Victoria Duval, il ritratto del coraggio

di - 9 Luglio 2015

Victoria Duval

di Alessandro Mastroluca

“Nel giugno del 2014, a 18 anni, stavo giocando un torneo in Messico, ho sentito come una grossa protuberanza al collo. All’inizio non ci ho prestato particolare attenzione, ma ho informato subito mia madre”. Inizia così il racconto di Victoria Duval, che ha affidato al sito The Players Tribune il racconto del momento peggiore della sua vita. I primi esami, prosegue, non rivelano nulla, e Vicky parte per Wimbledon: è la sua prima volta da pro, ha giocato solo il torneo junior, e deve partire dalle qualificazioni. Non vede l’ora di scendere in campo, ma la protuberanza diventa sempre più grande. Mamma Nadine, un medico che insieme al marito Jean-Maurice ha gestito una clinica di ostetricia e ginecologia a Port-au-Prince, intuisce che qualcosa non va e, d’accordo con il medico del torneo, riesce ad ottenere una biopsia di emergenza.

“Alla vigilia del primo match di qualificazione, mi dicono che i risultati stanno per arrivare. È stato uno dei momenti più stressanti della mia vita, entrando nello studio della dottoressa mi tremavano le gambe. Non sapevo davvero cosa pensare, ma niente mi avrebbe potuto preparare alla notizia che stavo per ricevere. Mi disse che avevo il cancro”. Ha il linfoma di Hodgkin, il tumore del sistema linfatico, come Alisa Kleybanova, curata e guarita a Perugia e a Roma, e Taylor Hutchins.

Vicky, che sognava di diventare biologa marina, che mamma Nadine voleva ballerina, ha già conosciuto il dolore, il terrore, la paura. Nata a cresciuta a Haiti, ha scoperto il tennis per caso. Nadine la porta con sé a Santo Domingo, dove i suoi figli più grandi sono impegnati in un torneo. Il direttore le suggerisce di far provare a giocare anche Victoria, che entra in campo a 7 anni per la prima volta. Non sa tenere il punteggio, non sa tenere nemmeno bene la racchetta, eppure comincia a vincere. Così, con lo stesso motto di Gary, il suo personaggio preferito del cartone SpongeBob, “Have fun”, divertiti”, si dedica al tennis. Un giorno, però, il suo orizzonte si fa nero, come la canna di una pistola. Un gruppo di banditi armati sono penetrati in casa e la tengono sotto tiro insieme alla mamma, alla zia e a diversi cugini. La polizia fa irruzione e interviene senza che nessuno si faccia male. Ma non serve molto tempo per convincere la famiglia a lasciare Haiti. Nadine, Victoria e i suoi fratelli partono per la Florida, Jean-Maurice resta per mandare avanti la clinica.

E i pensieri della piccola Vicky davanti alla pistola dei banditi non saranno poi stati tanto diversi dalle immagini oscure che le annebbiano la vista alla notizia del tumore. “Sono scoppiata immediatamente in un pianto isterico” scrive, “non sapevo molto del cancro e lo associavo automaticamente alla morte. Potrebbe suonare un po’ melodrammatico, ma ho addirittura cominciato a pensare a come avrei voluto spendere i miei ultimi momenti sulla Terra”. Le dicono che, se vuole, può anche tornare a casa, non ci sarebbe stata alcuna conseguenza. “Ma andare a casa è l’ultima cosa che volevo” sottolinea. “Decisi che la diagnosi non mi avrebbe fermata”. Il fisioterapista che l’ha accompagnata le suggerisce di non divulgare la notizia e quello stato che potremmo definire di negazione la aiuta. Supera le qualificazioni e al primo turno batte anche Sorana Cirstea, allora numero 29 del mondo, prima di perdere da Belinda Bencic: è, finora, la sua ultima partita.

“Quando mi hanno spiegato meglio la mia malattia” scrive Vicky, “ho capito di avere grandi possibilità di vincere la mia battaglia contro il cancro. Le mie paure hanno lentamente iniziato a dissiparsi”. Anche perché, aggiunge, “sapevo che Dio aveva un piano per me in questa nuova battaglia”. Non è la prima volta che Victoria, nomen omen, vince battaglie più importanti di una partita di tennis, che il piano di Dio le si rivela, dalla sofferenza alla gioia.

