si perde? Fare una pausa di alcuni giorni, quanto deallenamento crea?

Come puoi notare dalle semplici domande che ho posto, la progettazione dell’allenamento è molto complessa. Come uscirne? A giudizio di chi scrive, la soluzione più congeniale per il raggiungimento di obiettivi concreti, grazie ad un attento monitoraggio dell’allenamento, è la personalizzazione della preparazione fisica. Individualizzare, o al più lavorare con gruppi ristretti di simili qualità, consente di ottenere un risultato più mirato, grazie ai continui feed-back che gli atleti possono fornire nel corso delle sessioni. Mescolare allievi di caratteristiche e motivazioni differenti è dispersivo. Chi non se la sente, chi sceglie un obiettivo soft, chi necessita di più tempo per acquisire certe qualità, chi si affatica precocemente perchè non ha raggiunto il livello minimo per lavorare nel gruppo in cui è inserito, etc.

Alla tua domanda su quante serie e quante ripetizioni occorrano per allenare un allievo o un gruppo di allievi, rispondo in tal modo: non esiste un allenamento per tutti ma esistono delle regole generali applicabili ad ogni allenamento. Cosa intendo? Gli allenatori esperti, studiosi dei modelli dell’allenamento, conoscono bene quali modificazioni crea un certo piano lavoro, sulla base dell’esperienza conseguita e del continuo contatto con altri allenatori dalla lunga carriera.

Quantificare il carico di lavoro è necessario ai fini di tenere traccia degli allenamenti realizzati e dunque confrontarli nel tempo ma, a giudizio di chi scrive, è assai arduo stabilire, a priori, con certezza la quantità di lavoro da somministrare. L’atleta va osservato, le sue parole e le sue espressioni corporee rivelano molto. Lo scadimento della tecnica esecutiva, il rallentamento del gesto, l’affanno, gli improvvisi silenzi, sono segnali soggettivi da cogliere. La raccolta dati, attraverso test condizionali che valutano il carico interno, fornisce preziose informazioni ma richiede attrezzature e tempo a disposizione.

Nei gruppi di allenamento collettivi eterogenei, tipici delle scuole tennis, si osserva comunemente che gli allievi hanno esperienze motorie e atletiche differenti. Alcuni sono allenati, altri no, altri ancora non hanno mai svolto alcune esercitazioni, etc. Se il gruppo è misto e l’allenatore non riesce o non vuole differenziare il risultato che si può ottenere, con un allenamento collettivo indifferenziato, può essere lodevole ma molto lontano da quello realizzabile con un monitoraggio personalizzato.

Dunque Andrea, concludo – qui non posso enunciarti ogni forma di allenamento, con relativi carichi e recuperi, per semplicità di trattazione – suggerendoti di leggere qualche serio e completo manuale di teoria dell’allenamento, per ottenere maggiore chiarezza ai tuoi dubbi. In merito ai tuoi allievi ti consiglio di osservarli con attenzione, motivarli e costruire per loro un allenamento personalizzato, per quanto sia possibile. Parla con loro e fai capire che questa scelta è la strada giusta.

Andrea da Viterbo scrive: ” Mio figlio ha 11 anni. Il maestro del circolo —omissis— mi dice che mio figlio ha una buona attitudine ed è portato per il tennis. Riguardo alla preparazione fisica, che ormai svolge da 5 anni, per 3 volte alla settimana, ti volevo chiedere questo. Il preparatore è certamente un buon tecnico ma noto che quasi sempre gli fa svolgere esercizi alla scaletta, con le palline, etc. Quelli che si chiamano esercizi coordinativi. Alla mia richiesta sull’opportunità di cambiare allenamento, lui mi ha detto che a quell’età devono fare soltanto quei lavori perchè non hanno ancora forza e resistenza per fare altro. Io sono rimasto perplesso e mi sono fidato. Volevo chiedere la tua opinione, in quanto ho visto che lavori anche con giovani allievi. Ciao. Grazie. E complimenti per il lavoro che fai. Andrea.”

