Intervista a Corrado Borroni


di Gianfilippo Maiga
La prima domanda che si dovrebbe fare ad un tennista che ha smesso da più di 10 anni riguarda, di norma, il presente. Nel caso di Corrado Borroni è però d’obbligo innanzitutto rivangare il passato.
Molti appassionati di oggi non sanno che a Corrado non è stata data la possibilità di dimostrare fino in fondo quello che valeva: raggiunto un ranking di 147 e con la concreta speranza di salire più in alto, autorizzata quanto meno da un’età ancora molto giovane (23 anni), la sua carriera è stata bruscamente quanto prematuramente interrotta da un problema di artrosi ad entrambe le anche (lo stesso che è costato la fine della carriera a Guga Kuerten, per intenderci).
Ritorniamo quindi al 1996: cosa è successo?
“Nel settembre del 1996 mi è stata riscontrata una artrosi ad entrambe le anche. Era un problema di struttura fisica: pesavo 85/90 kg e le mie anche non riuscivano a sostenermi. Nessuno mi garantiva la piena guarigione anche in caso di intervento, dato che svolgevo un’attività agonistica. Ho trascinato il problema per buona parte del 1997 e poi, visto che soffrivo, ho abbandonato l’attività. Certo che, se lo stesso problema si fosse posto al giorno d’oggi, sono convinto che lo avrei gestito diversamente e non avrei smesso. Da un lato non ho avuto vicino una figura che mi aiutasse e mi consigliasse (mi gestivo molto da solo, e non sempre è la soluzione migliore), d’altro canto, la tecnica medica vent’anni fa non era quella di oggi e, infine, anche la situazione del tennis era diversa. Le qualificazioni di un challenger, per esempio, chiudevano abitualmente a ridosso del 200 atp, mentre oggi, con tornei più numerosi, il livello delle qualificazioni è di norma più abbordabile.”
La tua carriera non è stata solamente la vittoria con Kafelnikov e la sconfitta con Edberg. Quali sono state a tuo giudizio le tappe più significative e dove pensi che saresti potuto arrivare, senza lo stop prematuro?
“Pur non potendo dire di aver bruciato le tappe, i risultati da junior erano già stati incoraggianti. Nel mio primo anno da under 18 (1992) ho vinto Prato, Salsomaggiore e Firenze e ho raggiunto i quarti al Bonfiglio. L’anno dopo, ricevuta una wild card per il tabellone principale del Challenger di Torino (100,000 $), vi avevo battuto Mattar (che aveva a sua volta appena sconfitto Pescosolido nella famigerata trasferta di Coppa Davis a Maceiò) e Berasategui. Avevo anche cominciato a salire nella classifica ATP, raggiungendo la posizione 270 nel 1993. In quel periodo mi allenavo alle Pleiadi di Torino, quando c’erano anche Piatti e Bontempi e il circolo era frequentato tra gli altri da Camporese, Furlan, Brandi, Messori… Nel 1993 ho avuto i primi segnali negativi dal mio fisico, con un infortunio alla schiena che mi ha fatto perdere tra tutto 6 mesi. Dal 1994 mi sono ritrasferito a Milano, mia città d’origine, per riprendere gli studi di ragioneria interrotti a 16 anni (ho conseguito il diploma con grandi sacrifici, allenandomi di giorno e studiando la sera). È stata una scelta improvvisa: sentivo che avrei dovuto fare di più in termini professionali ed ero pronto a partire per gli USA, l’unico posto dove allora un professionista poteva trovare tutto quanto volesse, ma poi prevalsero ragioni familiari. In realtà, la mia carriera non ne ha risentito più di tanto e penso che avrei potuto far bene, essere nel tennis che conta, se non vi fosse stato il problema alle anche.”
Il tuo tennis, salvo errore, era a tutto campo e poggiava su un grandissimo rovescio. In negativo, era forse condizionato da un dritto meno efficace ed era un po’alterno, forse per la giovane età o forse per i numerosi infortuni, che ti impedivano di raggiungere la condizione ottimale o di conservarla (come è accaduto dopo Roma): in ogni modo sia Piatti che Clerici ti avevano pronosticato grande. Tu come ti saresti descritto?
“Tutti di me ricordano il rovescio. Preferisco dire che a me, come tennista, non piaceva aspettare l’errore dell’avversario. Cercavo di giocare aggressivamente. A mio favore forse ha giocato allora l’esplosione del tennis spagnolo basato sulle rotazioni del dritto e il tiro a sventaglio sul rovescio, dato che io avevo effettivamente nel rovescio lungo linea un punto di forza.”
Da quanti anni alleni e come sei arrivato alla decisione di intraprendere questa attività? Cosa fai oggi? Esclusivamente il coach o hai altre attività?
