L’anno è il 2018, ci si appresta, da italiani, a vivere un’altra annata da spettatori nei tornei dello Slam, inconsapevoli che un ragazzo di origine palermitana, di lì a breve, avrebbe acceso una scintilla poi divampata nel tempo per dar vita al periodo più nobile nella storia del tennis azzurro. Quel ragazzo è Marco Cecchinato, classe ’92 che fino al giugno del 2018 non aveva mai superato il primo turno di un Major.
All’esordio nel Roland Garros di quell’anno batte in rimonta Marius Copil, ribaltando il match sotto 0-2 e concludendo la gara nel tie-break finale. Il percorso è notevole: prima fa fuori Federico Delbonis, poi Pablo Carreno-Busta e David Goffin, prima di giungere ai quarti di finale. A quel punto l’ostacolo sembra insormontabile, Novak Djokovic, allora 12 volte campione Slam e successivo trionfatore a Wimbledon e US Open nella medesima stagione. Il risultato è incredibile: allo scoccare delle tre ore e mezza di gioco, con una risposta fulminante Cecchinato stende il serbo e si prende la semifinale del Roland Garros, per un traguardo impensabile solo poche settimane prima.
Il suo percorso terminerà nel turno successivo, con l’eccellente Dominic Thiem, al termine di una vera e propria battaglia. Non sarà una vittoria o un trofeo alzato al cielo, ma è l’inizio di una nuova era.
Matteo Berrettini, il sogno londinese
Matteo Berrettini è un romano classe ’96, che sin dalle sue prime apparizioni nei tornei Major, mostra una tenacia e un coraggio per pochi, a dispetto di un destino avverso, sia per gli avversari che incontrerà, che per una tenuta fisica che lascerà a desiderare. A 23 anni il suo primo acuto, con la semifinale allo US Open, dove viene sconfitto da Rafael Nadal, futuro vincitore del torneo (non sarà l’ultima volta). Dovrà cedere il passo allo spagnolo anche in un’altra occasione, nella semifinale del 2022 all’Australian Open. L’anno 2021 è a dir poco esaltante per Berrettini: quarti di finale al Roland Garros e allo US Open, ma soprattutto la finale a Wimbledon, da primo italiano nella storia.
Il denominatore comune di queste cavalcate incredibili è ancora Novak Djokovic, nei panni del cattivo pronto a riporre nel cassetto i sogni di ‘The Hammer’ e artefice di quelle tre sconfitte, dolorose, ma cariche di orgoglio. In particolare nella cornice londinese, l’azzurro tocca le più alte punte del proprio tennis, impossibilitato a riproporre con continuità a causa dei numerosi infortuni.
L’arrivo di Jannik Sinner
Facendo qualche passo indietro, direttamente dal piccolo paesino di Sesto, in Val Pusteria, arriva nel circuito nell’annata 2019 un giovane dai capelli rossi, Jannik Sinner. Si fa subito notare grazie al pregevole risultato dei quarti di finale, alla sua terza apparizione in un main draw di un evento Major e all’età di diciannove anni, nell’edizione del 2020 del Roland Garros. Effettua scalpi importanti come quelli al numero 11 del seed David Goffin e il promettente Alexander Zverev. Il suo cammino trova nel dominatore della terra rossa Rafael Nadal una montagna invalicabile che impone all’altoatesino una severa lezione.
Anno dopo anno il livello di gioco di Sinner aumenta, trovando più continuità nei grandi palcoscenici degli Slam e collezionando quarti e semifinali, fino ad arrivare all’Australian Open del gennaio 2024. In quel torneo viene fuori, forse per la prima volta, la grandezza di uno dei tennisti incaricati a guidare il tennis del futuro e pronto a dominare per molto tempo. Dopo un percorso perfetto, senza aver perso alcun set, conquista la semifinale con Novak Djokovic, ancora una volta termometro del movimento tricolore. Il serbo registrava in quel momento una statistica con pochi precedenti: imbattuto da oltre sei anni sul suolo australiano (seppur con la parentesi del 2022, dove non prese parte alla competizione).
Con una prestazione eccelsa, il tennista italiano supera in quattro set il serbo, prima di trionfare in una finale, altrettanto sorprendente, contro Daniil Medvedev, in rimonta al quinto set. Sarà il primo titolo Slam, e non solo, di molti.
Movimento allargato
Dal post-Covid in poi le maglie del movimento azzurro si allargano vistosamente: da Lorenzo Musetti a Luciano Darderi, fino a Flavio Cobolli, Lorenzo Sonego e Matteo Arnaldi. Le soddisfazioni e i traguardi raggiunti negli anni sono molteplici, con i tre successi consecutivi in Coppa Davis (2023,2024,2025) e il bronzo dello stesso Musetti alle Olimpiadi di Parigi 2024 che contribuiscono a dare una forma definitiva al tennis di stampo italiano.
Il dato che più di tutti certifica l’inversione di tendenza, rispetto all’intervallo di tempo che va dagli anni ’80 al secondo decennio degli anni 2000, è il seguente: a partire dal 2018, sono ben 32 i quarti di finale conquistati da tennisti italiani, con 17 semifinali e 8 finali, di cui 4 successi, tutti marcati Jannik Sinner. In rapporto ai soli quattro conquistati, nel periodo di tempo appena citato, da Cristiano Caratti all’Australian Open 1991, Renzo Furlan al Roland Garros 1995, Davide Sanguinetti a Wimbledon 1998 e Fabio Fognini al Roland Garros del 2011. Non dimenticando chi prima di loro aveva portato in alto i colori azzurri, in anni meno fortunati, come il già citato Fabio Fognini e Andreas Seppi, l’era d’oro del tennis italiano sembrerebbe esser partita da molto lontano fino a sbocciare in maniera vistosa e nei momenti meno attesi, regalando gioie e trionfi impossibili da immaginare solo qualche anno prima.