Caro Andrea, le tue perplessità sono pienamente giustificate. Prima di risponderti, desidero premettere che nessun allenatore, anche i più esperti, ha il dono dell’infallibilità. Il preparatore che hai interpellato ti ha indicato la sua scelta. Le sue decisioni, se prese con coscienza e convintamente, sono certamente da lodare. Da allenatore sportivo e da studioso degli aspetti teorici dell’allenamento, ritengo che le motivazioni che ti ha fornito a sostegno della sua tesi, non possano essere condivisibili.

In articoli precedenti ho fatto riferimento alle capacità coordinative genericamente intese, spiegando che tale classificazione è impropria e non rispondente a ciò che si osserva concretamente allenando. Moltissimi testi sembrano sostenere la tesi del preparatore che allena tuo figlio. In realtà il concetto è da relativizzare. Non si dice infatti che un certo allenamento non si deve svolgere ma che, a quell’età il soggetto non possiede ancora le caratteristiche scheletriche, muscolari e ormonali per ottenere benefici completi da tale allenamento. Quindi scegliere di impostare il proprio allenamento su un solo tema, escludendone a priori altri, è del tutto errato.

Allenare la forza non significa necessariamente impiegare i sovraccarichi. Allenare la resistenza non significa necessariamente correre per decine di minuti. Allenarsi alla forza e alla resistenza, nel tennis giovanile significa saltare gli ostacoli, correre in salita, saltare i gradini, lanciare la palla medica, usare lo step, rinforzare il tronco, completare circuiti a carico naturale, etc.

Risolvere l’allenamento con esercizi monotoni alla scaletta e con qualche giochetto con le palline, non è , a giudizio di chi scrive, una scelta corretta. Se ricordi ciò che ho scritto nell’articolo in cui si discuteva della capacità di equilibrio: “l’addestramento delle capacità coordinative è parallelo all’apprendimento e al perfezionamento delle abilità motorie sportive: l’utilizzazione variabile della tecnica adeguata alla situazione favorisce l’accrescimento delle abilità coordinative speciali.” Per cui, la coordinazione si allena in campo. La destrezza e la mobilità dei piedi si allenano giocando.

Concludo la mia risposta ricordandoti dunque che anche i giovani tennisti possono essere tranquillamente avvicinati all’allenamento della forza e della resistenza, con mezzi commisurati alle loro capacità e al loro impegno. Gli aspetti coordinativi generali (scaletta, lancio e ripresa della pallina, etc.) sono ormai contenuti marginali dell’allenamento, all’età di tuo figlio. Negli anni precedenti invece, tra i tre e i sette – otto anni, occorre puntare sul gioco e sull’esplorazione corporea. A giudizio di chi scrive, già dai nove anni, fatte le dovute differenziazioni soggettive, è già possibile affrontare un discorso mirato all’allenamento di qualità specifiche del gioco del tennis, attraverso mezzi adattati.

Mario da Brescia scrive: “Ciao Lorenzo. Ho letto i tuoi articoli e i commenti degli altri. Volevo farti una domanda molto semplice: ma a cosa serve la preparazione fisica nel tennis? C’è ormai in quasi tutti i circoli ed è sempre abbinata al tennis. Un saluto. Buon lavoro.”

Caro Mario, la tua domanda è il perno della mia professione. La richiesta che mi hai fatto necessiterebbe di una vasta trattazione ma proverò a risponderti con chiarezza e brevità.

Affinchè un metodo o un programma sia utile è necessario che sia progettato su misura per la persona o per il gruppo che lo eseguirà. Un allenamento è utile se è costante, organizzato, allenante, intenso e motivante. E’ inutile se demotivante, con lungo periodo tra una sessione e l’altra, di bassa intensità rispetto alle potenzialità individuali, disorganizzato e con pause eccessive tra gli esercizi. Bisogna evitare la dispersione dei contenuti e delle motivazioni. Chiarite queste semplici ma non banali regole generali, si comprendono ora le finalità della preparazione fisica specifica al tennis.

