E se iniziassimo a servire..

di - 28 Dicembre 2007

di Roberto Commentucci

E’ ormai diventato un luogo comune: nel tennis moderno, il servizio è un colpo di importanza fondamentale. Nel circuito maschile, non solo sul veloce, ma anche sulla terra rossa, non solo a livello Atp, ma anche nei tornei challenger e future, ottenere un break diventa sempre più difficile. Negli ultimi 10 anni, i giocatori hanno imparato a tirare sempre più forte, grazie ai progressi della biomeccanica applicata e alle nuove racchette. E hanno anche imparato a variare maggiormente rotazioni, velocità e traiettorie rendendo la battuta un colpo sempre più dominante. Sulla terra, ad esempio, tantissimi giocatori, quando vanno a servire da sinistra, giocano, sull’esempio degli spagnoli, un accentuato kick esterno, alto e profondo, per aprire il campo e iniziare a comandare lo scambio con il diritto, che spesso, con l’avversario ormai fuori posizione, risulta subito vincente. Insomma, possedere un buon servizio è sempre più condizione necessaria per competere.

Lo si è capito da tempo, in tutto il mondo. Da noi, purtroppo, lo si è capito in ritardo, e in alcuni casi non lo si è capito per niente. Basta vedere come se la cavano al servizio alcuni giocatori professionisti italiani, che hanno nella battuta un autentico handicap.

Oltre al caso più famoso, che è quello di Filippo Volandri, si possono citare almeno tre esempi facendo i nomi di altri tre azzurri, abituali frequentatori del circuito challenger: Flavio Cipolla, Simone Vagnozzi e Paolo Lorenzi. Tre serissimi professionisti, con buone (a volte ottime) doti tecniche, che probabilmente non riusciranno mai ad affacciarsi con continuità a livello Atp, soprattutto a causa dell’inadeguatezza della loro battuta. In qualche caso ci sono anche obiettivi limiti di statura e di potenza, come nel caso di Flavio Cipolla, ma a mio avviso la vera ragione è un’altra, ed è una ragione “di sistema”: tutti e tre questi ragazzi hanno pagato un faticoso apprendimento di una tecnica efficace, a causa soprattutto di una attenzione insufficiente che i loro maestri hanno dedicato alla battuta negli anni della loro formazione.

Per fare un paragone ingeneroso, è sufficiente andare a guardare che cosa sanno fare i nostri cugini d’oltralpe. Qualche anno fa, la Federazione Francese si è trovata a formare e gestire tre giocatori sicuramente non alti nè potenti, che però sono stati tutti dotati di un servizio più che competitivo. Mi riferisco a Fabrice Santoro (che, battuta a parte, non gioca poi in maniera tanto diversa da Flavio Cipolla) a Sebastien Grosjean (alto 1,75) e ad Arnaud Clament (1,72). Insomma, in Italia quelli alti e grossi servono benino (Starace, Seppi), raramente bene (Bolelli), mentre quelli piccoli servono male. In Francia, non solo quelli alti e grossi servono benissimo (Mathieu, Escude), ma servono bene pure quelli piccoli. E quindi pure quelli piccoli, grazie al loro servizio, giocano benissimo sul veloce, non sono terra-dipendenti come da noi.

Le ragioni a mio avviso sono due: in primo luogo, la scarsa attenzione dei tecnici, a partire dai maestri di base. In secondo luogo, il fatto che le competizioni, in Italia, si giocano quasi solo sulla terra all’aperto, anche d’inverno, con campi spesso lentissimi e palle pesantissime e intrise di umidità. Ovviamente, si è portati naturalmente a pensare che il servizio, in tali condizioni, incida molto poco. Peccato che poi, i nostri ragazzi più promettenti, una volta cresciuti, si troveranno a giocare anche su superfici rapide e contro avversari che, invece, sanno servire bene. E allora i nodi vengono al pettine, e ci si avvia a diventare, se va bene, giocatori da challenger sulla terra, anche se si hanno buone qualità tennistiche.

Ma forse, finalmente, qualcosa si muove. Qualche mese fa, lo scorso 23 settembre, il Presidente del Comitato Regionale FIT del Lazio, Fabrizio Tropiano, ha inviato una lettera aperta (pubblicata sul sito del CR Lazio, a questo link http://www.federtennis.it/Lazio/documento.asp?ID=D1&class=001&title=L%27angolo%20del%20Presidente) a tutti i maestri della Regione, lamentando proprio la scarsa attenzione che viene dedicata all’insegnamento del servizio, con risultati negativi sulla tecnica degli allievi, da lui osservati personalmente girando per i tornei giovanili. Ci si augura che la “strigliata” serva a motivare maggiormente i maestri, sin dai primi anni di lavoro sui bambini. Infine, di recente il Presidente Binaghi, illustrando la politica federale di investimenti, ha annunciato che la FIT intende finanziare la costruzione, presso alcuni circoli, di 12 impianti coperti, dotati di tribune, allo scopo di ospitare manifestazioni agonistiche e tornei su superfici veloci. Potrebbe essere il primo passo per iniziare a organizzare una percentuale più elevata di future, challenger e gare giovanili su superfici diverse dalla cara, vecchia terra, i cui amati granelli di polvere rossa si rivelano ogni giorno di più un freno per gli ingranaggi del nostro tennis, ostacolandone il progresso.

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