“All’abbandono dell’attività nel 1997 avevo molti rimpianti e un po’ di rabbia per l’opportunità persa. Ho quindi deciso inizialmente di fare altro, aprendo un negozio di articoli sportivi a Saronno. Certo, non potevo distaccarmi completamente dal tennis in così giovane età; dedicavo quindi la mattina alla mia attività commerciale, mentre nel pomeriggio volentieri fungevo da sparring per giocatori agonisti. Questo si può considerare il mio primo apprendistato da allenatore. Ero d’altronde curioso di sapere se mi piaceva allenare qualcuno, specie sapendo che da giocatore ero un allievo difficile, così introverso, chiuso, non solo perché portato a tenere per me i sentimenti che per esempio una sconfitta mi generava, ma soprattutto perché mi costringevo a un’analisi totalmente introspettiva di quanto mi succedeva sul campo (ero capace di non parlare per 2 giorni dopo un match). La mia seconda esperienza, che giudico decisiva, è stata la gestione del settore agonistico di un circolo a Gallarate. È durata solo due anni, ma ho avuto la soddisfazione di vedere quel settore crescere. Si è interrotta un po’ prematuramente perché il mio carattere un po’intransigente non ammetteva interferenze nelle scelte su chi far giocare nei campionati a squadre. A questo punto, per somma di delusioni, volevo veramente chiudere con il tennis. Chiuso anche il negozio a Saronno, avevo aperto un bar vicino ad Arese e mi accontentavo di giocare un paio di orette da “socio” la sera, quando ero stremato da 12 ore di lavoro. Il bar è stato un’iniziativa di successo e in 2 anni lo avevo ripagato: venivano a trovarmi ogni giorno, tra l’altro, gli amici di Arese. È a loro se devo il nuovo e definitivo inizio della mia carriera, nel 2000. Ad Arese si è formato il gruppo di professionisti (Colangelo, Crugnola, Ianni, Cotto) che ha formato lo “zoccolo duro” da cui sono partito e che mi porta oggi al Marconi di Milano.”
Di carattere sei pacato e riservato, per non dire taciturno. Che ci “azzeccano” i numerosi teschi tatuati sul braccio destro con la tua natura riflessiva? Tua moglie li ha trovati da subito irresistibili o se ne è fatta una ragione e se ne è servita con i bambini, minacciando di chiamarti se non facevano i bravi?
“I tatuaggi sono il contraltare ad un temperamento troppo riflessivo, per non dire troppo razionale. Alcuni hanno un significato, almeno consciamente, come le ali sul braccio, (tipiche dei bikers della Harley Davidson, di cui faccio parte). Altri come i teschi, sono solo gusto per l’horror: mia moglie se ne è presto fatta una ragione.”
Il tennis degli anni novanta era già un tennis assolutamente moderno. Cosa è cambiato, se qualcosa è cambiato, nel modo di giocare dell’inizio del nuovo secolo?
“In un tempo relativamente breve i materiali hanno conosciuto una profonda evoluzione, prima di tutto. Ma tutto il tennis è diventato uno sport più completo, con la cura sia alla preparazione fisica, sia ai dettagli tecnici. Basta osservare l’evoluzione del tennis spagnolo: da sport tipicamente “terraiolo” e poggiante su un paio di schemi ripetitivi si è trasformato e oggi i tennisti spagnoli sono competitivi su tutte le superfici.”
Una domanda sull’ Italia e sul tennis Italiano è d’obbligo. Si dice che in Italia si fosse indietro allora – e probabilmente lo sia ancora oggi – rispetto all’evoluzione del modo di giocare a tennis nel mondo o comunque nei Paesi più avanzati sotto questo profilo. Cosa ne pensi? Ritieni che questo sia vero e se sì perché?
“Francamente dissento. Non credo che il problema dell’Italia sia tecnico, non almeno oggi, ma forse neanche allora.
È piuttosto un problema di cultura: o meglio, di quella mancanza di cultura sportiva che impedisce spesso ai nostri giovani – e non solo nel tennis – di diventare degli sportivi di successo. Mi riferisco in modo specifico all’atteggiamento di tutte e tre le componenti dell’ambiente: famiglie, allenatori e giocatori. Le prime troppo spesso impediscono ai figli di crescere, continuando ad assisterli come bambini e fuori dal campo non educandoli all’accettazione della sconfitta e al riconoscimento del valore dell’avversario. Gli altri rifuggendo dalle proprie responsabilità: quante volte abbiamo sentito dei giovani prendersela per i propri insuccessi con arbitro, avversari e allenatore e quante volte un allenatore attribuire le sconfitte di un giocatore alla sua “mancanza di testa”, senza mai mettersi in discussione?”