In ambito giovanile, si allenano le qualità condizionali necessarie a gestire l’allenamento e il match con autonomia e forza. Chi è principiante e non più in età giovanile beneficia della preparazione con finalità di controllo del peso corporeo in eccesso e con riduzione delle problematiche posturali generate dallo stress e dal lavoro sedentario. Chi rientra da un infortunio, può rieducare l’intero corpo a ricondizionarsi e comprendere le cause che hanno generato lo stop forzato.

La premessa generale, come in ogni professione, è che tutto si può fare ma occorre che l’allenatore sia motivato e preparato e che gli allievi, giovani o adulti che siano, si possano fidare e abbiano la giusta pazienza.

Seguo moltissimi tennisti in età adulta, di differenti categorie. Coloro che mi seguono con costanza e impegno si sentono più attivi, reattivi e hanno ridotto il peso in eccesso. L’autostima sulle loro capacità in campo è decisamente migliorata. Coloro che non hanno pazientato e non hanno creduto nelle proprie capacità di migliorarsi e di “stare meglio” sono ciclicamente alle prese con infortuni e puntualmente “hanno ceduto al terzo set, con le gambe deboli e la testa confusa”.

Conclusioni personali

Desidero concludere questo articolo che inaugura la nuova stagione dei contributi sulla preparazione fisica, con un sentito ringraziamento ad Alessandro Nizegorodcew per lo spazio che mi dedica e per la visibilità professionale che mi offre.

Non ho mai impiegato questo spazio per fare una pubblicità della mia professione perchè non voglio tradire gli obiettivi puramente divulgativi e di dibattito, degli articoli che scrivo.

Grazie a questo spazio sono entrato in contatto con alcune strutture che mi hanno affidato la consulenza per la preparazione fisica dei loro giocatori. Ho conosciuto alcuni genitori che mi hanno chiesto di allenare i loro figli, anche con validissimi metodi a distanza, con un contatto quotidiano, attraverso video e riprese live. Ho avuto occasione, nel corso dell’estate di conoscere molte realtà sul territorio nazionale e di accrescere la mia esperienza professionale.

Le righe conclusive le riservo interamente all’allenatore Cesare Veneziani, del TC Gallese di Roma, già conosciuto su Spazio Tennis. A mio giudizio, e mi esprimo da allenatore sportivo e da osservatore delle realtà dei centri di allenamento sul territorio nazionale, il suo lavoro e i suoi obiettivi collimano con le esigenze che un giovane tennista ha per crescere con qualità e progressione: luogo di allenamento tranquillo, lontano dal caos e dalla dispersione dei grandi centri, gruppo di lavoro ristretto e motivato, eliminazione dei modelli standard del circolo o dell’accademia (leggasi = gli allenamenti non si adattano alla struttura ma la struttura di adatta agli allenamenti).

Per ciò che mi riguarda, anche se sono distante territorialmente, la mia consulenza e i miei viaggi a Roma a cadenza fissa, il monitoraggio continuo e l’ambiente motivato all’allenamento rendono il lavoro dei ragazzi sul campo più produttivo e di grande incisività. Cesare sa motivare e tiene alta l’attenzione. I ragazzi girano, giocano e nei limiti delle loro possibilità viaggiano alla ricerca di esperienze di gioco mai frenetiche ma sempre con lo spirito della ricerca del risultato che serve per crescere e per imparare dalle proprie esperienze.

Foto scattata a Nepi, un tra i luoghi di allenamento del team di Cesare. Da sinistra: io, Cesare, Carlo, Jacopo Corbari (preparatore in crescita professionale), Jacopo e Simone.

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