Nel 2012 Duval, che ha fatto il suo esordio allo Us Open contro il suo idolo e modello, Kim Clijsters, l’anno dopo si prende la soddisfazione di battere Sam Stosur e vedere suo padre felice in tribuna. Eppure questa storia avrebbe potuto non essere mai scritta. Facciamo un passo indietro. Victoria è entrata nell’accademia di Nick Bollettieri e nel 2009 si sposta con il resto della famiglia ad Atlanta, dove inizia a lavorare con Brian de Villiers, allora coach di Melanie Oudin, che quell’anno raggiunse i quarti agli Us Open. Papà Jean Maurice resta con loro fino a domenica 10 gennaio 2010, poi riparte per Haiti. Martedì 12 tutta l’isola è travolta, distrutta dal terremoto. Jean-Maurice rimane sepolto vivo sotto le macerie della sua casa. Lo ritrovano dopo 11 ore: ha fratture al braccio sinistro e alle gambe, ha diverse vertebre e sette costole rotte. Gli servirebbe un’assistenza medica specializzata, che però in quelle ore a Port-au-Prince è praticamente impossibile da trovare. Intanto le ombre si allungano, Jean-Maurice sente la sente la terra che chiama, sente la notte che sta per venire e chiama Nadine: “Di’ ai nostri figli che vi voglio bene”.

Nadine, in lacrime, cerca subito aiuto. Si ricorda che Victoria gioca al club Norcross con le figlie di un ricco immobiliarista, Harry Kitchen. È lui il buon samaritano che paga 18 mila dollari per affittare un volo charter fino a Haiti e riportare Jean-Maurice a casa. Viene curato a Fort Lauderdale, rimane con il braccio paralizzato ma sopravvive. Negli anni, Victoria ha incontrato altri buoni samaritani come Billie Jean King che l’ha voluta nella sua squadra del World Team Tennis, i Philadelphia Freedoms, o Kathy Rinaldi, con cui si è allenata sotto l’egida della USTA. “Con quello che Vicky ha passato” diceva allora, “ha imparato a vedere le cose in prospettiva. Non la vedrete mai giù. È sempre positiva”.

Ma il cancro cambia le cose, scolora l’orizzonte. “Dopo aver concluso il primo ciclo di chemio” scrive, “ho perso la speranza. Non vedevo come sarei riuscita a sopportare di stare così male per tre mesi. Ma in qualche modo ho trovato la forza di continuare. Ogni due settimane i miei genitori mi accompagnavano a Jacksonville per il trattamento. Le parole non riescono a esprimere cosa vuol dire fare la chemio: lo stimolo costante a vomitare, i mal di testa, i dolori allo stomaco, la stanchezza, la perdita di appetito, il sapore di metallo in bocca e la lista continua. Ma c’era una buona notizia, ero in forma stellare prima di iniziare il trattamento, così il mio corpo rispondeva bene. E sono perfino riuscita a giocare un po’ a tennis”.

A settembre, dopo l’ultimo ciclo di trattamenti, Victoria piange di nuovo. “Ho pianto abbastanza lacrime da riempire un lago. Ma stavolta erano lacrime di gioia, naturalmente. Tre mesi possono sembrare un’eternità, ma ce l’avevo fatta! Ho vinto la mia battaglia contro il cancro!”.

Il pieno recupero, ovviamente, richiede tempi lunghi. Tra novembre e dicembre inizia brevi sessioni di allenamento in piscina, ma i muscoli sono atrofizzati, serve tempo per ritrovare forza. Solo tra marzo e aprile può cominciare a concentrarsi sulle sessioni in palestra, prima di mezz’ora, poi di un’ora, poi di un’ora e mezza. “Ma non ero ancora nemmeno al 50% della forma che avevo prima della chemio” commenta. L’obiettivo, aggiunge, “è tornare a giocare fra qualche settimana. E poi sto scrivendo un memoir, che uscirà nell’autunno del 2016, in cui elaborerò più in dettaglio questo mio viaggio, duro ma molto educativo”.

Ha imparato molte lezioni, conclude, in questi tre mesi. “La più importante è che la salute è un privilegio, che solo quando qualcosa ti viene tolta capisci quanto hai dato per scontato nella vita. Infine, ho imparato che niente accade per caso. Dio ha aperto i miei occhi a un nuovo senso della vita. Non avevo idea di quanto questa malattia si sarebbe rivelata una benedizione. E non cambierei questi tre mesi per niente al mondo”.

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