Le paure del giovane Roger

di - 26 Marzo 2015

Federer Orange Bowl

di Francesca Amidei

Scrivere un articolo su Roger Federer è un’ impresa titanica, un po’ come sfidare Bolt nei 100 metri! Nella mente scorrono domande del tipo: cosa si può scrivere di originale sul Re del tennis? Cosa non è stato detto? Quale aspetto umano o tennistico in questi anni è stato trascurato dalle migliaia di scrittori e appassionati? Ebbene si, è possibile trovare una risposta a queste domande e scrivere ancora una volta, senza risultare banali o ripetitivi, su colui che ha fatto la storia del nostro sport. Questo articolo non è stato pensato con lo scopo di elogiare il tennista svizzero, di tessere le sue lodi o esaltare le sue vittorie e i suoi record ma bensì per far emergere le difficoltà del Roger ragazzo pieno di insicurezze, dubbi e paure, ignaro del futuro roseo che l’ avrebbe atteso nel panorama del tennis mondiale. Spesso si pensa che il talento sia una qualità innata, un dono che madre natura fa a pochi predestinati eppure, correndo il rischio di risultare impopolari, partiamo dal presupposto che Roger Federer non si nasce ma si diventa.

“Era un bambino viziato e testardo con poca passione per la scuola e troppa per lo sport ed i videogames. Ma soprattutto pur avendo talento, Roger non ha mostrato fin da subito quel talento che cattura l’attenzione, è invece cresciuto pian pianino, sviluppando le sue armi di creatività e copertura totale del campo, passando per la grande passione per l’ idolo giovanile tutto d’ attacco, Boris Becker, ai prototipi meno spettacolari ma più redditizi del tennis moderno, da fondo campo. Accettando, strada facendo, medicine come regolarità, concentrazione, tenuta. E, soprattutto, errore e sconfitta. Perché il primo grande ostacolo del giovane Federer non è stato il net o l’ avversario o il fisico o la tecnica, bensì se stesso, con l’ accettazione del non eseguire alla perfezione i colpi che aveva in mente e che sapeva fare. Quando ha trovato la risposta a quei tormentosi “perché”, ha chiuso il rubinetto di imprecazioni, smoccolamenti e strazi di racchette, ha ‘messo tutte le cose assieme’ e, imparando a perdere, ha cominciato a vincere davvero”.

Questo brano tratto dalla Gazzetta dello Sport serve a sottolineare che nel tennis così come nella vita, il solo talento non basta per ottenere risultati di eccellenza, ma è necessario confrontarsi ed affrontare le proprie debolezze e sconfiggere i propri “demoni”. Per il Roger adolescente la sfida più dura è stata quella di accettare la sconfitta, di imparare a perdere, di mettere da parte la sua indole perfezionista e la sua ossessione per l’ estetica a favore della concretezza. Ha imparato con il tempo ad allenarsi realizzando che il talento da solo non basta, ha sofferto la lontananza da casa quando si è trasferito prima al centro tecnico federale di Ecublens e poi a Biel dove si fece notare più per le sue intemperanze comportamentali che per i risultati. Allora quand’ è che Rogerino è diventato campione? Quando nel 1999, da numero 302 dei professionisti, si è dedicato a tempo pieno al circuito dei grandi scegliendo un coach al di fuori del centro tecnico federale svizzero. Un vero e proprio taglio del cordone ombelicale, che portò il ragazzo dai capelli biondo platino scoloriti, a diventare prima un uomo e poi un giocatore. Il 2 Luglio 2001 ha battuto agli ottavi di Wimbledon Pete Sampras, campione di 7 Championships in 8 anni, con il tennis puro ma soprattutto con l’ umiltà della risposta e il dominio delle emozioni. Nel Tempio (Centre Court) e con gli occhi di tutto il mondo addosso, dopo aver perso il quarto set al tie-break, riuscì a sprintare ancora per il 7–5 decisivo. Quel giorno Roger diventò Federer.

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