Idee di Pierpaolo Renella sul futuro del Tennis

di - 19 Febbraio 2015

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di Pierpaolo Renella (scrittore, columnist della rivista “Il Tennis Italiano“)

I tornei Futures (e più in generale: il cosiddetto ITF Pro Circuit) dovrebbero essere la sala macchine del tennista professionista. Dovrebbero, perché oggi sono per molti un parcheggio o un treno in viaggio verso una meta irraggiungibile.

Il problema è che, a fronte di 14 mila tennisti che nel 2013 hanno disputato almeno un torneo pro, solo una piccola parte (circa 600, per la precisione 589, secondo un’analisi commissionata dall’ITF) riesce a coprire i costi e soltanto una piccolissima parte ha un tenore di vita decente. Nel tennis maschile, l’uno per cento dei professionisti (i primi 50 del ranking) incassa il 60% dei premi in denaro dell’anno (97 dei 162 milioni di dollari totali). L’altro 99% viaggia a una media di 13 mila dollari per giocatore.

L’assunto di base è persino ovvio: il sistema va riformato. Ma è facile capire che si tratta di un’azione rischiosa. Il riformatore, se non ha chiari obiettivi e mezzi, rischia di lavorare unicamente sulla superficie, di girare semplicemente la manovella senza risolvere i problemi.

Le opportunità di guadagno stanno diminuendo fortemente.

Vediamo perché. Rispetto agli anni ottanta e novanta, nell’ultimo decennio il tennis si è globalizzato e la competizione tra i giocatori è cresciuta in maniera significativa. Sono aumentate anche le opportunità competitive: nel 2013 si sono svolti 637 tornei Futures in campo maschile (di cui 381 in Europa) e 553 tornei ITF in campo femminile (di cui 291 in Europa). Visto il numero elevato di eventi disputati ogni anno, i costi medi sono lievitati: un professionista oggi spende mediamente circa 40 mila dollari l’anno, senza considerare il costo dell’allenatore o del team di coaching (allenatore, preparatore atletico e via dicendo). I tempi medi di transizione verso l’élite del tennis si sono dilatati: oggi un fenomeno – perché di fenomeni si tratta, non dimentichiamolo – impiega dai quattro ai cinque anni di professionismo per approdare nei top 100 del ranking. L’economia del tennis è spietata, ai limiti del brutale. Gli atleti sono dei contractor che devono coprire tutti i costi: voli, trasferimenti dagli aeroporti, vitto, alloggio, incordature delle racchette, lavanderia, abbigliamento. Chi non ha un’azienda familiare (o uno sponsor) alle spalle non può compiere questi sforzi economici, per la semplice ragione che non può permetterseli. La cosa peggiore è che così diventa difficile attrarre nuovi talenti da ogni parte del mondo e mantenerli nell’ambito di un progetto di crescita, per resistere alla concorrenza di altre discipline sportive

L’ITF e le altre istituzioni hanno a disposizione poco tempo per guidare la transizione verso una nuova era delle pari opportunità, il cui avvento appare ormai inevitabile. Per non essere travolti dagli eventi, occorre elaborare una strategia di ampio respiro per sostenere concretamente i livelli più bassi della piramide professionale.

Che fare?

L’ITF in cerca di rimedi dovrà optare tra due soluzioni. La prima è quantitativa: un aumento significativo dei prize money (fino al 50%) nei tornei Futures. La seconda è strutturale: la creazione di un interim tour, di transizione tra l’attività junior e il professionismo dove i tennisti, al posto del premio in denaro, ricevono una diaria giornaliera di rimborso spese.

Tuttavia, per raggiungere tali traguardi, l’ITF ha bisogno di un supporto dalle federazioni più ricche – quelle che organizzano i tornei dello Slam – in termini di trasferimenti, ma lo scenario attuale lascia aperte molte incognite sulle reali possibilità che il sistema destini ulteriori risorse per lo sviluppo della prossima generazione di campioni.

Pierpaolo Renella

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