Molti coach in Italia e non solo sono ex-giocatori che, cessata l’attività, iniziano ad allenare. A prescindere dal loro valore o dalla loro attitudine come coach, ritieni questo approccio giusto, o pensi, sulla base della tua esperienza, che si dovrebbe prima seguire un corso specialistico, magari avere un patentino (nulla a che vedere con il brevetto di maestro), un po’ sulla base di quanto avviene per i calciatori a Coverciano? Se sì, cosa esiste oggi nel mondo di valido in questo senso?
“Tutti gli ingredienti concorrono alla formazione di un allenatore, inclusa una iniezione di teoria. L’Atp d’altronde organizza periodicamente corsi e recentemente c’è stato un simposio. Se vi fosse una formula come quella di Coverciano per il tennis mi troverebbe d’accordo: si ricordi però che a Coverciano hanno accesso preferenziale gli ex calciatori di alto livello, mentre da noi, per diventare maestri, l’esperienza sul campo viene posta in subordine rispetto a un candidato con poca conoscenza tennistica, ma con una laurea e su questo non sono d’accordo. Ritengo l’esperienza – al di là della personale attitudine – una componente fondamentale per allenare. Certamente non è affatto detto che un grande giocatore sia poi anche un grande allenatore, ma l’aria che ha respirato gli dà un indubbio vantaggio di partenza. Come tutti i mestieri, ovviamente, anche quello di allenatore non si improvvisa e non si devono bruciare le tappe a tutti i costi.”
Oggi la tua Accademia comincia ad avere una certa struttura, con un preparatore atletico, tre allenatori full time e diversi giocatori. Dimmi cosa ti aspetti per la stagione prossima e se prevedi cambiamenti.
“Non prevedo cambiamenti, ma il consolidamento della struttura. Il successo del nostro lavoro, oltre che nel disporre di una struttura adeguata alle esigenze di chi gioca, risiede molto nella continuità, che vuol dire anche possibilità di lavorare più a fondo. Spero invece nell’ampliamento della base e nel concreto cogliere i frutti del lavoro nelle punte. Dalla base mi aspetto di veder uscire i nuovi giocatori di domani, senza che molti si perdano perché non ben seguiti negli anni formativi.”
Parliamo del tennis attuale. Quale evoluzione vedi?
“Si va verso un estremo sia dal punto di vista fisico che tecnico. Scordiamoci in futuro gli specialisti del veloce e della terra, ma prepariamoci sempre più a vedere giocatori in grado di eccellere su tutte le superfici.”
Anche oggi ci sono tennisti che giocano controcorrente: ho in mente Dolgopolov, in particolare (e un po’ Gulbis). Di lui ho sentito dire che sia l’antitennis, che “tiri a caso” e questa espressione viene spesso usata per alcuni tennisti cui la palla esce molto velocemente dalla racchetta e che sfruttano quest’arma non giocando un tennis percentuale. Qual è la tua opinione in proposito?
“Non ho un parere preconfezionato sul modo in cui si deve giocare a tennis. Se un tennista colpendo la palla con il manico fa sempre punto e vince i match, bravo lui e continui così. Per giocare un tennis totalmente piatto occorre averne le caratteristiche e queste non sono solo un fatto tecnico: come ti esce la palla dalla racchetta. Occorre che tutto un insieme di fattori concorrano a sostenere quel gioco, che deve risultare produttivo per il giocatore.”
Hai molti rapporti con il movimento tennistico, (allenatori, federazioni, giocatori)? Credi in uno scambio di esperienze?
“Per carattere (non particolarmente espansivo) non sono portato a intrattenere rapporti intensi con gli altri. Sono invece assolutamente favorevole allo scambio di esperienze e approfitto per farlo nei tornei cui mi capita di accompagnare un giocatore. Devo anzi constatare che la mala pianta della gelosia è ancora molto diffusa nel nostro ambiente e costituisce a volte un freno alla possibilità di scambiarsi utili informazioni.”
Sei proprietario di una Harley Davidson. Di solito questa scelta non è casuale e significa molte cose: desiderio di libertà totale, trasgressione delle convenzioni borghesi con alcuni simboli tipici: tatuaggi (ci siamo), capelli lunghi (ahi!), ecc. Ti riconosci in questa filosofia? Cosa significa per te? Qual è la prigione da cui ti vuoi liberare?
“Di tutte le cose dette, mi riconosco nel senso di libertà che la moto mi dà. Devo ammettere che vivo la contraddizione di essere un tipo che sta bene da solo, è poco festaiolo e ama la pace del silenzio e di avere una moto che è quanto di più esibizionistico, scenografico e aggressivo si possa immaginare: una Harley completamente militarizzata, con tanto di fondina e pistola d’ordinanza.”
Per concludere, tennisticamente parlando (da allenatore), quale sarebbe il tuo più grande desiderio?
“Che ai ragazzi con cui lavoro riesca quello che non è riuscito a me: essere nel tennis che conta…”

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