Francesco Maestrelli ha illuminato l’Australian Open. Nella mattinata italiana ha vinto il suo match d’esordio in un main draw Slam superando Terence Atmane in 5 set. ‘Mae’ ha recuperato uno svantaggio di due set a uno, dominando quarto e quinto (6-4 3-6 6-7 6-1 6-1). I numeri sono stati eccellenti: 28 ace, 60 vincenti, un solo break subito e ben 24 punti conquistati a rete. Ora, per Francesco, un bel ‘premio’: sfidare Novak Djokovic, che in Australia ha vinto solamente dieci volte… L’emozione sarà alle stelle, il sogno di una vita si realizza.
Ma da dove sbuca fuori il ‘Drago di Pisa’? Francesco, classe 2002, era arrivato troppo in alto troppo presto. Non era pronto. Nell’estate del 2022 aveva ottenuti risultati importanti a livello Challenger e, nel suo primo Major in qualificazioni, era arrivato a un passo dal grande obiettivo: raggiunto l’ultimo turno del tabellone cadetto era stato stoppato al match tiebreak da Nuno Borges. Da lì, il portoghese è esploso; Maestrelli è tornato indietro. Non era emotivamente (né tecnicamente) pronto per quel livello. Ci era arrivato sulle ali dell’entusiasmo, grazie a un poetico rovescio bimane e a una fiducia smisurata. Mancava, però, qualcosa.
Mancava la gestione del match nonché della sconfitta. Troppa rabbia, poca lucidità. Non che non si debba essere arrabbiati dopo un incontro perso, ma è importante rimanere nei limiti. Limiti, troppo spesso, superati. Francesco è un ragazzo molto intelligente, ha sempre portato avanti la scuola (con diploma della maturità conseguito nei tempi) al fianco del tennis, “poiché bisogna avere un piano B – raccontava – e anche perché studiare apre la mente”. Dall’estate 2022 a oggi cosa è accaduto? ‘Mae’ è anche uscito dai primi 300 del mondo, è ripartito con umiltà dai Futures (la ‘Serie C’ del circuito mondiale), ha provato a risalire la china. Ma mancava ancora qualcosa? Il preparato mentale Danilo De Gasperi è stato fondamentale. Il contributo dato al team, di cui fanno parte i bravissimi tecnici Giovanni Galuppo e Gabrio Castrichella (FITP), ha rappresentato una svolta per Maestrelli, che lottava sempre, lavorava tanto, ma era lontano dal giocatore che tutti pensavamo potesse diventare: aggressivo, sempre in spinta, con un servizio devastante. Perché dai 195 centimetri di altezza bisogna tirare della catenate imprendibili, come accaduto in questi giorni a Melbourne.
Nella prima parte di 2025 è arrivato un trittico che ha cambiato le carte in tavola. Nei Challenger di Napoli, Barletta e Monza ha giocato male, malissimo. Bisognava inserire un’altra marcia, svoltare. E così, grazie a tutto il team e a una nuova consapevolezza di Francesco, è accaduto. Vittoria a Francavilla al Mare, poi a Brasov. È così che sono arrivati i punti per tornare lì, a New York, dove il sogno si era arenato tre anni primi. E poco importa se nelle qualificazioni degli US Open sia giunta una sconfitta all’esordio; perché Mae era tornato. La vittoria a Bergamo, nell’ultimo torneo della stagione, ha rappresentato altro: vincere quando si è cotti mentalmente e fisicamente è un grande merito, inseguire il successo anche quando non è fondamentale è da professionisti veri, seri, da uomini. Non più da ragazzi. E intanto, in campo, è diventato aggressivo, con un servizio da giocatore forte (potente e vario), il poetico rovescio se lo è sempre portato da casa, mentre il dritto è in costante crescita.
E allora Melbourne diventa solo una conseguenza del lavoro, della consapevolezza, della voglia di emergere e di raggiungere quei coetanei che avevano spiccato il volo prima di lui. Le lacrime di Maestrelli, l’abbraccio con la fidanzata Eleonora (a cui Francesco ha regalato il viaggio per Melbourne come regalo di laurea), con i coach, con chi gli vuole bene. Un mix di emozioni indimenticabili e, soprattutto, meritate. Ora, però, bisogna confermarsi nelle prossime settimane e mesi. Perché non c’è nulla di più complicato del salto tra 120/130 ATP alla Top 100. Sembra facile, ma i punti da fare sono tantissimi.
